Addio a Carla Fracci: eterna e meravigliosa icona della danza.

Addio a Carla Fracci: eterna e meravigliosa icona della danza.

Ha onorato l’Italia con le sue doti straordinarie”. Così il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, commenta la scomparsa, esito di una lunga malattia, della ballerina Carla Fracci, étoile nel 1958 del Teatro alla Scala e da lì partita alla conquista dei teatri del mondo. 84 anni spesi, quasi per intero, per la danza. L’espressione di un cordoglio cui si è unito l’intero mondo della cultura italiano, ma anche il pubblico del balletto, soprattutto della generazione che proprio con lei e grazie a lei si è appassionata a questa forma d’arte.

E di onore ha parlato anche Riccardo Muti che con lei aveva lavorato alla Scala, ricordandola come “grande figura di artista che ha onorato l’Italia e che rimarrà nella storia della danza e del teatro“. Apprezzata ed amata all’estero – “prima ballerina assoluta” per il New York Times che così la definisce nel 1981 – Carla Fracci ha avuto infatti il merito di rendere popolare la danza classica, cercando di avvicinarla a tutti, la prima a portare la danza in tv nel 1967 con Scarpette rosa di Vito Molinari. La danza, di cui è diventata poi icona assoluta di grazia e leggerezza, il suo volto perfetto per i tanti personaggi romantici interpretati.

Le radici milanesi, mai estirpate

Nata nel 1936 a Milano, figlia di un autista di tram. “Addio tranvierina, i tranvieri ti ringraziano”, così inizia il comunicato con cui l’associazione dei lavoratori Cobas ha espresso il proprio cordoglio per la morte di Carla Fracci. A dieci anni inizia a studiare nella Scuola di Ballo della Scala fino al diploma nel 1954, da quel momento la sua ascesa non si è mai fermata, una carriera cui ha affiancato da sempre e fino all’ultimo l’insegnamento. Il danzare, per lei, una missione, verso cui fare proselitismo.

Danzerà in diverse compagnie straniere, il London Festival Ballet, il Royal Ballet, lo Stuttgart Ballet, il Royal Swedish Ballet, l’American Ballet Theatre e dagli anni ’80 dirigerà il corpo di ballo del San Carlo, poi dell’Arena di Verona, infine dell’Opera di Roma fino al 2010.

Immancabile alle Prime, sempre vestita di bianco, autorevole musa e spettatrice attenta, per Manuel Legris, direttore del Corpo di ballo della Scala, l’uscita di scena della ballerina “lascia stupiti, in punta di piedi come Giselle, spirito che resta con noi, riempie le sale ballo, il palcoscenico e i nostri cuori, come la sua energia mai sopita, che ci ha catturato e affascinato quando è tornata a riabbracciare il Teatro e i suoi artisti“. E proprio alla Scala è stata allestita, un privilegio accordato a pochi, la camera ardente dove riceverà i suoi ultimi applausi. La camera ardente per Carla Fracci sarà aperta venerdì 28 maggio dalle ore 12 alle ore 18 presso il foyer del Teatro alla Scala.

Fracci-Giselle.

Vero e proprio alter ego della ballerina è il personaggio di Giselle. Lo interpreta per la prima volta alla Scala in sostituzione di Liane Daydé, che si era ammalata. Il caso o il fato. Al teatro milanese era presente Anton Dolin, ballerino e coreografo britannico, che l’anno dopo la chiamò a Londra per lo stesso ruolo che aveva portato in scena solo quella volta. Aveva 18 anni. Fu un trionfo e da allora il termine Fracci-Giselle ha indicato una sola cosa.

E proprio a Giselle la ballerina aveva da ultimo dedicato lo scorso gennaio una Masterclass alla Scala, distribuita poi in streaming dai canali social del teatro e confluita nella docu-serie Corpo di Ballo di Raiplay e Rai5. L’aveva invitata a tornare il direttore del corpo di ballo Legris, affinché preparasse le coppie di interpreti di Giselle, Nicoletta Manni con Timofej Andrijashenko e Martina Arduino con Claudio Coviello nei loro ruoli.

Il balletto in due atti Giselle debutta il 28 giugno 1841 nel prestigioso Théâtre de l’Opéra di Parigi. Autore del libretto, Théophile Gautier, che lo scrisse ispirato dalla leggenda delle Villi, spiriti della tradizione slava simili agli Elfi. Musicato dal compositore Adolphe-Charles Adam, è considerato uno dei capolavori assoluti del balletto classico. Dal suo primo debutto, Giselle non ha mai lasciato i teatri del balletto.  Personaggio romantico per eccellenza, Carla Fracci lo rese moderno, lasciando a Giselle i capelli sciolti sulle spalle, vestendola di un impalpabile tutù, regalando al suo sguardo un’inquietante fissità. Le sue interpretazioni nel ruolo restarono nella storia del balletto, complici anche i grandi ballerini che l’hanno affiancata, da Erik Bruhn a Rudolf Nureyev, da Baryshnikov a Paolo Bortoluzzi.

Ètoile

Carla Fracci era una stella. Lo rivelavano non solo il suo successo e la sua fama mondiali, ma il palcoscenico, la distanza suggerita dal suo aspetto etereo ed evanescente, la sua quasi innaturale leggerezza, il pallore luminoso del suo volto, quella grazia mai disgiunta dal suo nome e dal suo ruolo di danzatrice romantica. Eppure, chi ha lavorato con lei ne ricorda in queste ore piuttosto la capacità di duro lavoro, la sopportazione della fatica con tenacia e caparbietà, la forza di volontà nella quotidiana routine fisica dell’allenamento e delle prove prima, dell’insegnamento poi.

Non si limitava a provare davanti ad uno specchio, ma viveva immersa nella vita della società italiana cui ha regalato negli anni una militanza politica e sociale, poi un costante impegno verso i giovani, ai quali trasmettere le sue idee sullo spettacolo e sulla ricerca dello stile e dell’adesione psicologica alle vite dei personaggi interpretati.

Si librava leggera sulle punte delle sue scarpette eppure restava anche lì, ben piantata coi piedi per terra. La danzatrice stanca eroina romantica e moderna, in bilico tra sogno e realtà. È il titolo della poesia che le dedicherà Eugenio Montale nel 1969, prima del suo ritorno sul palcoscenico dopo la maternità.

La Danzatrice Stanca

Torna a fiorir la rosa
che pur dianzi languia…
Dianzi? Vuol dire dapprima, poco fa.
e quando mai può dirsi per stagioni
che s’incastrano l’una nell’altra, amorfe?
Ma si parla della rifioritura
d’una convalescente, di una guancia
meno pallente ove non sia muffito
l’aggettivo, del più vivido accendersi
dell’occhio, anzi del guardo.
È questo il solo fiore che rimane
con qualche metro d’un tuo dulcamara.
A te bastano i piedi sulla bilancia
per misurare i pochi milligrammi
che i già defunti turni stagionali
non seppero sottrarti. Poi potrai
rimettere le ali non più nubecola
celeste ma terrestre e non è detto
che il cielo se ne accorga basta che uno
stupisca che il tuo fiore si rincarna
si meraviglia. Non è di tutti i giorni
in questi nivei défilés di morte.

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