La perdita: un viaggio di andata e ritorno. Intervista a Roberto Venturini.

La perdita: un viaggio di andata e ritorno. Intervista a Roberto Venturini.
Roberto Venturini Fonte https://www.facebook.com/SEMLibri

Abbiamo intervistato Roberto Venturini, soggettista e sceneggiatore della web series Tutte le ragazze con una certa cultura hanno almeno un poster di un quadro di Schiele appeso in camera, che in questi ultimi tre anni ha lavorato sul romanzo L’anno che a Roma fu due volte Natale, pubblicato con la casa editrice SEM e candidato tra i dodici finalisti del Premio Strega. Roberto ha da poco partecipato al festival di letteratura Collision, tenutosi a Roma all’inizio di giugno, e si è reso gentilmente disponibile a parlare un po’ di sé e della sua nuova opera.

Intanto piacere di conoscerti. Grazie per aver accettato l’incontro. Per cominciare, ci puoi raccontare il percorso che ti ha portato alla scrittura?

Allora, da piccolo ero un ragazzino che stava sempre zitto e ascoltava molto, la mia famiglia invece era quasi completamente composta da ottimi oratori. Nonostante non fossero culturalmente preparati erano dei grandissimi narratori di storie, più o meno vere, poi vai a sapere. Ad un certo punto ho esorcizzato questo mio mutismo con la scrittura, era il medium ideale per far tacere un attimo gli altri e parlare io. Poi il percorso è stato quello praticato dai più. Innamorato della letteratura ho fatto il classico, poi Lettere a La Sapienza, dove ho seguito molti corsi di scrittura creativa, che non mi sono serviti praticamente a nulla, se non a esercitare la scrittura. Dopodiché ho sempre scritto poesie fino a quando ho scoperto, grazie ad una professoressa che mi ha illuminato, il movimento cannibale, che sdoganava gli scrittori degli ultimi anni ’80. Preparando quell’esame mi sono avvicinato a scrittori come Ammaniti, Aldo Nove, Scarpa, la Santacroce e così via. Mi sono innamorato di quella scrittura e quella è stata la svolta.

Qual è stato il tuo esordio da scrittore?

Tutto è cominciato con un raccontino pulp, che ha partecipato alla rassegna Roma noir ed è stato pubblicato sulla rivista Il paradiso degli orchi. Un regista che usciva dalla Nut, una scuola di cinema, ne fece un corto. Contestualmente è scoppiato il fenomeno delle web series e lui mi ha chiesto di scrivere la sceneggiatura. Così sono passato dalla scrittura breve a quella per i contenuti audiovisivi.

Venturini Roberto, scrittore © 2021 Giliola CHISTE’.

Per quanto riguarda le scuole di scrittura creativa, visto che le hai indirettamente citate poco prima e ormai sono diventate particolarmente allettanti per chiunque si avvicini alla scrittura, puoi dirmi personalmente cosa ne pensi?

Credo che allenare (scusami se ti tedio con questo termine) l’esercizio della scrittura è sempre importante. Però è evidente che la creatività e il talento o ce l’hai o non ce l’hai. A me ad esempio è servita tantissimo l’esperienza della scrittura per i contenuti audiovisivi, in quanto lo “strutturare” è fondamentale. Per chi scrive un romanzo l’80 per cento è strutturare e fare ricerca, poi il 20 percento consiste nella creatività. Non è una verità assodata, ma per me funziona così: dentro la gabbia della struttura ho la massima libertà. Citando quel meraviglioso sceneggiatore che è Leo Benvenuti, che fa dire ad Alberto Sordi “quando si scherza bisogna esse seri”, una storia, soprattuto quando è surreale come la mia, deve poggiare necessariamente su una struttura solida, altrimenti prenderebbe una strada vicina al macchiettistico e al ridicolo.

Infatti il tuo romanzo è diviso per certi versi in maniera classica.

