Plessi. L’età dell’oro alla Fondazione Musei Civici di Venezia

Plessi. L’età dell’oro alla Fondazione Musei Civici di Venezia
(Fonte: MUVE)

Si dice che ad ogni periodo di buio si sussegua un periodo d’oro. Si dice che dopo ogni sofferenza si torni a brillare. Ecco, allora, in un momento veramente particolare della vita di ognuno di noi, un periodo un cui il contatto con il resto, con l’altro, si è prima abolito e ad oggi ancora per lo più sospeso, che ci viene data dall’arte una speranza attraverso le riflessioni luminose dell’oro di Plessi.

La cascata luminosa di Plessi nella quale emerge la scritta latina “Pax Tibi Marce, Evangelista Meus”, sembra un’offerta di Pace a quel Leone simbolo dell’evangelista Marco ma ancor più della città di Venezia, città che negli ultimi mesi ha lottato strenuamente per la sua stessa sopravvivenza.

E se ancora oggi non ci si può toccare, non ci può abbracciare, essendoci preclusi quei contatti necessari alla nostra stessa condizione di esseri umani, la video arte ci viene in soccorso mostrandoci che nonostante la distanza, nonostante il virtuale, nonostante gli schermi, possiamo ancora farci toccare da qualcosa, basta volerlo, basta vederlo, basta immaginarlo.

Fabrizio Plessi può essere considerato, a pieno titolo, uno dei pionieri della video arte in Italia, nel suo utilizzare il monitor della televisione come materiale vero proprio, fin dalle sperimentazioni del 1970 e che lo conducono a giocare con le combinazioni tra video ed elementi primari come carbone, marmo, ferro, travertino (i materiali dell’architettura) e le materea che regolano l’intera nostra esistenza (acqua e fuoco). L’esito di tutto ciò è un processo che unisce l’installazione di video arte con le ricerche concettuali e “poveriste” di Burri, Manzoni e Fontana.

(Fonte: MUVE)

  È in questo dialogo con ciò che conosciamo, lo spazio architettonico, che si inseriscono i numerosissimi lavori dell’artista dai “site specific” al museo Plessi al Passo del Brennero fino a giungere all’installazione proposta per Piazza San Marco in cui, come sempre del resto,  lo spazio circostante dialoga con l’architettura, il design, il concetto di arte stessa.

Plessi è, allora, sia homo faber (terminologia che non può non richiamare a quell’appellativo di Magister phaber dato a Vuolvinio, portando ad una collocazione dell’artista nella sfera tradizionale dell’arte, quella del fare, del produrre, del creare) sia visionario astronauta del futuro, colui che sfida lo stesso concetto di fare conducendo all’oltre, all’evocazione di ciò che ci fa prendere ancora parte all’età dell’oro.

Il magma dorato, quasi forza primordiale e riflettente, a metà tra la fluidità dell’acqua e il calore accecante del fuoco, invade la piazza, lo spazio architettonico tradizionale, mostrando nuovamente quell’oro dei mosaici, quei riflessi di cui Klimt si innamorò, quel fascino innato trattenuto e difeso costantemente dalla città di Venezia; lì nel luogo simbolo della tradizione, l’arte contemporanea ritorna e innalza ciò che per mesi ci è stato in parte precluso vedere. L’oro dei mosaici torna a vivere nell’oro di Plessi, si esalta, si spiega, dialoga con quell’altro così lontano da non potersi toccare, eppure così vicini nella volontà e negli intenti.

L’installazione di Plessi diventa, quindi, un augurio alla città lagunare e monito per noi stessi affinché venga compreso che questa potrà forse essere anche essa un’età dell’oro.

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