1970-2020: cinquant’anni dalla scomparsa di Roberto Longhi. La mostra in suo ricordo

1970-2020: cinquant’anni dalla scomparsa di Roberto Longhi. La mostra in suo ricordo
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“Il tempo di Caravaggio. Capolavori della collezione di Roberto Longhi” è il titolo della mostra attualmente in corso a Roma presso le sale espositive di Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini, organizzata in collaborazione con la Fondazione Longhi per la ricorrenza dei cinquant’anni dalla morte di Roberto Longhi, considerato uno dei più grandi studiosi del Novecento.

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, Ragazzo morso da un ramarro, 1597 circa, olio su tela, 65.8 x 52.3 cm, Firenze, Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi.
Fonte immagine: museicapitolini.org

Il legame con Roma e la centralità del Ragazzo morso da un ramarro

Roberto Longhi (Alba 1890 – Firenze 1970) comincia il suo rapporto con la città di Roma nel 1910, anno in cui si reca nell’Urbe per poter studiare Caravaggio per la sua tesi, discussa poi il 28 dicembre 1911. Lo studioso torna a Roma per il corso di perfezionamento e qui si ferma ad insegnare Storia dell’Arte nei licei Visconti e Tasso e in seguito conosce la futura moglie Lucia Lopresti, meglio conosciuta con lo pseudonimo letterario Anna Banti.

Nel corso delle sue ricerche Longhi si occupa di argomenti di pittura del Quattrocento, di Futurismo, ma soprattutto si dedica allo studio del Merisi che segna una tappa irreversibile nel mondo dell’arte, lasciando degli influssi più o meno fino ad oggi.

La parte più importante della sua collezione è infatti dedicata a Caravaggio e ai suoi seguaci, pertanto le opere selezionate ed esposte in Campidoglio gravitano tutte attorno al Ragazzo morso da un ramarro.

Lo storico dell’arte a soli ventun anni riuscì a cogliere l’importanza della pittura rivoluzionaria del Merisi e, nella mostra di Palazzo Reale da lui organizzata nel 1951, invitò il pubblico a guardare l’artista non come semplice esponente del Rinascimento, ma come “il primo pittore dell’età moderna” che si è sforzato di essere naturale, umano più che umanistico, ma soprattutto “popolare”.

Il Ragazzo morso da un ramarro risale ai primi anni dell’attività romana di Caravaggio, intorno al 1596-1597, quando l’artista eseguiva tali soggetti per venderli. L’opera si caratterizza per la rappresentazione vivida delle sensazioni e degli stati d’animo; il moto improvviso del ragazzo morso dal ramarro, che sbuca dalla natura morta nell’angolo del dipinto, è reso dalla contrazione dei muscoli facciali, dalla posa scomposta, dalla bocca semi aperta dalla quale sembra uscire l’urlo di dolore e dall’aggrottarsi della fronte. La resa diligente del brano di natura morta con la boccia trasparente che riflette la luce proveniente dalla finestra anticipa la nuova dignità che il pittore conferì al genere della natura morta, fino ad allora svalutato.

Nella sala introduttiva della mostra è esposto un disegno a carboncino, riproduzione longhiana del Ragazzo. Ciò evidenzia non solo l’abilità disegnativa dello studioso piemontese, ma soprattutto la profonda comprensione dell’organizzazione luministica alla base del dipinto.

Matthias Stom, Annuncio della nascita di Sansone a Manoach e alla moglie,1630-1632 circa, olio su tela, cm. 99 x 124.8, Firenze, Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi.
Fonte immagine: museicapitolini.org

L’organizzazione interna della mostra

La mostra, curata dal direttore scientifico della Fondazione Longhi Maria Cristina Bandera, si articola in cinque sezioni fluide prive di cesura, come sottolinea lei stessa.

Nella prima sezione sono inseriti gli antecedenti di Caravaggio e qui trovano posto le tavolette di Lorenzo Lotto dipinte con una tensione luministica che anticipa quella del Merisi; la tela di Bartolomeo Passarotti preannuncia il tema della natura morta e quella di Battista del Moro il tema di Giuditta e Oloferne.

Nella seconda sezione vi sono artisti disparati, ma tutti accomunati dalla loro presenza a Roma poiché affascinati dall’arte del Caravaggio. Si tratta di artisti “dallo spirito libero che prendono solo alcuni aspetti dallo stile del pittore lombardo, in coerenza con la propria poetica”.

Qui scorgiamo ad esempio tre opere del pittore Carlo Saraceni in cui nella prima domina uno stile più tradizionale, mentre le altre due sono indubbiamente più vicine alla poetica di Caravaggio per la luce intrisa di chiaroscuro e di contrasti. Tra le altre anche un’Allegoria della Vanità di Angelo Caroselli che cela misteriosi messaggi alchemici, dipinta in maniera elegante, delicata e in punta di pennello.

Segue la sezione di capolavori con i cinque apostoli a ¾ di figura attribuiti da Roberto Longhi al Maestro del Giudizio di Salomone e più recentemente identificati come opere del maestro spagnolo Jusepe de Ribera. La curatrice precisa che “sono figure salde, bloccate, con una pittura fluida, fortemente contrassegnate nei volti ma appiattite da un fondo omogeneo […] tagliate da luci diagonali come se fossero lame”.

Nello spazio espositivo trova posto anche il cosiddetto Maestro dell’Annuncio ai pastori, artista napoletano così chiamato per i soggetti ricorrenti nelle sue opere. Mediante una pittura materica e pastosa vengono descritti con sapienza gli stracci dei poveri e grande attenzione viene dedicata anche ai brani di natura morta.

Nei suoi scritti Longhi afferma che dopo Caravaggio giunsero a Roma i caravaggeschi, provenienti da gran parte d’Italia ma anche dai paesi europei e poi tornati nel loro luogo di provenienza. Longhi non parla di discepoli ma di cerchia perché, così come il Merisi non ebbe maestri, allo stesso modo non ebbe scolari.

In questa quarta sezione vengono presentati proprio questi artisti giunti a Roma e poi diramatisi nel resto d’Europa, tra di essi Gerrit van HonthorstDirck van Baburen e soprattutto Matthias Stom che si forma con i caravaggeschi della prima ondata e che poi a sua volta giunge in Italia, approdando prima a Napoli e poi in Sicilia.

Nella quinta ed ultima sezione sono stati inseriti artisti che affrontano tematiche diverse.

Vi è ad esempio il caratteristico ritratto eseguito dal bergamasco Carlo Ceresa che colpisce per la rappresentazione verosimile e “realistica” dell’uomo anziano che guarda verso lo spettatore e che sembra coinvolgerlo con la mano.

Non mancano le tele del calabrese Mattia Preti a cui Longhi dedicò un saggio nel 1913, e nemmeno le opere di Giacinto Brandi definito dallo studioso “il terzo genio del Seicento” dopo Caravaggio e Battistello Caracciolo. La mostra si chiude con una piccola tela con un monaco e un teschio che Longhi teneva ai piedi del suo letto come memento mori, e con la monumentale figura di San Sebastiano che secondo lo studioso ricordava una scultura berniniana.

 

La mostra, originariamente programmata per marzo, è stata inaugurata il 16 giugno a causa della situazione di pandemia. Sarà visitabile fino al 13 settembre ai Musei Capitolini, dopodichè diventerà itinerante. La prima tappa di questo viaggio non poteva che essere Roma, città del “fortunato incontro” tra Longhi e Caravaggio. Si tratta di un’occasione unica per ammirare da vicino capolavori normalmente non accessibili al grande pubblico.

 

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