Sì, drammaturgicamente parlando sono tre atti e un finale, come un lungometraggio. Ma come qualsiasi cosa che si racconta. Anche cosa si è fatto durante una giornata si racconta sempre in tre atti, la struttura è quella.

Tu sei nato e cresciuto a Roma, giusto?

Sì, esattamente.

Ti faccio questa domanda da romano. Come ti rapporti con questa città?

Roma continua ad essere un’arena in un certo senso facile da raccontare. Per un romano è la cartina tornasole del paese: racchiude in piccolo tutti i tic e i difetti della nazione. Nel mio romanzo ho fatto quest’ulteriore operazione, cioè raccontare una porzione del litorale romano che mantiene in piccolo i pregi e i difetti di Roma. Come vivo questa città? Io la amo in maniera viscerale e allo stesso tempo mi fa tristezza, come mi fa tristezza Torvaianica, il luogo dell’anima della mia infanzia. Io ricordo Roma negli anni dell’Università come una città divertente, dove c’era un tenore di vita decisamente alto, mentre adesso, a bocce ferme possiamo dirlo con una certa sicurezza, è una città dove il tenore di vita è bassissimo, una città che si è incattivita. Roma rimane una città meravigliosa, con del potenziale, ma quando tutto intorno è degrado, la bellezza non basta per la sua fruizione. Quindi Il mio rapporto con la città è come quando guardi una persona che stimi fare una cazzata e la guardi con gli occhi dell’occasione persa. Roma per me è una grande occasione persa e questa è anche una tematica che torna nel mio romanzo.

In che modo torna nel romanzo?

Io principalmente parlo e ricostruisco quelli che sono stati gli ultimi venticinque anni di una favola realizzata grazie a Ugo Tognazzi e al torneo di tennis Lo scola pasta d’oro. Torvaianica fino agli anni ’50 era una riserva naturale, dove si erano accampati abusivamente i pescatori che venivano da Minturno. Grazie a Ugo Tognazzi, che ha fondato Torvaianica un po’ come Enea fece con Roma, gli autoctoni aggrappandosi alle reti del campo da tennis avevano l’opportunità di vedere giocare Anthony Quinn e Pier Paolo Pasolini, contro Scola e Mastroianni. Però una volta morto Tognazzi, quindi parliamo inizi anni novanta, questa fiaba, come tutte le cose belle, finisce e spenti i riflettori del campo da tennis il territorio è ritornato nel degrado. Una volta che muore l’erede e lascia tutto allo stalliere, inizia la speculazione edilizia. Per cui, contestualmente al degrado del nucleo famigliare che vado raccontando, seguo passo passo l’occasione persa del territorio. Torvaianica è a tutti gli effetti personaggio.

Nel romanzo c’è una lunga digressione in cui partendo dal Bar Vanda racconti la storia di Torvaianica fino ad arrivare ai giorni nostri. Il bar è stato un luogo emblematico per cogliere i cambiamenti del territorio?

Sì, Il Bar Vanda è il cronòtopo più rappresentativo. Tra le foto appese alle spalle della barista c’e ancora quella di lei che serve il caffè a Monicelli, mentre oggi è diventato il punto di raduno dell’attuale fauna del territorio, che sono prostitute, prostituti, viados, transessuali ecc. In piccolo, il bar Vanda è un cronòtopo di quello che è successo al territorio.

Come sono nati i personaggi del tuo romanzo, Marco, Alfreda, Er Donna e Carlo?

Guarda, come ti dicevo, grande protagonista insieme agli altri personaggi primari è il territorio. A livello narratologico sia Carlo che Er Donna sono i miei due grandi oblò, i miei due affacci. Carlo sul passato, perché racconta di quella che è stata la prima comunità che ha fondato la civiltà di Torvaianica, ossia i pescatori di Minturno, quindi è il detentore della memoria storica del territorio. Invece Er Donna rappresenta la finestra sul presente. Lui è il più rappresentativo dei nuovi coloni, della fauna che attualmente abita il territorio. Quindi questi due personaggi li ho pensati in virtù del fatto che volevo raccontare il territorio.

