I BATTERI IN SOCCORSO DELLE OPERE D’ARTE

di Giulia Jurinich

In tempi in cui i beni storico artistici non sembrano essere la priorità, abbandonati al degrado, lasciati alla mercé di psicopatici con il martello, subendo impotenti l’incedere del tempo e gli esiti del progresso industriale, merita attenzione una voce fuori dal coro proveniente dal dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari e Microbiologiche della facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano. I ricercatori dell’Ateneo, infatti, hanno brevettato la metodologia del biorestauro / bipulitura basata sull’utilizzo di batteri solfato riduttori, una procedura che ha trovato riscontri positivi anche da parte dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, uno degli istituti centrali del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il quale ha confermato come il biorestauro sia una valida alternativa ai metodi tradizionali.

Tale ricerca torna agli onori della ribalta grazie alla vittoria ottenuta dalla Dott.ssa Emanuela Lombardi, giovane biotecnologa Campana, laureatasi con lode all’Università di Roma La Sapienza e portavoce per l’Università degli Studi di Milano, in occasione della tappa triestina (20 settembre 2011) del Tour dei Mille, percorso in sette tappe (Torino, Palermo, Napoli, Firenze, Trieste, Milano e Torino) promosso da Working Capital – Premio Nazionale Innovazione, premio nato dal sodalizio tra Telecom Italia e PNICube (Associazione degli Incubatori Universitari Italiani).

Il progetto da lei presentato, dal titolo “Sviluppo di prodotti biologici, a base microbica, per il restauro di monumenti e manufatti in pietra affetti da solfatazione” infatti, ha come scopo principale la pulitura di opere lapidee, sia di grandi che di piccole dimensioni, alterate da croste di solfati e da altri depositi di sostanza inorganica indesiderata, tramite l’utilizzo microrganismi con la speranza di poter applicare, in un secondo momento, tale processo anche su cementi, malte e mattoni alterati dagli attacchi del tempo e degli agenti atmosferici.
La solfatazione, come ha spiegato la Dottoressa Lombardi, è un problema molto diffuso nelle nostre città a causa dello smog; tra gli inquinanti atmosferici di maggior rilevanza troviamo i solfati, frutto del processo di combustione e causa principale delle piogge acide. I solfati in presenza di umidità si convertono in ioni solfiti e, questi ultimi, una volta entrati in contatto con agenti ossidanti (ad esempio l’ossigeno) in ioni solfati che, penetrando nella pietra con l’umidità, hanno come esito principale l’erosione del materiale lapideo.
I metodi di pulitura tradizionali utilizzati, per lo più a base di prodotti chimici (reagenti acidi o alcalini, per citarne alcuni) o meccanici (si pensi all’utilizzo del bisturi o delle polveri abrasive), con il tempo hanno evidenziato i loro limiti: non essere selettivi con l’alterazione, attaccare oltre che il materiale da rimuovere anche la superficie di partenza (l’uso di solventi, ad esempio, può, non solo procurare cambiamenti cromatici nella roccia, ma può anche accelerarne il degrado, mentre l’uso di mezzi meccanici può provocare graffiature sulla superficie dell’opera), e per ultimo, ma non per questo meno importante, l’utilizzo da parte dell’operatore di sostanze potenzialmente pericolose per la sua salute.
Tutti questi limiti sembrano superabili con il metodo del biorestauro che, come tiene a precisare la Dott.ssa Lombardi, “è un metodo efficace, eco-friendly ed innovativo, sviluppato, brevettato e sperimentato con successo da un team di ricercatori dell’università degli Studi di Milano”.
Ma in cosa consiste questo biorestauro? In pratica non è altro che l’applicazione di batteri solfato-riduttori tramite un impacco gelatinoso, su quella parte dell’opera che appare ricoperta da una crosta nera e quindi si presenta alterata. L’impacco, che può essere lasciato agire anche tutta la notte e può essere riapplicato più volte fino ad ottenere il risultato desiderato, grazie ai batteri in esso contenuti, aggredisce il solfato presente nella crosta, eliminandola.
Ci troviamo, quindi, di fronte ad una procedura che permetterà all’uomo non solo di pulire le opere d’arte senza comprometterne in alcun modo la loro bellezza, ma, nel contempo, svolgere anche un’azione di consolidamento del marmo e del calcare, tutto questo grazie ad un progetto di ricerca che dimostra l’importanza dell’interdisciplinarietà tra i diversi indirizzi di studio per il fine comune di mantenere viva la cultura, una cultura che viene troppo spessa dimenticata. La ricerca (il futuro) si unisce ai beni artistici (il nostro passato) dimostrando quanto innovativo sia proteggere ciò che ci è stato tramandato, quanto sia fondamentale per la crescita di un Paese godere dei simboli della sua storia, testimonianza di uomini che hanno cambiato, con le loro idee e i loro progetti, il mondo.
 Non è, quindi, difficile, intravedere in questo progetto anche un preciso intento sociale: conservare il nostro passato significa avere la possibilità di garantire un futuro alle generazioni a venire, di stupirci ancora per l’immensità di un palazzo che viene riportato al suo antico splendore, di prendere atto delle grandi potenzialità date all’essere umano.

 

30 settembre 2011

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