Gabriel García Márquez, il «letterato falegname»

Gabriel García Márquez, il «letterato falegname»

Gabriel García Márquez, morto a 87 anni il 17 aprile 2014, nel 1981 rilasciò un’intervista alla Paris Review in cui descriveva così la sua idea della letteratura: «Scrivere qualcosa è quasi difficile quanto fare un tavolo. Con entrambi hai a che fare con la realtà, un materiale duro quanto il legno. Entrambi sono pieni di trucchi e di tecniche. Fondamentalmente è richiesta molta poca magia e moltissimo duro lavoro. E come disse — credo — Proust, ci vuole il dieci per cento di ispirazione e il novanta per cento di traspirazione. Non ho mai fatto nessun lavoro di falegnameria, ma è il mestiere che ammiro più di ogni altro, specialmente perché non riesci mai a trovare qualcuno che lo faccia per te».

Non importa più quando e dove sia nato, quando e dove sia morto, ma che prima era vivo e ora non lo sia più, questo passaggio dalla sua esistenza reale, concreta, tangibile di uomo alla sua esistenza reale, concreta e tangibile di ciò che un uomo lascia quando diventa polvere alla polvere e cenere alla cenere.

Un uomo lascia ciò che era, ciò che lo manteneva legato alla vita in vita, come impegno, testimonianza e ricordo nella sua piccola sfera fatta di quegli affetti e di quei rapporti intimi e personali che lo tengono per mano fino all’ultimo respiro esalato.

Gabriel García Márquez in quanto scrittore ha però una finestra privilegiata per sfondare la morte e rimanere vivo con le sue opere, con quello scorrere di parole che una di seguito all’altra creano un libro. Se ciò che leggeremo di lui non ci farà nascere il desiderio di andare più a fondo, di scoprire ciò che egli ha scritto o di rileggere con occhi nuovi ciò che già è stato letto, allora per noi sarà morto per sempre. Se la sua morte non ci riporta a ciò che abbiamo incontrato grazie a lui, allora sarà una morte come tante altre, che verrà presto dimenticata perché non basteranno il Nobel, i suoi capolavori e il suo impegno politico a tenerlo vivo.

Se invece torneremo molti anni dopo, come il colonnello Aureliano Buendìa di fronte al plotone di esecuzione era tornato a quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio, a quella mano allungata verso lo scaffale, che prende e stringe tra le dita un volume, con una copertina che era lì a chiamarti ancora prima che lo scegliessi, con una bellissima e inconfondibile opera utilizzata per l’immagine, Large flowering sensitive plant, un’illustrazione tratta da The temple of flora di Robert Thornton (l’opera rappresenta un albero esotico, probabilmente una palma, un albero del cocco o del cacao, verso la quale si dirigono in volo due uccellini con un paesaggio collinare come sfondo), la sua morte sarà una partenza, una rinascita. E l’albero della copertina sarà memoria, questo albero che ritorna nei Cent’anni di solitudine come albero genealogico di una moltitudine di personaggi, i Buendía, che si mescolano nelle loro esistenze solitarie fatte di ripetizioni cicliche: nascono, vivono, si riproducono, compiono gesta memorabili, muoiono. A ricordarci quanto il tempo che scorre sia circolare e infinito. L’albero che ritorna anche come presenza ricorrente, è ad un albero, un castagno, che viene legato il capostipite e fondatore di Macondo, Josè Arcadio Buendía, quando viene creduto pazzo, con il suo fantasma a resistere in quella posizione anche dopo la sua morte.

Se non ci si affeziona a questo libro, alla sua atmosfera a volte magica e surreale, a questi nomi tutti uguali, c’è il rischio di boccheggiare e arrancare, perdersi sulla via per Macondo, perché «è più facile iniziare una guerra che finirla» (Cent’anni di solitudine, Feltrinelli, 1967, p. 83).

Lo stesso scrittore ne parla come di un miracolo, come di un gusto da scoprire anche da parte sua: «Un giorno scoprii il giusto tono per scrivere Cent’anni di solitudine. Era basato sul modo in cui mia nonna mi raccontava le storie. Raccontava cose che sembravano sovrannaturali e fantastiche, ma le diceva con completa naturalezza. Per esempio, se dici che ci sono degli elefanti che volano in cielo, la gente non ti crederà. Ma se tu dici che ci sono quattrocentoventicinque elefanti nel cielo, forse qualcuno ti darà credito. Cent’anni di solitudine è pieno di cose del genere. È esattamente la stessa tecnica usata da mia nonna».

Perché un libro è una cosa viva, ancora più viva del suo creatore quando viene affidato al lettore. E il lettore sarà sempre una realtà viva e palpitante. Ogni nuovo lettore ridona vita a ciò che legge, impastando quelle pagine frutto di lavoro altrui con le proprie emozioni, il proprio pensiero, lasciandosi interrogare, smuovere e magari cambiare. Quindi solo se ostinatamente si procede, passo dopo passo, si può verificare quanto quelle vite c’entrino con la nostra, perché «nel mondo stanno accadendo cose incredibili. A portata di mano, sull’altra riva del fiume, c’è ogni sorta di apparecchiatura magica, e noi continuiamo a vivere come gli asini» (Cent’anni di solitudine, p. 4).

Si potrà così dire anche oggi che Gabriel Garcia Marquez non è morto, non ancora.

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