Il mondo dell’arte perde un’altra delle sue pietre miliari: Maurizio Calvesi

Il mondo dell’arte perde un’altra delle sue pietre miliari: Maurizio Calvesi
Maurizio Calvesi (Fonte: Avvenire)

Poco più di un anno fa, nel 2018, la morte di Enrico Crispolti (classe 1933) rattristava i giorni che precedevano Natale e ammutoliva il mondo dell’arte, accademici delle Università di Siena, Roma e Milano e studenti di intere generazioni che con lui e attraverso il suo insegnamento, brillante e arguto, e il suo esempio si sono formati nel campo dello studio della storia dell’arte contemporanea e della critica militante; concetto, quest’ultimo, che nei recentissimi anni ha assunto e sta assumendo una nuova forma, ma che resta sempre un processo fondativo di incontestabile valore. 

Nell’aprile del 2020, poi, tra le migliaia di vittime del virus che sta ancora imperversando nel mondo, si contava il nome di Germano Celant, sette anni più giovane di Crispolti (classe 1940) considerato universalmente il creatore, ma soprattutto il “traghettatore” dell’Arte povera dalla realtà genovese della galleria Bertesca ai palcoscenici nazionali e internazionali.  

La scomparsa di Maurizio Calvesi

Risale a poco più di una settimana fa il più recente e triste bollettino che annuncia la scomparsa serena, nella sua amata Roma, di un’altra figura assolutamente centrale e fondamentale della storia e della critica d’arte del Novecento: Maurizio Calvesi (1929). Allievo, come Crispolti, di Lionello Venturi, di cui entrambi hanno ereditato la purezza e il rigore della ricerca e della critica, Calvesi ha attraversato quasi un secolo d’arte figurativa con disciplina ma con grande senso di libertà e disinvoltura, passando con agilità dal Futurismo a Caravaggio, da Dürer alla Pop Art, da Piero della Francesca alla rinnovata e più “chiara” visione di De Chirico, da Piranesi a Marino Marini e Alberto Burri (di cui, peraltro, aveva presieduto l’omonima Fondazione perugina). 

Se il suo imprinting venturiano lo aveva portato con naturalezza ad occuparsi, nei suoi studi universitari, della prima formazione di Caravaggio tramite lo studio del maestro Simone Peterzano, la sua diretta filiazione con Giulio Carlo Argan lo aveva condotto ad approfondire l’interesse per l’architettura, soprattutto protobarocca e barocca, nonché ad affinare la metodologia di matrice più spiccatamente “ministeriale” che lo vide occupato e appassionato detentore di cattedre universitarie, responsabile nelle Soprintendenze e coriaceo direttore e responsabile di collane e riviste (Storia dell’Arte, Art e dossier, solo per citare i più noti). 

Ma soprattutto, e di nuovo con Crispolti, ad occuparsi della curatela nel 1953 di una grande retrospettiva romana al Palazzo delle Esposizioni dedicata ad Umberto Boccioni, contribuendo a rafforzare l’immagine del Calvesi “futurista”, che per una sorta di fortuita coincidenza – vivevano nello stesso immobile – fin dagli anni Quaranta aveva frequentato la casa di Giacomo Balla e conosciuto Marinetti. 

Maurizio Calvesi alla Biennale del 1984 accanto ad un’opera di Castellani (Fonte: mauriziocalvesi.com)

Il duplice impegno per la Biennale

Vale la pena approfondire però il suo ruolo di curatore di due importanti edizioni della Biennale di Venezia della metà degli anni Ottanta (quella del 1984 e del 1986, con Arturo Schwartz) che alimentano l’immagine versatile, aperta e lungimirante di Calvesi, confermando la vastità dei suoi interessi. 

Di grande importanza soprattutto quella del 1984 (la XLI edizione), ricordata come la biennale del post-moderno, una Biennale di rottura curata dall’architetto Paolo Portoghesi, nella quale, attraverso la mostra Arte allo Specchio, Calvesi aveva perspicacemente incentrato la riflessione sull’arte contemporanea nel rapporto con le arti del passato, introducendo nel dialogo tra le arti del presente i nuovi media come la videoarte e l’arte elettronica. Nella sezione collaterale Arte, Ambiente, Scena aveva proposto al pubblico i recentissimi capolavori di Gary Hill, Nam June Paik, Bill Viola, Tony Oursler. 

L’edizione 1986, incentrata sul rapporto arte e scienza, sembra davvero racchiudere i fondamentali pilastri e le chiavi di lettura che portano lo storico, critico e curatore ad occuparsi con attenzione delle nuove tendenze dell’arte elettronica nell’era dell’avvento del net (il futuro internet), ma allo stesso tempo con uno sguardo innovativo anche alle esperienze quasi “cromatologiche” e alchemiche della pittura che riconducono paradossalmente alla sua interpretazione junghiana del suo capolavoro La melanconia di Albrecht Dürer (Einaudi, 1993). 

Un’efficace chiave di lettura, una vera e propria quadratura del cerchio per comprendere la personalità, rigorosa e contemporaneamente inafferrabile, di Calvesi.

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