I veri volti di Raffaello: una nuova scoperta sulla fisionomia del “Divin pittore”

I veri volti di Raffaello: una nuova scoperta sulla fisionomia del “Divin pittore”
Rendering della fisionomia di Raffaello (Fonte: Il Messaggero)

A cinquecento anni dalla sua scomparsa, il mito di Raffaello, creatosi attorno alla sua figura, ha continuato e continua tutt’oggi ad essere alimentato da pubblicazioni, mostre (come la retrospettiva à rebours, chiusa a causa del Covid-19 e di nuovo riaperta e fruibile alle Scuderie del Quirinale, e la mostra completamente virtuale tenutasi parallelamente a Bruxelles, Raphael: an impossible exhibition) e sorprendenti scoperte. 

L’ultima rivelazione

A cominciare dall’ultima, recentissima notizia che concerne la sua fisionomia e ha coinvolto un’équipe di studiosi dell’Università romana di Tor Vergata, la Fondazione Vigamus e, immancabilmente, l’Accademia Raffaello di Urbino, città natale del “Divin pittore”.

Come tutte le grandi star morte precocemente (nel suo caso a soli trentasette anni) e con moltissimi dubbi sulle cause che ne hanno determinato la scomparsa – dalla sifilide ventilata dall’illustre biografo Giorgio Vasari nell’edizione giuntina de Le vite de’ più eccellenti pittori, alla congiura di palazzo, che sembra emergere da alcuni criptici scambi epistolari, alle complicazioni per una polmonite – per secoli studiosi,

Autoritratto di Raffaello Sanzio, 1506, Galleria degli Uffizi, Firenze (Fonte: Galleria degli Uffizi)

istituzioni e amatori hanno a gran voce reclamato la possibilità di riesumare le spoglie dell’artista, per sua volontà custodite nell’adorata Chiesa Rotonda, ovvero il Pantheon. 

Peraltro, e non sembra una fortuita coincidenza, il percorso espositivo della mostra romana comincia proprio dalla descrizione e dalla ricostruzione della tomba di Raffaello, riflettendo sulle circostanze della morte e l’incredulità e la disperazione che colsero i suoi amici, i prestigiosi committenti e gli intellettuali alla notizia della sua scomparsa nella notte tra il 6 e il 7 aprile del 1520. 

Apparentemente spostate e “manipolate” nel corso dei secoli, le ossa di Raffaello furono riesumate ufficialmente in una vera e propria missione paleontologica nel settembre 1883 guidata da Antonio Trasmondo, che rivelò particolari assolutamente sorprendenti sulle (presunte) spoglie del pittore. Al di là degli aneddoti e delle ricostruzioni più o meno attendibili o fantasiose sul ritrovamento, l’occasione della riesumazione delle spoglie fornì a Camillo Torrenti la possibilità di prendere un calco del cranio di Raffaello. 

Camillo Torrenti, Busto di Raffaello Sanzio, 1834 ca, Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon (Fonte: idem)

Tecniche alternative al servizio dell’arte

Proprio a partire dal calco torrentiano, gli esperti dell’Università di Tor Vergata, attraverso un accurato studio metrico e morfologico del calco e l’applicazione di metodologie 3D per una precisa analisi comparativa con gli autoritratti di Raffaello, hanno in primis potuto constatare che il cranio potrebbe effettivamente appartenere al pittore urbinate; e, informazione non secondaria, grazie a un rendering che vede l’artista immortalato in età matura, stabilire il “vero” volto di Raffaello, tanto da far pensare – e presumere – ad una sorta di foto-ritocco ante litteram che l’artista ha sperimentato nei suoi gentilissimi autoritratti. 

La fisionomia raffaellesca dell’attuale studio, i cui risultati verranno sottoposti alla pubblicazione dell’autorevole rivista Nature, sembra infatti differire – e non poco – dall’immagine che l’artista ha voluto lasciare di sé negli autoritratti, come quello più giovanile e più celebre del 1506 conservato nel corridoio vasariano agli Uffizi. 

Il volto dell’”uomo” Raffaello presenta un aspetto molto più “caravaggesco”, o quantomeno düreriano rispetto ai ritratti dell’”artista” Raffaello: rude nella fisionomia, dai tratti marcati del naso aquilino e della bocca carnosa, quasi selvaggio per la barba ispida e i capelli rossi, il volto del “Divin pittore” in realtà sembra conservare ben poco dell’aspetto angelico e divino nato intorno alla costruzione del suo mito. 

I lineamenti aggraziati dei suoi autoritratti, da quello fiorentino a quello nella Stanza della Segnatura, rispondono a un canone estetico e ad una precisa iconografia che lo stesso pittore aveva inaugurato e per la quale era divenuto universalmente celebre e apprezzato.

Lo studio, che rivela nuove e utili informazioni e potrebbe spingersi anche ad ulteriori analisi sulla determinazione delle cause della morte, non intende certamente contribuire alla decostruzione del personaggio o alla sua demitizzazione, ma svela, approfondisce e sperimenta nuove tecniche a servizio delle arti e nuove modalità di divulgazione scientifica, nel rispetto di quella “patina del tempo” (parafrasando l’autorevole interpretazione del restauro di Cesare Brandi) necessaria alla sopravvivenza della visione onirica e incantevole che l’arte è ancora in grado di dare e che travalica qualsiasi aspetto virtuale e “disumanizzante”. 

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