Roberto Venturini Fonte https://www.facebook.com/SEMLibri

Invece chi sono Alfreda e Marco?

Alfreda e Marco sono un po’ la via di mezzo. Io amo i romanzi sulla crisi della borghesia ma diciamo che non conosco appartenenti a famiglie borghesi; quello che mi sembrava più semplice raccontare è stato ciò che ho visto con i miei occhi, ossia la crisi del ceto medio. Il mio nucleo famigliare appartiene a tutti gli effetti a quel ceto medio che per vent’anni, trent’anni della storia del nostro paese, ha avuto un tenore di vita decisamente più che dignitoso, poi, con la crisi economica, è bastato l’accidente (scusami questa parola brutta ma efficace), ossia la morte dei uno dei componenti, a mandarla in crisi, sia economicamente che per altre cose. Con Alfreda e Marco ho voluto raccontare la crisi del ceto medio.

È interessante che nel tuo romanzo questa caduta sia anche rappresentata attraverso una sfilza di oggetti rimasti ad ammuffire nella casa di Alfreda.

Le buone cose di pessimo gusto, mi verrebbe da dire.

Tra l’altro nella tradizione letteraria italiana e francese degli anni ‘80, ci si erano soffermati in molti, per raccontare un’epoca di cambiamenti economici.

Guarda, veramente da cinghiale, visto che ti ho parlato del mio amore viscerale per la letteratura giovanile degli anni ’90, ti direi soprattutto anche i Cannibali. Se pensi a Woobinda di Aldo Nove ma anche in Tutti i sensi come l’amore di Simona Vinci, il riferimento alla lingua delle merci, agli oggetti e alla pubblicità è costante.

Anche nel tuo romanzo fai spesso riferimento alle pubblicità. Che significato hanno all’interno della storia?

Io volevo che i miei protagonisti fossero dei nostalgici. Però attenzione, non dei retromaniaci, che è una roba completamente diversa. Tra l’altro sono dei nostalgici con accezioni diverse: se Alfreda sviluppa un disturbo dell’umore, dato dall’accumulazione seriale rispetto al suo essere imbrigliata in un passato che non c’è più e che la invalida, Marco è un nostalgico nell’accezione positiva del termine, nell’accezione junghiana direi. Lui è colui il quale dal ricordo del passato trae l’energia che lo aiuta a ridefinire se stesso. Peccato che Marco ha un grande impedimento, ossia diventa il genitore di sua madre. Allora che fanno i nostalgici? Del passato recuperano l’immaginario. L’immaginario del mio protagonista è legato al linguaggio delle merci, agli spot televisivi, ai film anni ottanta, alla musica. Paradossalmente quest’immaginario diventa paradigma di quello emotivo. Ti faccio un esempio da cinghiale, per Marco lo spirito del Natale viene rievocato grazie alla pubblicità della Coca Cola! In altre parole, ognuno di noi ha legato un periodo della propria esistenza a quell’immaginario. La mia generazione, ma non solo, da quando è nata la televisione, ha subito il fenomeno del palinsesto, che ha generato un materiale testuale e delle immagini largamente condivise, una sorta di esperanto plurigenerazionale. Oggi sarebbe impossibile una cosa simile, perché con le varie piattaforme il palinsesto uno se lo crea per conto proprio e non condivide come prima questo patrimonio subculturale.

Oltre ai protagonisti principali, c’è un proliferare di altre figure, sia presenti in carne ed ossa o che entrano in scena attraverso il racconto dei personaggi, dando al romanzo un aspetto corale. Hai cercato una voce plurima, che andasse oltre al nucleo principale della storia?

È assolutamente un romanzo corale. Io ho trovato per una sorta di congiuntura astrale questa arena ideale che è Torvaianica, perché come ti ho detto ha una storia particolarissima. Negli anni ’70 è stata anche un res nullius per quelli che io chiamo i Birbaccioni, che da Roma si andavano a rifugiare in quella parte del litorale. All’epoca era assolutamente normale che in un bar si incontrassero per fare colazione insieme, appartenenti alle Br e appartenenti dei Nar. Visto che Torvaianica è personaggio, queste realtà avevo l’esigenza di raccontarla. Inoltre mio nonno comprò casa là negli anni 60 e questi personaggi io li ho conosciuti: il travestito che aveva una figlia con una prostituta, oppure il marito di Vanda con la celtica al collo preoccupato che i figli delle prostitute facessero colazione e se li caricava sul furgoncino per accompagnarli a scuola, io li ho conosciuti. Quindi questa umanità che deflagra nell’emarginazione l’ho toccata con mano. Non ti nego il fatto che a volte ho dovuto mitigare la componente surreale della realtà con la finzione letteraria, perché sarebbe stato troppo.

Infatti tu hai definito il tuo romanzo come surreale, però allo stesso tempo ha molte digressioni realistiche e storiche. Come mai lo definisci in questo modo?

Surreale per il nodo narrativo inferiore, ma pur sempre importante, del ratto della salma di Raimondo Vianello e per il disturbo del sonno di Alfreda, in cui le appare Sandra Mondaini. Questa è stata la parte più complicata in assoluto. Paradossalmente è nelle apparizioni della Mondaini che si raggiunge il punto massimo di drammaticità. Perché la Mondaini che appare ad Alfreda non è quella degli sketch comici, ma la donna distrutta per la separazione dal marito. Per questo la definizione di surreale. Poi, che ci sia anche un elemento di neorealismo fenomenico, è innegabile.

Un’altra cosa che ti volevo chiedere riguarda il linguaggio. Nelle tue descrizioni fai un attento uso di termini e definizioni scientifiche molto particolareggiate. Come mai?

Questa è una mia perversione personale. Anche nel mio gruppo d’amici faccio spesso l’anamnesi dei traumi. Comunque rientra sempre nella grammatica del grottesco, cercare di creare un espediente ironico parlandone in maniera seria, magari riuscendo a strappare una risata.

Ad ogni modo mi sembra un romanzo con una forte ricerca extratestuale, giusto?

Una cosa che mi è piaciuta molto è che ho fatto un lavoro di ricerca enorme. Ad esempio il fenomeno delle paralisi del sonno, che io stesso ho avuto, l’ho studiato in maniera approfondita con testi di natura scientifica. Quando c’é una componente surreale, se non la si poggia su una base scientifica è un attimo che si sfocia sul macchiettistico. Un altro espediente che mi ha portato via tantissimo tempo è stato capire perché a Torvaianica non si parli mai di mafia. C’era il detto: vacce a litigare con i pescatori di Minturno. Mi sono andato a rileggere gli articoli di cronaca degli ultimi vent’anni ed è uscito fuori che Torvaianica è a tutti gli effetti una torretta della mafia su Roma. Infatti hanno sempre governato i Catanesi, legati al clan Santapaola tramite i due fratelli Fragalà. Insomma c’é un’infiltrazione mafiosa a tutti gli effetti e bisogna andare oltre al luogo comune che i pescatori di Minturno sono intoccabili. Poco dopo l’uscita del libro è stato freddato un albanese nello stabilimento accanto al mio. Non sono cose che succedono a caso.

Per quanto riguarda il ruolo del narratore, mentre i personaggi hanno un linguaggio molto vicino al parlato, la sua voce ha varie declinazioni, a volte usa termini tecnico-scientifici molto accurati, mentre in altri momenti si avvicina al parlato. Mi ha ricordato lo sforzo stilistico degli americani di inizio secolo scorso nel trovare un proprio linguaggio. Hai cercato un avvicinamento alla letteratura americana?

