MArtelive: incontro con Andrej Chinappi, dalla neuroscienza alle macerie

MArtelive: incontro con Andrej Chinappi, dalla neuroscienza alle macerie
Casa del tempo (Fonte: Artelaguna)

Andrej Chinappi, vincitore di MArtelive per la sezione videoarte

Un curriculum di tutto rispetto, quello di Andrej Chinappi (classe 1992), vincitore nella sezione videoarte dell’edizione biennale MArteLive 2019-2021. Ed estremamente vario nella sua complessità e nella sua trasversalità: dalla “mancata”, ma comunque sempre intimamente presente, laurea in Neuroscienze, alla laurea “vera” in Lettere e Filosofia, fino all’incontro con la scrittura, il giornalismo e, finalmente, il cinema e la videoarte. Intervistato in diretta live su Instagram per 2duerighe nel tardo pomeriggio del 25 novembre, Chinappi risponde a tre interrogativi fondamentali che sono il motore della sua ricerca e del suo lavoro artistico.

I tre punti fondamentali della ricerca di Chinappi: neuroscienza, nostalgia, maceria

Tra questi, il primo e probabilmente il più significativo, è proprio quello che riguarda la sua completa fascinazione per l’ambito della neuroestetica e dell’approccio cognitivo dello sguardo rispetto, nel suo caso specifico, al tema del paesaggio, interiore ed esteriore. Perché la differenza tra landscape e mindscape è certamente cruciale e pienamente visibile in una delle sue ultime installazioni quali Casa del tempo (2019, interamente fruibile sulla piattaforma Vimeo, come del resto le altre sue opere). L’idea di ripercorrere e filmare luoghi assolutamente abbandonati e inaccessibili e farli rivivere attraverso suoni familiari e ormai quasi dimenticati, corrisponde alla diversa percezione visiva ed emotiva che questi luoghi suscitano negli spettatori. Tra senso di appartenenza e straniamento, lo spettatore si trova a riflettere sul senso stesso della visione, dell’abbandono, della nostalgia. A proposito di questo Andrej rivela: “I luoghi abbandonati sono come gabbie temporali, in cui fare esperienza del passaggio del tempo nel mondo. Ho cercato di ricreare un ambiente chiuso, una casa appunto in cui il visitatore entra e può provare, per il tempo della sua permanenza, un’immersione totale dentro di sé”.

Casa del tempo, fotogramma (Fonte: Vimeo)

La nostalgia è l’altro dei temi conduttori che lega indissolubilmente la storia personale e cinematografica di Chinappi. Di madre russa e padre italiano, costretto fin dall’infanzia ad un nomadismo abitativo che lo ha obbligato a cambiare spesso città, quartiere, casa, l’artista ha da sempre coltivato un comprensibile sentimento di saudade che, ad un certo momento della sua vita, si è associato all’ossessione (altrettanto giustificabile) per il regista Andrej Tarkovskij, di cui ha seguito le tracce cinematografiche nei suoi primi lavori. Affrancatosi da un peso intellettuale così ingombrante, Chinappi ha saputo rinnovare, con fresca osservazione, il tema della nostalgia, riconducendolo ad un ambito intimo e domestico. Ne è un esempio parlante il lavoro, presentato nel 2018, Vongole in inverno. Partendo, di nuovo, da un’atmosfera architettonica di apparente abbandono, lo stabilimento balneare deserto diventa l’espediente emotivo e narrativo per ripercorrere a ritroso la storia personale e familiare, che riguarda anche tutti noi. “In questo piccolo memoir cinematografico dedicato a mio nonno, nato d’impulso il giorno di Natale – continua Andrej – ho provato a riportare indietro le lancette del tempo partendo da un semplice piatto di vongole. Lì, ho scoperto di cosa si nutre la nostalgia”.

Vongole in inverno, fotogramma (Fonte: Vimeo)

Il tema dell’architettura e della nostalgia invitano Chinappi ad una discussione più profonda sulla terza tematica, che concerne i concetti di rovina e maceria. Partendo da un assunto antropologico e culturale caro a Marc Augé, laddove la rovina manifesta il senso del tempo puro e universale e la coscienza della storia, la maceria porta con sé l’inesorabile concetto di perdita. Lo stesso concetto è ben radicato nella mente e nelle opere di Chinappi e nella sua profonda convinzione che i luoghi “irrecuperabili” costringono gli occhi ed il cuore ad una sorta di dannazione perenne: “In un testo di Deleuze e Guattari (Mille piani, ndr) ho trovato questa frase: «Mia madre è un viso o un paesaggio?». Abbiamo sempre bisogno di un paesaggio da guardare perché su quello sguardo si fonda la nostra personalità. Cosa vediamo determina chi siamo. Gli urbanisti, gli architetti, gli ingegneri di oggi non possono continuare ad ignorare questa verità”.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook