GLASSTRESS. WHITE LIGHT. WHITE HEAT

GLASSTRESS. WHITE LIGHT. WHITE HEAT

Jaume PlensaCosa accade quando un gruppo di artisti internazionali si trova a dover lavorare in una fornace? La risposta è Glasstress. White Light. White heat, evento collaterale alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. In tre sedi differenti (Palazzo Cavalli Franchetti, Berengo Centre for Contemporary Art and Glass, Scuola Grande della Confraternita di San Teodoro) si consuma la fusione dell’arte contemporanea con il vetro, simbolo per antonomasia della città lagunare. L’arte antica vetraria, mostrandosi in vesti nuove ed inaspettate, dimostra non solo il suo profondo attaccamento al territorio, del quale è fonte di creatività unica e di sostentamento, ma anche il suo proiettarsi verso futuro, sconfiggendo il localismo che spesso e volentieri le viene attribuito.

Emerge chiaramente, in questa terza edizione, l’importanza di soppiantare la globalità effimera ed incoerente per preferire il glocal, una globalità che basa la sua stessa esistenza sul localismo con il quale entra in contatto: non un passo indietro, ma un’affermazione consapevole del proprio posto nel mondo.

I numerosi artisti coinvolti, si citino ad esempio Francesco Clemente, Ai Weiwei, Mimmo Paladino, Joseph Kosuth, si sono trovati a dover lavorare nel luogo magico per eccellenza, la fornace, entrando in contatto diretto con un materiale straordinario come il vetro, così forte e al tempo stesso così fragile, ricreando quell’attimo perfetto attraverso il quale il calore crea la forma, il soffio genera la vita, la luce spiritualizza il tutto. Nel procedimento del vetro tutti i quattro elementi vedono la loro presenza, una caratteristica che sottolineana l’ancestrale poesia nascosta in questo materiale in grado di riprodurre i molteplici riflessi del mondo che lo accoglie e circonda.

Dalle numerose opere in mostra si evince il differente carattere dei singoli artisti: l’austerità di Kosuth ritorna nella sua linea; l’eleganza di Plensa in Blake in Venice, omaggio al poeta William Blake composto da quattro tende di ottanta lettere in vetro in differenti colori che riportano un testo dell’autore; la pulizia essenziale in The Eternal Emigrant di Ilya&Emilia Kabakov, una piccola scultura di appena cinquanta centimetri raffigurante un uomo vicino ad un muro realizzata con la tecnica della cera persa.

Ilya&Emilia KabakovUn continuo ed incessante alternarsi ed sovrapporsi di luce e colore, di essenzialità ed opulenza, caratterizza l’esposizione: una molteplicità di sguardi ed interpretazioni che riflettono la molteplicità creatività insita nell’essere umano e nella natura.

Meravigliosa la scultura in vetro dedicata al Buddha opera di Joyce Scott nella quale traspare la via dell’illuminazione nel coesistere dei quattro elementi; altrettanto profonda è Chinese Scholar’s Rock di Zhan Wang, dove l’artista cerca di combinare la riproduzione delle antiche pietre cinesi dell’erudito con il ferro per ottenere una trascrizione visiva dell’unione delle diverse tradizioni religiose.

Il confronto tra la materia corruttibile e innocenza caratterizza, invece, l’opera autobiografica di Whitney Mcveigh: una carrozzina ferrosa e dai colori cupi accoglie al suo interno vasi di vetro per mostrare al mondo la purezza dei neonati e la fragilità della madre che lo accoglie.

La straordinarietà del vetro accompagna il visitatore anche negli spazi espositivi del Berengo Centre, fornace in parte adibita a spazio espositivo, dove lo spettatore ha l’occasione, oltre che di stupirsi delle opere di elevato potere suggestivo di Helen Storey con il suo Abito con Fiamma o dello psichedelico lampadario di Shih Chieh Huang, di ammirare in prima persona le diverse fasi del processo vetrario, ed in quelli della Scuola Grande della Confraternita di San Teodoro. Qui si trovano raccolte esclusivamente le opere dell’artista emergente ucraina Oksana Mas. Di grande impatto visivo ed intellettuale è, ad esempio, Quantum Prayer, riflessione sul potere spirituale insito nella sorgente creativa interiore, interpretabile come via preferenziale per il proprio perfezionamento.

Glasstress. White Light. White heat diventa, allora, lo sforzo tangibile e creativo di riprodurre in vetro la frammentarietà delle ricerche spirituali umane: i suoi tentativi di elevarsi, di trovare una risposta, di convivere con la fragile caducità che lo caratterizza. Si spiega in quest’ottica il titolo, l’interesse per la purezza rappresentata dal candore (white) trasposto in due precise variabili: la luce (light), simbolo per antonomasia della perfezione e pace intellettuale ed spirituale, e il calore (heat), espressione del sentimento e dell’emotività, ambedue caratteristiche del vetro e dell’essere umano.

Didascalia immagini.

Jaume Plensa, Blake in Venice, 2013, vetro di Murano e acciaio inox, dimensioni variabili 3.

Ilya&Emilia Kabakov, The Eternal Emigrant, 2013, vetro, cm 51x35x2

 

Scheda tecnica.

GLASSTRESS. WHITE LIGHT / WHITE HEAT, a cura di Adriano Berengo e James Putnam, fino al 24 novembre 2013.

Tre sedi

– Palazzo Cavalli–Franchetti / Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti Campo S. Stefano, 2847 | Fermata Accademia

Berengo Centre for Contemporary Art and Glass Campiello della Pescheria, Murano

– Scuola Grande Confraternita di San Teodoro San Marco, 4810 | Fermata Rialto

Orari tutti i giorni dalle 10 alle 18 per le tre sedi

Ingresso unico per le tre sedi: intero euro 10 – ridotto euro 8 per gruppi, over 65 e bambini.

Catalogo con testi di Adriano Berengo, James Putnam, Frances Corner.

di Giulia Jurinich

25 agosto 2013

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