Italiani popolo di somari? Secondo l’Ipsos MORI il primato è nostro

Italiani popolo di somari? Secondo l’Ipsos MORI il primato è nostro
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Ogni anno l’Ipsos MORI, importante azienda inglese di analisi e ricerca di mercato, stila una classifica dei popoli più ignoranti al mondo chiamata “Perils of Perception”, ovvero “Pericoli della Percezione”. In base a questi dati l’Italia sarebbe il paese più ignorante d’Europa e il dodicesimo nella classifica mondiale, con scarse percentuali di miglioramento a causa delle incalzanti forme di analfabetismo.

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Indagini e fake news

Per ogni Paese oggetto di indagine l’Ipsos MORI sceglie un campione di undicimila persone che si sottopongono a test e domande sulle statistiche comuni relative alla propria nazione. Tra gli argomenti su cui si è sviluppato il sondaggio non sono mancate domande sulla disuguaglianza, sulla disoccupazione, sull’obesità e sull’immigrazione.

L’Italia ha ottenuto il punteggio più alto nel “Misperceptions Index”, cioè l’indice che valuta la distanza tra la percezione e la realtà dei fatti, dimostrando come gli italiani abbiano una visione distorta.

Dalle interviste è emerso che si crede che il tasso di disoccupazione sia notevole, in un Paese composto principalmente da musulmani ed immigrati in cui dominano gli over sessantacinque. Tutte idee sbagliate, spesso veicolate dalle tv e sostenute demagogicamente dai politici, che però di fatto rendono noi italiani una massa di creduloni.

A supportare questi dati a nostro sfavore è l’immane quantità di fake news emesse dai mass media e ricondivise, ancor più numerose, tramite i social network. Le fake news sono letteralmente le notizie false, ovvero articoli redatti con il solo scopo di ingannare e disinformare, contenenti nozioni inventate per creare scalpore.

Tali notizie vengono considerate come un virus che si diffonde e che come tale deve essere arginato, ricorrendo a programmi specifici che potremmo definire antivirus, il cui scopo è identificare la fonte della notizia falsa e bloccarla per evitarne la propagazione e dunque il contagio.

Durante il periodo di emergenza sanitaria la Rai si è prodigata per vagliare le numerose informazioni di tipo medico-scientifico che circolavano sul web e sui giornali. Per fronteggiarle ha istituito una vera e propria task force costituendo un “osservatorio permanente” e mettendo in campo iniziative di promozione e di sensibilizzazione contro le notizie mendaci.

L’amministratore delegato Rai Fabrizio Salini ha infatti affermato:

“le fake news sono un veleno che rischia di minare l’informazione corretta e la coesione sociale. La Rai su queste ultime ha un compito essenziale, oggi mettiamo in campo un ulteriore strumento in grado di unire il Paese e di dare dei segnali positivi, nell’ulteriore sforzo del Servizio Pubblico di informare correttamente il Paese”.

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Tipologie differenti di analfabetismo

Le fake news non rappresentano l’unico problema del Belpaese, infatti persistono ancora oggi diverse forme di analfabetismo difficili da debellare, che ostacolano lo sviluppo della nostra società. Se i casi di analfabetismo totale sono ormai rarissimi, non si può dire lo stesso per quelli di analfabetismo strumentale, funzionale e di ritorno.

Analfabetismo strumentale: è la condizione di chi non possiede gli strumenti di base della lettura e della scrittura.

Analfabetismo funzionale: detto anche illetteratismo, indica l’inabilità di un individuo di destreggiarsi tra lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana.

Un analfabeta funzionale, anche se apparentemente autonomo, non riesce a comprendere il senso di un articolo pubblicato su un quotidiano, non è in grado di riassumere un testo nè di interpretare un grafico. 

Il fenomeno, diffuso in tutti i Paesi del mondo, non risparmia neanche le grandi potenze economiche come il Giappone, la Corea, la Finlandia ed i Paesi Bassi in cui le percentuali degli analfabeti funzionali sfiorano il 40%.

Analfabetismo di ritorno: con tale terminologia si intende la perdita di capacità di lettura, scrittura e calcolo non per mancanza di apprendimento di queste funzioni, ma per il loro deterioramento da disuso, ovvero a causa del mancato esercizio. Dunque, anche dopo aver raggiunto buoni livelli di scolarizzazione, si rischia una regressione.

Recenti dati Istat riferiscono che il 20% degli italiani non ha mai aperto un libro perché preferisce la tv come unico strumento di informazione, dato confermato, tra l’altro, dalla chiusura di centinaia di librerie tra il 2010 e il 2018 per mancati acquirenti.

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Nuovi tipi di analfabetismo o di linguaggio?

Alle forme di analfabetismo “tradizionale” si accompagnano, in senso più ampio, quelle che indicano l’ignoranza di argomenti politici ed informatici.

Per analfabetismo informatico si intende l’incapacità di operare mediante un computer e di reperire informazioni tramite internet. Un analfabeta informatico non solo non conosce la tecnologia, ma ne ignora anche la terminologia di settore. Il grado di analfabetismo può variare in base all’età, al sesso, alla religione e alla nazione di appartenenza. A seconda dell’età è possibile distinguere tre sottocategorie: analfabeti digitali, immigrati digitali e nativi digitali.

Analfabeti digitali: costituiscono la categoria più evidente di analfabetismo il cui range comprende uomini e donne tra i cinquanta e gli ottanta anni che non possiedono dimestichezza col computer e sono sprovvisti di smartphone e tablet.

Immigrati digitali: tale definizione è stata coniata da Marc Prensky nel 2001 in riferimento alla generazione di quarantenni e cinquantenni che vivono una fase di passaggio. Questi ultimi, intesi anche come “nativi analogici”, hanno imparato ad utilizzare le tecnologie in età adulta, per intuizione, tentativi ed errori, ma ne hanno una conoscenza piuttosto superficiale rispetto ai nativi digitali.

Nativi digitali: secondo Prensky possono essere così appellati i giovani nati a partire dagli anni Novanta, che vantano grande familiarità con la tecnologia in tutte le sue sfumature. Il digitale è la loro lingua madre e non saprebbero vivere senza.

Le nuove forme che chiamiamo di analfabetismo in realtà rappresentano anche un nuovo linguaggio, che occorre sicuramente imparare per migliorare sé stessi e trarne dei vantaggi a livello personale e professionale, ma allo stesso tempo non bisogna abituarsi ad usare solo dispositivi elettronici che rischiano di produrre un analfabetismo di ritorno ed una regressione linguistica.

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