Le muse inquiete. La Biennale di fronte alla storia

Le muse inquiete. La Biennale di fronte alla storia
Padiglione centrale (Fonte: La Biennale)

La Biennale di Venezia, in occasione dei 125 anni dalla sua fondazione, presenta la mostra Le muse inquiete. La Biennale di Venezia di fronte alla storia, che si terrà al Padiglione Centrale dei Giardini della Biennale dal 29 agosto all’8 dicembre 2020.

È di qualche giorno fa, esattamente del 10 settembre, due giorni prima della chiusura ufficiale della 77° Mostra del Cinema di Venezia, una notizia apparsa su L’Epresso che polemizza (e invita) all’eliminazione del nome del “fascistissimo” Giuseppe Volpi dall’omonima coppa a lui (e da lui) intitolata per premiare il migliore attore e la migliore attrice della Laguna, in favore di una più “equa” intitolazione ad un personaggio magari femminile e di grande respiro. Al di là delle categorizzazioni storiche, politiche e sociali – il tema dell’intitolazione dei premi cinematografici “gender free” è uno scottante argomento recentemente sollevato dal giornale monacense Süddeutsche Zeitung in occasione della prossima Berlinale del 2021 – è invece più utile soffermarsi sulla mostra collaterale Le Muse inquiete, raro esperimento di collaborazione diffusa e sinergica firmato Biennale.

La mostra della pandemia

Solo in sporadiche, straordinarie o gravissime occasioni La Biennale di Venezia aveva, dalla sua prima edizione nel 1895, rinunciato ad organizzare l’evento più atteso dalla comunità culturale internazionale. Una di queste è la pandemia del 2020, che ha però permesso di ripensare ad una mostra alternativa, ma non per questo meno incisiva. Curata dall’intero nucleo direttivo e con la preziosa collaborazione dell’Archivio ASAC (l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee, inesauribile pozzo di informazioni sulle edizioni della Biennale e i suoi personaggi) e altre istituzioni, l’esposizione si configura come il risultato riuscito dell’intersezione delle sei diverse discipline, ma soprattutto un’occasione straordinaria per ripercorrere i momenti di grande difficoltà in cui, come recita il programma ufficiale: “La Biennale e la storia si sono date appuntamento a Venezia”. 

La Biennale e la storia

Giuseppe Volpi alla Biennale in compagnia di Goebbels (Fonte: ASAC)

Palcoscenico per alleanze politiche e nuove strategie diplomatiche, nel corso del Novecento ha ospitato capi di stato, monarchi, dittatori. Nel 1930, quando l’Ente Autonomo venne nazionalizzato e reso pubblico (si legga “fascistizzato”), l’organigramma subì un’evoluzione e una trasformazione che ne determinarono la facies attuale. Venne avviato il settore Musica, nel 1932 proprio l’”incriminato” presidente Giuseppe Volpi di Misurata dette vita alla mostra cinematografica e nel 1934 venne inaugurata anche la sezione teatrale. Basti pensare che inizialmente, in occasione della visita ufficiale di Hitler nel 1934 alla XIX edizione della mostra d’arte, Mussolini non voleva immischiarsi nelle questioni cinematografiche, e solo nel 1935, capendone l’importanza politica e diplomatica, rese l’evento annuale e fu lieto di attribuire la coppa che portava il suo nome a registi filo-governativi del calibro di Trenker, Gallone, Riefenstahl, pur non rinunciando ad una importante apertura internazionale che vide sbarcare al Lido i film di Lubitsch, Flaherty, Ford, Carné. Senza indugiare o scivolare nell’apologia della dittatura, il percorso all’interno delle sale del Padiglione Centrale si articola, attraverso affiches, filmati e documenti, in un itinerario che vede ancora la presenza di Volpi come direttore anche della sezione artistica insieme all’inseparabile segretario e artista Antonio Maraini, grazie al quale La Biennale assunse le funzioni di un vero e proprio centro culturale polifunzionale.  

Dalla guerra fredda e il “caso Visconti”, alle biennali della contestazione e di Carlo Ripa di Meana (1974-78), dal Postmoderno di Paolo Portoghesi alla prima Biennale di Architettura fino alla globalizzazione, Le muse inquiete si configura come un insostituibile “tuffo nel passato”, necessario per ricostruire e riformulare il prossimo orizzonte culturale.

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