Ovviamente quando si parla di marginalità non può che esserci Pasolini, anche se in lui la voce narrante è ben distinta dal regionalismo dei personaggi. Io amo terribilmente Basile, perché usa una voce narrante sporcata dal dialetto. Quindi ho cercato di trovare una via di mezzo. Per quanto riguarda gli autori americani, io ne sono un fruitore enorme. I miei protagonisti sono una sorta di dickensiani, hanno una componente molto forte di immobilismo; hanno ciò che Amy Hempel, mio riferimento assoluto, chiama Ragioni di vivere. I miei protagonisti hanno delle piccole ragioni per vivere. Un’altra grande autrice americana e mio punto di riferimento è Dawn Powell, che scrive quel romanzo meraviglioso che è Gabbie per amanti, definizione che io ho usato per il villino-spazzatura di Alfreda, visto che ingabbia i protagonisti paradossalmente in dinamiche amorose, in quelle dinamiche famigliari che imprigionano e soffocano. Poi da amante della letteratura italiana giovanile degli anni 90, Ammaniti c’é sempre.

Per quanto riguarda Marco, nell’immobilismo dickensiano di cui mi hai parlato, lui vive anche una condizione di disagio con i suoi coetanei. Non a caso si trova bene in quella particolare terna composta da lui, Er donna e Carlo.

Allora, il romanzo in qualche recensione (ora non ricordo quale), è stato definito psico-pop. Perché oltre alla malattia di Alfreda, che nasce da una perdita, di riflesso Marco ha un problema simile, è un dismorfofobico. Anche lui, come la madre, subisce una perdita e da quel momento non riconosce più il suo corpo, sviluppando difficoltà ad interagire con gli altri. Un po’ tutti i personaggi hanno una componente di disagio che li accomuna.

Infatti c’è una certa complicità nella loro lotta per la sopravvivenza.

Sono tutti segnati da delle perdite. Per questo ti dico che la tematica centrale del romanzo è quella di una perdita.

Però nel finale riescono a ritrovare un loro ricongiungimento, un nuovo equilibrio.

In parte riescono simbolicamente a ricongiungersi. La storia comincia nel mare e finisce nel mare e i personaggi riescono a trovare una loro miserrima redenzione.

È anche un finale che resta aperto, però. Non conosciamo quale sarà il destino dei personaggi.

Con la barca possono scappare. Ma io faccio presente che anche loro potrebbero finire in mare. In virtù del fatto che ormai dobbiamo guardare necessariamente anche alle serie televisive, siamo abituati ai finali aperti di fine stagione, e sinceramente a me non dispiacciono. Mi piaceva lasciare al lettore l’intenzione del finale.

Ci avviciniamo alla conclusione dell’intervista. Volevo chiederti se avevi letto l’ultimo libro di Siti, Contro l’impegno. Cosa ne pensi?

No, ma lo voglio leggere. Ho sempre seguito Siti, è un personaggio meraviglioso. Sono un po’ contro agli scrittori che dicono di voler fare solo romanzi che abbiano una valenza politica. E a me viene da ridere, perché già l’atto della scrittura è un atto di militanza. Paradossalmente, durante il ventennio fascista, la letteratura per l’infanzia ha fatto più denuncia degli articoli di giornale o di altra letteratura. Ecco, mi piaceva che anche questo romanzo fosse una favola nera, una favola pescatoria.

Certo. Ti chiedevo di Siti perché, detta in breve, riflette su un tipo letteratura che cerca di andare incontro al lettore offrendo risposte.

Sì, lui faceva riferimento ad alcuni scrittori. Si sta un po’ smettendo di raccontare delle storie, secondo me. Perché poi la letteratura è questa, non dovrebbe darti delle risposte ma inocularti qualcosa di vicino ad una domanda. Le risposte le danno i reportage, la saggistica, ma non la letteratura.

