La comunicazione interculturale: perché non basta conoscere le lingue

La comunicazione interculturale: perché non basta conoscere le lingue
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La comunicazione interculturale è un volume dall’impianto scientifico realizzato da Paolo Ernesto Balboni, linguista italiano che si occupa da quarant’anni di promozione dell’italiano nel mondo, e da Fabio Caon, insegnante di Didattica della comunicazione interculturale alla Ca’ Foscari di Venezia e direttore dell’omonimo Laboratorio dell’ateneo.

Il testo è stato pubblicato per la prima volta da Marsilio editori nel marzo 2015 ed in seguito arricchito di nuove categorie in cui le abilità relazionali divengono il fulcro nodale per orientarsi in un mondo sempre più complesso e dinamico come quello delle relazioni interculturali ed internazionali.

Il tema è attuale ed estremamente interessante; apre gli occhi su problematiche che ci riguardano da vicino e che spesso diamo per scontate.

Sebbene si tratti di un volume di glottodidattica (la scienza che studia l’educazione linguistica), l’esposizione lineare ed il linguaggio semplice e scorrevole offrono al lettore non accademico la possibilità di compiere un viaggio tra lingue e culture diverse, riflettendo anche sui tabù.

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Scambiare messaggi efficaci

I due autori presentano un modello di competenza comunicativa che integra la padronanza delle competenze relazionali, il possesso delle abilità fondamentali (lettura, scrittura, ascolto) e la capacità di “fare lingua”; l’equilibrio di queste componenti permette di agire efficacemente in situazioni che prevedono l’interazione fra membri di culture diverse.
Ma cosa vuol dire comunicare?

La comunicazione è un atto volontario che mira a raggiungere un obiettivo, mentre l’informazione è involontaria, è un fatto costituito da sintomi quali il rossore, il sudore, il tremito, che informano l’interlocutore del nostro stato d’animo. La comunicazione è poi uno scambio, un mettere in comune non solo parole ma anche messaggi, cioè insiemi complessi di lingua verbale e di linguaggi non verbali (gesti, grafici, icone).

Infine la comunicazione è perfetta quando lo scambio fa sì che ciascuno raggiunga il suo scopo.

La comunicazione interculturale non è una disciplina che si può insegnare, ma ci si può attenere ad un modello per imparare ad osservare la comunicazione in ambienti interculturali. Si può costruire una cultura mediante lo sviluppo di abilità relazionali, di un atteggiamento interculturale, di una disponibilità alla differenza e di una sensibilizzazione emotiva al fenomeno.

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Discrepanze tra culture

La lingua è il principale strumento comunicativo dell’uomo, ma non è l’unico.

Si comunica con il corpo e le sue posture, con i gesti, le espressioni, gli oggetti e i vestiti che indossiamo etc… Viviamo in un reticolo informativo e comunicativo. Ciascuno di questi linguaggi verbali e non verbali può provocare incidenti comunicativi laddove ciò che è accettabile o funzionale in una lingua/cultura non lo è nell’altra.

 

“In Occidente guardare l’interlocutore negli occhi (ma non sempre in Germania) è in genere ritenuto un segno di franchezza, ma in molte culture, ad esempio in estremo Oriente e nei paesi arabi, il fissare un uomo dritto negli occhi può comunicare una sfida, mentre se si fissa una donna si comunica una proposta erotica […] gli occhi abbassati, quasi chiusi in una fessura, in Europa significano disattenzione ma in Giappone possono rappresentare una forma di rispetto: si comunica che l’attenzione è massima, che non si vuol correre il rischio di distrarsi”.

 

O ancora:

“Esprimere emozioni, sensazioni e giudizi con la mimica facciale è una cosa “ovvia” nell’Europa mediterranea, in Russia e nell’area latina dell’America; ma in Europa settentrionale ci si attende che queste espressioni siano controllate e in Oriente esse sono poco usate, tanto che si educano i bambini sin da piccoli ad una certa imperscrutabilità […] in alcune culture è richiesto soprattutto alle donne di essere impassibili; in Cina spesso la donna che sorride si copre la bocca”.

 

Gli esempi di questo tipo sono numerosi e non mancano le descrizioni di situazioni concrete derivate dallo scontro-incontro fra culture differenti.
Quali sono, dunque, i requisiti per una rispettosa ed attenta comunicazione interculturale?

In primis occorre abbandonare una prospettiva etnocentrica, ossia allontanarsi dall’idea che la nostra cultura sia quella superiore e dominante. In secundis bisogna sviluppare le abilità relazionali: saper osservare i fenomeni culturali e sospendere il giudizio se non si possiedono gli strumenti adatti per poter valutare correttamente. Dobbiamo sviluppare la capacità di convivere con il “disagio dell’incertezza, di sopportare l’esplorazione prolungata e paziente”, perché solo in questo modo potremo evitare le forme pregiudiziali del pensiero.

Infine tra i temi investigati dai due autori particolare attenzione è riservata all’empatia, ossia la capacità di partecipare attivamente all’emotività dell’interlocutore, e all’exotopia, la facoltà di riconoscerci diversi dagli altri e al contempo di riconoscere e comprendere la diversità.

 

 

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