TRA. EDGES OF BECOMING

di Giulia Jurinich

Una mostra innovativa e dall’intento rivoluzionario quella che occuperà fino al 27 novembre 2011 i quattro piani di Palazzo Fortuny a Venezia, esponendo più di 300 opere di alcuni di importanti artisti tra i  quali Rodin, Giacometti, Savinio, Rothko, Fontana, Abramovic, Anish Kapoor, senza dimenticare, inoltre, che importanti nomi del panorama artistico internazionale del calibro di Bartolini, Kounellis, Sugimoto, solo per citarne alcuni, hanno realizzato alcune opere appositamente per questa esposizione.

Il carattere originale ed insolito dell’esposizione, del resto, è suggerito fin dal titolo, TRA; la parola, infatti, è stata scelta non solo per il fatto che letta al contrario dà esito alla parola Art (arte) ma soprattutto per il suo significato: “tra” come essere nel mezzo, tra due fuochi, da un lato l’arte contemporanea dall’altro reperti archeologici (come il Dvaravati Torso databile attorno al VII-VIII secolo), da un lato l’Occidente dall’altro l’Oriente.  Ci troviamo di fronte ad una fusione, un punto di incontro in quello che è inteso come vuoto positivo, secondo la concezione orientale dell’essenzialità, unito all’opulenza del pieno, tipicamente occidentale, il tutto in un equilibrio perfetto che ci rimanda al concetto di Yin e Yang in cui è possibile trovare energia. Questo incontro  non poteva non avvenire a Venezia, da sempre crocevia unico e mistico tra Ovest ed Est.
Tra. Edges of becoming, quindi, vuole essere un’autentica occasione di dialogo e di interazione tra opere d’arte provenienti non solamente da differenti Paesi ma anche, cosa ancor più interessante, da differenti epoche storiche, conducendo il visitatore a esplorare lo spazio e l’opera d’arte in esso contenuta. É una mostra che, grazie alla fusione tra le opere di Mariano Fortuny, le ispirazioni dell’eclettico Alex Verdoordt (collezionista, commerciante e creatore di tendenze artistiche), i pensieri di Lietaer (economista), di de Wolf (scienziato) e di Tatsuro Miki (architetto), ha l’intento di porre il patrimonio artistico sotto la luce di un’esperienza che potremmo definire unica nel suo genere. Lo scopo ultimo sembra essere quello di permettere all’uomo di guardare il mondo, e la sua storia, attraverso l’arte che, avendo perso il peso del pregiudizio di chi vede in essa solo una funzione estetica (e nulla più), ritrova la sua connotazione culturale, diventando espressione della storia dell’umanità e del suo esistere. È in tale ottica che va ad inserirsi la continua fusione mistica tra reperti archeologici (per lo più orientali) e arte contemporanea, un dialogo continuo che si riflette anche nell’allestimento scelto per l’occasione, che spesso sembra riportare alla mente gli antichi gabinetti delle curiosità seicenteschi, in cui l’amore per la ricerca e lo studio si unisce al collezionismo. La singolarità dell’allestimento è, d’altronde, sottolineata anche dalla mancanza, al primo piano e al terzo, delle tradizionali targhette identificative delle opere: al loro posto il visitatore potrà trovare dei libretti curati da Anne-Sophie Dusselier e Cristina Da Riot, con progetto grafico e illustrazioni di Tomomot, contenenti gli schizzi di tutte le opere presenti nel piano e il loro relativo apparato iconografico; una scelta, sicuramente azzardata, che dopo lo smarrimento iniziale, conduce lo spettatore ad una vera e propria scoperta (o sarebbe meglio parlare di riscoperta) dell’arte, in tutte le sue forme: l’uomo come esploratore di un mondo che parla attraverso dipinti (si pensi a I quattro elementi di Fortuny y Madrazo o a Senza titolo del 1940 di Kandinsky o a Concetto spaziale- Attese del 1967 di Fontana), arte plastica (Giano bifronte- testa fittile da Vulci databile II sec. a. C. o scultura Tau-Tau del gruppo etnico Toraja del XIX sec. o la serie di 7 idoli provenienti dall’Asia Centrale e databili al II millenio a. C.) video installazioni (Touch del 2002 di Janine Antoni) e arte tessile (Mantello-Costume teatrale Fago del 1935 di Fortuny y Mandrazo o Abito del 1991 di Calugi e Giannelli o Bottari: the Island del 2011 di Kim Sooja, creati dall’unione di vestiti usati giapponesi e copriletto coreani, quasi un tentativo di superare i rapporti turbolenti che intercorrono tra i due Paesi).
Una mostra, quindi, quella al museo Fortuny ricca di spunti di riflessione, sull’uomo e sulla sua esistenza, un luogo in cui il visitatore si trova a pensare, a prendersi del tempo per ammirare la forza sprigionata dall’arte, una mostra che ci apre, anche se in un modo insolito e spiazzante, alle meraviglie presenti nel mondo, a quelle passate, a quelle presenti, a quelle che devono ancora presentarsi davanti a noi.

* In foto: Anish Kapoor, Portrait of Light Picture of Space, 1993. Wood, paint and pigment, 198,5 x 107 x 5,2 cm. Collection of the artist. Photo Stephen White.

28 ottobre 2011

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