Il collettivo SBAGLIATO e i poster sugli edifici

Il collettivo SBAGLIATO e i poster sugli edifici
Fonte: sito web SBAGLIATO

Abbiamo intervistato il collettivo artistico SBAGLIATO, nato nel 2011 da tre ragazzi romani, architetti e designers di formazione. Il loro progetto esprime il desiderio di creare un’interferenza nella città in cui viviamo, attraverso interventi di street art. L’affissione dei loro poster sugli edifici, mimetizzati tra le architetture urbane, ci offre una percezione diversa, stravolta, dello spazio e della dimensione cittadina. Roma, Venezia, Parma, Bari, Milano ma anche Londra, Monaco, Amsterdam, Bruxelles, Miami e Las Vegas: blitz artistici fatti di illusioni ottiche che evochino sensazioni stranianti ai cittadini di tutto il mondo.

Da cosa deriva la scelta del nome “Sbagliato” per il vostro collettivo?

Il nome rispecchia in parte l’azione che portiamo avanti, ovvero l’errore visivo dato da un elemento che ha la proprietà di esistere realmente ma che effettivamente non è presente in quel momento. Il tutto ha la finalità di creare interrogativi nel fruitore su quanto sia labile e soggettiva la realtà in cui vive.

Quando nasce il vostro progetto e come?

Il progetto nasce con l’intento di creare un’interazione tra noi e la città, ma soprattutto tra la città e chi la vive. Troppo spesso chi vi abita cerca di isolarsi senza rendendosi conto di ciò che lo circonda. Abbiamo deciso di intervenire non importando immagini dall’esterno, cosa di cui la città è già completamente satura, ma di utilizzare tutto ciò che questa ci mette a disposizione. Quindi partendo proprio dalla sua definizione come aggregato di costruzioni, abbiamo iniziato a campionare e riproporre gli elementi al suo interno.

Sbagliato
Fonte: sito web SBAGLIATO

Qual è il vostro background personale? Come siete riusciti a “trovarvi”?

Prima della nascita di Sbagliato bisogna parlare del forte legame che ci ha unito appena ci siamo conosciuti. È sempre bene ricordare che le nostre personalità, anche se tra loro differenti, hanno dei punti di contatto. Una delle affinità che ci lega è quella di voler comunicare con ciò che ci circonda, in particolare con il tessuto urbano. Tutto ciò ha permesso l’arrivo di Sbagliato.

Quali sono gli step del vostro processo ideativo e poi, nel concreto, di stampa e affissione?

Non è facile delineare un modus operandi costante, e ancora di più capire effettivamente da chi arriva l’idea di un lavoro appena concepito. La mente umana è una spugna che assorbe direttamente e indirettamente informazioni che poi elabora per produrre un risultato. Quando ci mettiamo a ragionare su un possibile lavoro questo risultato finale è una sequenza di manipolazioni derivate dalle nostre tre differenti personalità. Ognuno apporta quello di cui ha bisogno.

Quando l’affissione è in un contesto illegale i tempi non permettono infinite riflessioni, ci basiamo sul nostro intuito. Mentre nelle opere commissionate il discorso è più complicato. Possiamo avere diversi tipi di approcci ma quello che proviamo sempre a fare è di leggere il contesto per poterci esprimere il più consapevolmente possibile.

Attraverso i vostri posters con elementi architettonici perfettamente inseriti nell’architettura urbana, riuscite a spiazzare gli spettatori, che non riconoscono più – seppure per un momento – la loro città. È questo il vostro intento?

La prima componente illusoria è data dalla mimetizzazione del nostro lavoro. Inserendo immagini già presenti nel tessuto urbano, nel nostro caso elementi architettonici, l’osservatore può anche non accorgersi di una nuova presenza sul muro che vede tutti i giorni. Nel caso in cui il fruitore capisca l’inganno potrebbe innescarsi in lui una successione di stati di animo contrastanti. Ci auguriamo che il tutto finisca con un sorriso. Non vorremmo che chi abbia incontrato il nostro lavoro metabolizzi immediatamente l’intento, vorremmo che si innescassero una serie di domande sempre più approfondite sul cosa comporta la scelta di aprire un vuoto prima impensabile.

Sbagliato
Fonte: sito web SBAGLIATO

Attraverso questo tipo di arte, avrete creato un legame con la vostra città di appartenenza senz’altro molto forte, cosa rappresenta per voi Roma?

Il nostro rapporto con Roma si può definire totalizzante: Roma è stata culla di grossi cambiamenti storici, politici, culturali. Inevitabilmente questo ha compreso anche l’arte e l’architettura. Sono infiniti gli spunti che offre e molte volte ci rendiamo conto di quanto sia difficile digerire tutte queste informazioni. Nei primi tempi l’abbiamo letteralmente perlustrata nella sua interezza per raccogliere materiale.  Ancora oggi ci stupisce ogni volta, non basterebbe una vita per scoprire tutti i suoi segreti.

La vostra arte, come tutta la street art urbana, è destinata a deteriorarsi. Come vivete questo aspetto?

Si potrebbe dire che l’arte effimera ha due momenti ben definiti dal cambio di forma: il primo incentrato sull’apparizione dell’opera e sulla sua percezione diretta da parte dell’osservatore dove quest’ultimo ha un ruolo passivo; nella seconda, data la temporaneità del lavoro, è caratterizzata dalla scomparsa e conseguentemente dalla percezione di una mancanza. In questo caso il fruitore avrà un ruolo attivo, in cui vorrà andare a colmare questo vuoto. Il come riuscire a soddisfare questo bisogno è strettamente personale. Lo stimolo della ricerca permetterà all’opera di rimanere viva e addirittura di evolversi.

Avete progetti per il prossimo futuro?

Visto e considerato che nel 2021 il progetto compirà dieci anni faremo una mostra personale a Roma, il tutto è ancora a stadio embrionale ma le premesse ci sono.

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