Infatti il giornalismo si occupa di riportare informazioni già codificate, mentre la letteratura dovrebbe lavorare su un fondo di “mistero”.

Tornando sempre a Ugo Tognazzi, rivendico il diritto al cazzeggio. Per me la vittoria di entrare nella dozzina dello strega è di aver portato una storia in cui il nodo narrativo è il ratto della salma di Raimondo Vianello. Per me questo è già una conquista.

A proposito, cosa ne pensi dei premi letterari in Italia? Alcuni li criticano perché stimolano a produrre un genere di romanzo con scopi concorsuali, per cercare di entrare a far parte della cerchia dei premi letterari.

Posto che non ho scritto niente di rivoluzionario, una storia come la mia, proposta da un totale sconosciuto e da una piccola casa editrice, ti fa capire che quest’anno le proposte erano abbastanza eterogenee, no? Mi sembra di capire che spesso la candidatura allo Strega logora chi non c’e l’ha. Visto che ce la meniamo da anni e anni che il mondo dell’editoria sta morendo, vivaddio che questi premi danno un minimo di visibilità alle opere e alla letteratura. Tanto il nostro è un mondo fatto di bolle. Come dice Siti, ci sono scrittori accomunati dal fatto che utilizzano la lingua dell’editorialese, ma esistono anche tantissime bolle che io definisco del celodurismo, scrittori che fanno a gara a chi vuole strafare con l’utilizzo dello stile, non rendendosi conto che poi uno scrive anche per il lettore. Magari loro riescono a parlare ad un pubblico di persone con il loro stesso background, le loro stesse conoscenze, la loro stessa concezione di letteratura, ma anche in questo caso è un parlarsi in una bolla. Continuo a dirti che per me è un mito Ammaniti. Lui è quello che ha rotto la bolla della gioventù cannibale aprendo al grande pubblico. Per me è lo scrittore più rappresentativo di oggi, insieme alla Ferrante.

Tu cosa cerchi nella letteratura? Cosa vorresti che emergesse dalla tua scrittura?

Sarò un cinghiale a dirlo ma io cerco anche l’intrattenimento, nell’accezione positiva del termine. Mi sto appassionando sempre di più alle storie. Ho amato terribilmente il libro della Ciabatti, però inizio ad avere un po’ un rifiuto per l’esercizio di scrittura. Per me, una delle cose più significative uscite al momento, è stato Sangue di Giuda di Cristiano Gala, così come il libro di Remo Rapino. Questi due hanno una caratteristica in comune, l’utilizzo del dialetto. Bisogna cercare di sporcare il linguaggio, non se ne può più di leggere quei libri dove c’é un italiano che non risponde più alle trasformazioni della lingua.

Penso che l’intrattenimento abbia varie sfumature. Un tempo il raccontare era anche un intrattenersi e uno scambiare esperienza. Umberto Eco ha più volte sottolineato come la Divina Commedia all’epoca fosse un bestseller. Quindi in parte sono d’accordo con te. Ma oggi l’intrattenimento ha una forza omologatrice che invade più zone del raccontare. Dopotutto, anche la pubblicità e il giornalismo sono sempre a caccia di storie e la letteratura è chiamata ad uno sforzo sempre più dispendioso per riuscire a distinguersi.

Certo, cerco infatti l’intrattenimento nel senso più alto.

Per conclude il nostro incontro. Che cosa ti ha lasciato l’esperienza di scrivere questo romanzo?

Citando Dickinson: “è stato un percorso lento e circospetto, le stelle sopra di me, sentivo il mare intorno”. Sono stati tre anni faticosi. Per me la scrittura è tanto identitaria da non riuscire a scinderla dalle altre cose. Ho avuto problemi a fare altro in questi tre anni, che non fosse scrivere. Poi le bollette le devi pagare, quindi lavori e tutto il resto, ma se mi chiedessero: tu che hai fatto in questi tre anni? Io rispondo: ho scritto.

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