Elogio alla semplicita’

Non sempre per ammirare le opere degli artisti bisogna recarsi in importanti musei o in celebri fondazioni, chiedendosi se il prezzo del biglietto verrà compensato dall’emozione nascosta nel segno, dal fremito provato davanti ad un quadro, dalla passione ricavata dal riuscire a vedere con gli stessi occhi con cui ha guardato l’artefice del manufatto. Ci sono persone che non trovano il loro nome nei grandi cataloghi, che non possono vantare  partecipazioni internazionali, che non ostentano opere in prestigiose sedi espositive, ma che, nonostante tutto sanno emozionare, perché, artisti si nasce e non si diventa.

Ecco, quindi, che camminando per le monotone e nebbiose vie di provincia ci si può imbattere in centri culturali che non hanno la presunzione di affermare cosa sia arte e cosa non lo sia, ma che danno una possibilità all’attività artistica di parlare un linguaggio che, è bene dirlo, è tutto tranne che provinciale: un’arte che potrebbe, erroneamente, definirsi semplice ma che proprio nell’essenzialità ma non banalità della sua espressione snocciola con assoluta facilità le risposte ai grandi quesiti della vita.
È in questo desiderio di togliere il surplus, di mostrare solo l’essenza delle cose, nella loro disarmante purezza, una purezza che porta il visitatore a perdersi, a tornare ad amare l’arte per quel che è, distante dalle logiche del mercato, che possiamo inserire la figura di Ida Marcellan, una delle poche artiste venete capace di dedicarsi a differenti tecniche incisorie, a cui la galleria Valentino, sita nella terraferma veneziana dedica, in questi giorni e per tre settimane,  una mostra antologica sulle sue tecniche calcografiche maturate nel corso di trent’anni di attività.
Acquaforte, acquatinta, puntasecca, xilografia diventano il mezzo privilegiato per esprimere la sua percezione del mondo, il suo sentire, un sentire che spesso sembra diventare ambiguo e astratto rivelando tutta la sua carica espressiva e passionale, abbandonando il visitatore al dolce e ritmico alternarsi di bianco e nero, di buio e luce, di caos e ordine.
Opere che sembrano riallacciarsi alla poetica artistica di Käthe Kollwitz in cui il bilanciarsi del nero e del bianco rivelano la dualità presente negli esseri viventi, la struggente ricerca di sé attraverso un mondo costellato di incertezze e di sperimentazioni.
Alcune opere si fissano indissolubilmente nella mente del visitatore: tra queste troviamo la serie dedicate alle piante grasse e gli ultimi lavori dell’artista in cui emergono elementi floreali, l’istante fugace di un attimo perfetto, in cui l’ombra si sposa alchemicamente con la luce dando vita ad un sublime degradarsi nei toni dei grigi, cristallizzato per sempre.
L’arte della Marcellan è un’arte che vuole andare oltre le apparenze, un’arte che mostra la brutale bellezza del cactus, la poesia nascosta sotto le spine e la forma buffa (un’immagine che racchiude la potente energia spirituale e vitale di questa pianta, l’unica in grado di conservare l’acqua e di sopravvivere all’arido e caldo clima desertico) e la fragile tristezza racchiusa nei fiori di campo, i cui gambi sembrano lacrime di inchiostro che non vogliono essere dimenticate.
La percezione degli elementi e la loro trasposizione onirica attraverso una semplificazione che, in alcuni dei suoi ultimi lavori, sembra ricondurla vicinissima al linguaggio artistico di Mirò, come chiave preferenziale per osservare il mondo e interpretarlo, un’artista che non ha paura di sentire se stessa e che, per questo, ama lavorare la sera, “quando la notte fonda annebbia la ragione per lasciare posto al sogno, alla meraviglia, al mistero”.

di Giulia Jurinich

21 novembre 2011

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