La ragazza con l’orecchino di perla

La ragazza con l’orecchino di perla

La-ragazza-con-l'orecchino-di-perla“La ragazza con turbante” è forse l’opera più celebre di Vermeer. Chi ha avuto l’opportunità di osservare l’originale da vicino, sa che lo sguardo ammaliatore ma ingenuo, pulito della ragazza diventata famosa come “la ragazza con l’orecchino di perla”, è uno degli sguardi più famosi della storia dell’arte, paragonabile per fama a quello della Gioconda di Leonardo: uno sguardo che penetra nel profondo lo spettatore, lasciandolo immobile, quasi stordito da cotanta bellezza.

Il volto della fanciulla, di un pallido incarnato risalta i grandi occhi, esaltati dalle stoffe celesti e gialle del turbante, stoffe nelle quali l’accostamento dei due primari, contribuisce a far fiorire ed affiorare dallo sfondo scuro, tipico della ritrattistica fiamminga, la sorpresa della protagonista, la sua innocente paura, come se potessimo sentire il battito accelerato del suo cuore mentre incautamente ci avviciniamo a lei per scrutarla, per provare a capire i suoi enigmatici pensieri.

“La ragazza con l’orecchino di perla. Il mito della Golden Age. Da Vermeer a Rembrandt. Capolavori dal Mauritshuis”, la mostra a Palazzo Fava a Bologna, è conseguentemente stata una delle temporanee più attese del 2014: altissime le aspettative per l’opera che ha riportato la fama di Vermeer, a secoli di distanza, anche tra i non addetti ai lavori, l’opera che fa sognare, l’opera che parla di una passione mai consumata ma che si svela nel luccichio degli occhi della protagonista, nelle sue turgide labbra dischiuse, nella luce riflessa sulla perla che si frammenta in bianco candido e grigio, quasi racconto di ciò che in fondo non c’è dato totalmente sapere.

Ma nel Paese dell’arte, che con l’arte forse non sa più vivere ma cerca banalmente di sopravvivere, la straordinaria maestria di Vermeer muore in una esposizione sterile sia negli intenti che nei contenuti, una mostra che trasforma un’opera arte in un massificatorio mezzo per produrre denaro, una mostra che raccoglie solo pochi pezzi interessanti (tra cui il famosissimo “Autoritratto” di Rembrandt) accostati senza troppa cura apparente con nomi più o meno famosi di scuola olandese, in un mixaggio infelice nel quale lo spettatore si trova sperso.

“La ragazza con l’orecchino di perla” viene mortificata in una sala gigantesca e semibuia dove la massa si accalca; i dipinti di Rembrandt sono appesi senza alcun tipo di reale e degna individuazione, come se Rembrandt, nella storia dell’arte, forse un qualsiasi artista minore; il celebre tema nordico della vanitas viene descritto con una certa approssimazione nei pannelli, come se fosse una tipologia artistica secondaria per il patrimonio artistico italiano (dimenticando l’apporto dato a tale genere dal Merisi).

L’occasione di far scoprire al grande pubblico le meraviglie di un artista del calibro di Vermeer e dei suoi conterranei, muore nelle sale affollate, caotiche, calde, buie e soffocanti del piano nobile del palazzo, dove un marasma di persone vagano senza meta tra tele osservate di sfuggita e snobbate.

La visione di “La ragazza con il turbante” diviene, allora, non culmine di un percorso strutturato, ma unica via per cercare di salvare in qualche modo l’insalvabile, frutto di errori curatoriali e organizzativi che pregiudicano irreparabilmente il godimento della mostra e di un motivo fondato della sua stessa esistenza, se non il pretesto, mal celato, di portare per un breve periodo la tela in Italia.

Imbarazzante, l’ultimo piano della percorso espositivo dove autori contemporanei reinterpretano a loro modo opere dell’artista fiammingo: un’accozzaglia di nomi e colori privi di un qualche reale senso, posizionati lì per cercare di allungare un brodo non solo raffreddatosi durante la visita al piano nobile, ma oramai ben congelato. Il tentativo di far convivere il nuovo con l’antico, l’emergente con il famoso crolla miseramente rivelando come la mostra a Palazzo Fava non sia che l’ennesimo tentativo commerciale, quasi sgradevolmente becero, di arricchirsi attraverso esposizioni che non sono in grado di comunicare nulla, ma che continuano a portare attenzione all’arte nel modo più errato che possa esistere: mercificando le opere che hanno contribuito a far sognare l’uomo.

L’unico motivo per andare a visitare la temporanea è che, per chi vive in Italia, è sicuramente più economico raggiungere Bologna che prendere un aereo per L’Aia, dove solitamente i dipinti in mostra dimorano, conservati al Mauritshuis.

di Giulia Jurinich
31 marzo 2014

Scheda tecnica.

“La ragazza con l’orecchino di perla. Il mito della Golden Age. Da Vermeer a Rembrandt. Capolavori dal Mauritshuis.” Bologna, Palazzo Fava, fino al 25 maggio 2014.

Orario: da lunedì a giovedì: ore 9-20; venerdì e domenica: ore 9-21; sabato: ore 9-22. (21 aprile: 9-22; 24 aprile: 9-21; 1 maggio: 9-22).

Biglietto: € 13.

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