Il volto dissidente di Shepard Fairey alla Galleria d’Arte Moderna di Roma

Il volto dissidente di Shepard Fairey alla Galleria d’Arte Moderna di Roma
Shepard Fairey. 3 decades of dissent Fonte: http://www.galleriaartemodernaroma.it/

Fino al 22 novembre 2020 è aperta al pubblico alla Galleria d’Arte Moderna di Roma la mostra dell’artista contemporaneo Shepard Fairey, volto noto della urban art. Insieme alla Sovrintendenza Capitolina, l’artista stesso ha scelto di far dialogare le proprie opere d’arte con quelle di altri artisti, in un percorso visivo che attraversa il tema del dissenso politico e sociale visto da varie prospettive.

Come scrisse Fairey in occasione dell’apertura della mostra: “Mi piace cogliere le assonanze estetiche fra molta della mia arte e le opere di Giulio Turcato, o la provocazione concettuale di Pino Pascali. Per me, fare arte significa ispirare e promuovere il dialogo, e credo che le molteplici stratificazioni di questa mostra sapranno far riflettere e avviare discussioni profonde”. Sono delle “interferenze d’arte” quelle che Fairey pone avanti al fruitore come provocazione. Questo dialogo inizia con Giacomo Balla, per passare a Renato Guttuso, Mario Schifano, Felice Casorati, Giorgio de Chirico, Fortunato Depero e tanti altri.

Urban artist e sperimentatore di stili

Shepard Fairey è uno degli urban artists più conosciuti del mondo. Il suo stile intrepido si basa sulla stilizzazione e idealizzazione delle immagini che diventano veicolo di messaggi politici mai uguali a se stessi. Per comprendere bene le opere dell’artista bisogna sicuramente partire da Andy Warhol, iniziatore della Pop Art e modello per l’arte successiva: da Wharol riprende la resa dei volumi delle immagini attraverso un gioco di ombre e luci e l’utilizzo di pochi colori definiti e corposi. I contorni sono così spessi che l’immagine sembra provenire direttamente dal mondo fotografico.

Fairey fa propri anche gli stimoli provenienti dagli skaters americani. Ad esempio, gli stickers raffiguranti l’Obey Giant, nella loro ripetitività e monotonia, oltre a riprendere la Pop art, richiamano in maniera antifrastica la necessità di allontanarsi dalla folla, tipica degli skaters.

Centrale nell’arte di Fairey è anche il simbolo come rimando esplicito e incisivo a realtà altre: si ritrovano spesso bandiere nazionali, frecce, simboli religiosi e simboli pacifisti che, pur inserendosi in una tela già piena di forme e colori, conferiscono ordine e chiarezza. Il ricorso ai simboli del realismo socialista, del black power e delle proteste del sessantotto hanno lo scopo di destare le coscienze verso una direzione precisa, quella della sinistra americana che dopo l’elezione di George Bush vede infrangersi gli ultimi ideali pacifisti rimasti.

I tre decenni di dissidenza e arte di denuncia

Gli ultimi trent’anni della carriera artistica di Shepard Fairey sono il ritratto audace delle azioni sovversive contemporanee. Le prime opere dell’esposizione esprimono la vicinanza dell’artista al movimento Black Power, attivo soprattutto negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, e al tema dell’uguaglianza effettiva tra neri e bianchi in America.

Angela Davis, Shepard Fairey, Fonte: https://obeygiant.com/ 

Non è casuale la scelta di un tema simile per una mostra che si colloca nel mezzo di un anno così controverso: si sente esplicito il richiamo alle proteste successive alla morte di George Floyd, a cui Shepard Fairey dichiara vicinanza. Ad Angela Davis, attivista afroamericana, è dedicato un ritratto iconico: la donna è presentata calma, posata e con lo sguardo verso l’alto. Mira al Power and equality che Fairey le incide sopra il viso.

Un’altra opera che si inserisce all’interno di questo file rouge è la serigrafia di un pugno alzato simbolo di resistenza per molte generazioni. Mascolino e monocromo, il gesto irradia energia sullo sfondo di una doppia stella dorata. A completare l’opera c’è l’invito silenzioso ma potente di Fairey all’azione: la grande scritta OBEY è un grido muto che attraversa l’occhio dell’osservatore e invade la sua coscienza.

Sono molte le opere significative esposte nella Galleria, e tutte percorse da una concezione comune: l’arte come invito alla dissidenza. Per Fairey, questo non è più il tempo degli inviti educati, ma dell’appello agli obblighi morali. Se il nostro è quello dell’azione, quello dell’arte contemporanea è il racconto.

Come scrive lui stesso: “Attraverso l’arte racconto la storia delle mie risposte visive ai timori e alle preoccupazioni che hanno attraversato il mondo negli ultimi trent’anni; ma questa mostra scava più in profondità, creando un dialogo tra le mie opere e quelle selezionate dalle raccolte della GAM. Tutte rivelano i timori profondamente umani degli artisti e del loro tempo, dimostrando come la risposta creativa possa assumere forme molteplici”

La mostra di Shepard Fairey è indisciplinata e smuove le coscienze. Parla del dolore umano, e quindi di noi, del periodo che stiamo vivendo.

Obey, Shepard Fairey, Fonte: https://www.collater.al/

 

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook