Stasi Frenetica al MAO. Le mille e una visione della creatività orientale contemporanea.

Stasi Frenetica al MAO. Le mille e una visione della creatività orientale contemporanea.

Riaprono i musei nelle zone gialle e finalmente siamo pronti a riempire con vorace bisogno di bello gli spazi della cultura lasciati vuoti durante questo periodo. A Torino nel novembre dell’ormai anno passato era stata interrotta bruscamente la settimana dell’arte contemporanea lasciando in sospeso l’appuntamento di Artissima e tutte iniziative che il festival è solito proporre. Ora che i musei sono stati decretati luoghi di non così tremendo contagio, le porte si sono riaperte anche per Artissima Unplugged. Nonostante il festival si svolga solitamente in un unico spazio, l’edizione 2020 era stata pensata diversamente, “diffusamente” secondo l’idea che al posto di tanti stand in un unico luogo le opere sarebbero state ospitate in diversi spazi espositivi della città. Per l’occasione la GAM, il Palazzo Madama e il MAO, ergo il circuito della Fondazione Torino Musei, accoglie tre diverse stazioni di un’unica mostra intitolata Stasi Frenetica e curata da Ilaria Bonacossa, la direttrice del festival.

Sapientemente progettata in stretto dialogo con le gallerie coinvolte, l’esposizione diffusa espone un corpus di lavori provenienti dagli spazi partner della fiera proponendosi di promuovere l’arte contemporanea, la sua conoscenza ed in suo mercato secondo una modalità più ardita, ma decisamente più affascinante che mostri, oltre alla valenza di un progetto culturale ormai consolidato, anche il suo debito nei confronti della storia, del passato e del patrimonio artistico che ci appartiene.

Stasi Frenetica nasce proprio dall’incontro tra artisti, gallerie e modi del contemporaneo con le collezioni di arte antica, orientale, moderna della città.

Alla base di questa proposta di ricerca di fils rouges perdus vi è un invito a riflettere circa la velocità del cambiamento che caratterizza l’epoca contemporanea: il richiamo alla temporalità si connette alla necessaria e personale revisione che ciascuno dovrà effettuare sul periodo di chiusure e aperture vissuto nell’ultimo anno. Inoltre la mostra chiama a gran voce una riflessione su quanto l’arte e la cultura debbano continuare ad essere testimonianza viva del cambiamento e dell’evoluzione strutturale dell’uomo.

 

Adeela Suleman, Untitled, 2010, Particolare

 

In merito a questa riflessione la sezione di Stasi Frenetica ospitata dal MAO acquista un significato ancor più particolare: le 10 opere contemporanee diffuse nei piani del museo di arte orientale sembrano avere il compito di guidare lo spettatore all’interno di un percorso che strutturalmente nasce come complesso perché figlio di un’interpretazione legata alla cultura europea, per molti versi distante da quella degli antichi popoli orientali. Aumentare la sensibilità nei confronti di una produzione secolare di affascinanti manufatti, simbolo di strani e lontani culti, abitudini, teocrazie e cosmogonie; come stimolare un interesse nei confronti di espressioni più contemporanee di questa cultura, sono i gli imperativi delle splendide opere scelte per Stasi Frenetica, accomunate dall’idea che l’arte contemporanea possa in un certo modo instaurare con quella antica “un dialogo a volte cacofonico ma pieno di vitalità e forza visiva”, come sostiene la direttrice Bonacossa.

 

Adeela Suleman, Untitled, 2010

 

Basti pensare alla magia dei riferimenti aperti dall’opera Untitled di Adeela Suleman. La scultura in acciaio dell’artista pakistana raffigurante criptici intrecci araldici fatti di rose, paramenti ed uccelli è disposta su una parete della stanza dedicata alla cultura giapponese: questa placca appesa al muro dialoga armonicamente con le katane del museo per mezzo di una metonimia di materiali quasi commovente che le permette di confondersi tra gli strumenti di combattimento dei samurai. Oppure all’acquerello del tibetano Tenzing Rigdol intitolato My Kind of Story, appositamente disposto di fronte alla vasta collezione dei variopinti coprilibri in lego, tipici strumenti porta testi sacri realizzati per contenere il Canone Buddista Tibetano. L’opera dell’artista contemporaneo compone uno mandala pop, interpretabile come lo psicogramma delle influenze vissute in prima persona dall’artista che si fa simbolo della giovane nuova cultura tibetana, negli ultimi tempi scossa da forti cambiamenti dovuti al rapporto tra la globalizzazione e le antiche tradizioni spirituali della regione.

 

Tenzing Rigdol, My Kind of Story, 2017

 

In un mondo che non si è mai fermato, lo spettatore partecipa con la sua presenza ad un’evoluzione culturale che può ancora essere veicolata dall’arte, dalla produzione artigianale, dal ritorno alla genuinità di un segno grafico, testimonianza della propria presenza sulla terra.

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