Il valore misurabile dell’arte e della cultura

Il valore misurabile dell’arte e della cultura

É difficile parlare di cultura in un momento come quello che stiamo vivendo.

È difficile perchè, se il blocco dell’economia dovuto al Coronavirus rappresenta sicuramente per molti una perdita economica importante, per alcuni si traduce nel problema di mettere un pasto a tavola. C’è una parte d’Italia, 3 milioni e 700 mila per l’Istat nel 2017, che lavora in nero totale. I settori sono tra i più diversi tra loro: servizi e servizi alle persone, agricoltura, edilizia, grande distribuzione, commercio, trasporti, alberghi e ristorazione.

Parlare di cultura sembra quasi un vezzo

Un giorno, scriveva Hermann Hesse in Il gioco delle perle di Vetro, in seguito a carestie o guerre, il nostro paese non potrà più mantenere la Castalia e la sua cultura, la vedrà come un lusso che non potrà più permettersi ed invece di esserne orgoglioso, la considererà come nociva e nemica.

Sembra che quel giorno sia arrivato. C’è infatti, in molte persone, un sentimento di insofferenza verso gli stanziamenti (pochi) a favore del mondo della cultura in generale. Finanche l’apertura delle librerie, viene vista da taluni come una cosa superflua.

Anche io tra i bollettini di guerra e le immagini di morte di queste settimane, sono stata costretta a pormi mille interrogativi. Sono però arrivata alla conclusione che la cultura è importante proprio come fondamento di una collettività non monolitica. La cultura intesa come apertura, curiosità, ascolto, si traduce infatti in creatività, in opportunità, quindi, in più uguaglianza sociale cosi minacciata anche in questa pandemia. MantenereVuol dire mantenere un fondamento se non spirituale, almeno umano. Non voglio soffermarmi però sulla mia conclusione cosi poco misurabile a detta di qualcuno.

Monet e gli Impressionisti. Capolavori dal Musée Marmottan Monet, Parigi, mostra prevista a Palazzo Albergati, Bologna dal 13 marzo al 12 luglio 2020, organizzata da Arthemisia

Il valore misurabile dell’arte e della cultura

Vorrei però ricordare che, come risulta dal rapporto annuale “Io sono cultura” della Fondazione Symbola e Unioncamere, presentato a Milano nel marzo 2019, il  valore dell’arte e della cultura se non si vuole  misurare in termini di arricchimento culturale, si può misurare in risultati economici.

Nel 2018, secondo questo rapporto, le aziende del settore sono state 416.080, con un incidenza del 6,8 % sul totale delle attività economiche del Paese e un fatturato di circa di 96 miliardi di euro (4 miliardi in più rispetto al 2017). Sono cresciuti anche gli occupati, che hanno raggiunto quota 1.550.000 (6,1% del totale, +1,5% rispetto al 2017).

Quando si parla di cultura spesso si pensa erroneamente solo a personaggi boriosi, superbi  ed autoreferenziali, gli abitanti della Castalia appunto, dimenticando tutti le persone occupate, talvolta solo stagionali o a progetto, che lavorano in questo vasto settore.

Oggi vogliamo soffermarci  su due realtà: quella delle Grandi Mostre d’Arte e delle Gallerie d’arte.

 

Capolavori dal Musée Marmottan Monet, Parigi, mostra prevista a Palazzo Albergati, Bologna dal 13 marzo al 12 luglio 2020, organizzata da Arthemisia

 

Mostre D’arte, appuntamenti nazionali

Iole Siena Presidente del Gruppo Arthemisia, leader a livello nazionale nella produzione, organizzazione e realizzazione di esposizioni temporanee e permanenti di natura artistica e culturale, ci ha parlato di questo  settore colpito doppiamente. Vive infatti degli incassi delle biglietterie, quindi successivi all’apertura, ma sostiene al 95% i costi prima dell’apertura stessa.

La chiusura improvvisa causata dal Coronavirus, ha lasciato alle imprese quindi  tutti i costi delle mostre aperte o in apertura, privandole però degli incassi. Per questo, continua la Presidente sorprendendoci, la riapertura delle mostre il 18 maggio 2020, per quanto sia un segnale positivo per turismo e Paese, non è tecnicamente sostenibile.

Non sono infatti stati previsti dal governo sostegni per le imprese della cultura già gravate da perdite. Inoltre il periodo maggio-settembre di per se con meno affluenze, vedrà poi l’assenza di scuole, over 65, gruppi, turisti. Il costo giornaliero medio di una mostra, considerando il personale di vigilanza e di biglietteria, le assicurazioni, gli affitti, le pulizie, ecc., si aggira intorno ai 6.000 euro.

La riapertura contingentata e sottoposta a “condizioni coronavirus”, sarebbe quindi antieconomica. Alle difficoltà di sanificazione di opere d’arte, si aggiunga anche che nessun assicuratore vorrà coprire i rischi di contagio da coronavirus.

Per questo, conclude la Presidente, l’apertura sarebbe auspicabile ad ottobre 2020, con 5 mesi di lavoro preparatorio.

 

Salamon Fine Art a Milano, di Lorenza Salamon

 

Gallerie d’arte

La gallerista Lorenza Salamon, fondatrice di Salamon Fine Art a Milano e ideatrice con l’amico Marco Ausenda della nuova fiera mercato interamente dedicata all’arte figurativa contemporanea GrandArt, vede in questa paralisi l’occasione per ridisegnare regole, strumenti anche politici, processi lavorativi.

Le gallerie, ci ricorda, per quanto chiamate quotidianamente ad esprimere novità ed originalità, devono operare con spirito imprenditoriale. L’aiuto temporaneo da parte dello stato, non deve avere funzione assistenziale, ma, quasi parafrasando gli obiettivi del piano Marshall infondere la “libera impresa”, lo “spirito imprenditoriale”, il “recupero di efficienza”, l'”esperienza tecnica” e la “tutela della concorrenza”.

Lorenza Salamon auspica pertanto una maggiore attenzione alla cultura italiana da parte delle istituzioni e soprattutto lo snellimento della burocrazia che assorbe il 40% delle risorse, in termini di denaro e tempo. Gran parte delle gallerie, considerate microimprese, spendono infatti dagli € 8.000 ai € 15.000 all’anno per commercialista e contabile solo per assolvere alle richieste amministrative.

Auspicabile sarebbe anche l’abbassamento dell’IVA al 10%; estendere il raggio di azione dell’ ArtBonus, prezioso strumento per finanziare mostre e iniziative; pensare all’inquadramento degli artisti spesso ondivaghi tra le diverse categorie che di anno in anno offrono migliori o peggiori statuti.

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