Sua cuique persona: ad ognuno la sua maschera

Sua cuique persona: ad ognuno la sua maschera
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Maschera: apparecchio che, applicato sul viso, si presta a ottenerne una contraffazione o a renderne impossibile il riconoscimento; è di solito fatto di cartapesta, stoffa o altro materiale plastico ed è impiegato a scopo magico o rituale, bellico, scenico e di divertimento.

Dal 1500 l’uso del termine maschera si è notevolmente intensificato nella lingua italiana, volto ad indicare, ad esempio, il tipico travestimento carnascialesco, ma anche i trattamenti di bellezza nell’ambito cosmetico.

L’uso delle maschere è antichissimo e risale alla Preistoria, quando i cacciatori indossavano costumi zoomorfi per mimetizzarsi, come testimoniano le pitture rupestri di Lascaux, nei Pirenei francesi.

Nell’antichità la maschera veniva usata durante le cerimonie sacre in cui il celebrante la indossava per assumere i poteri e le caratteristiche delle divinità rappresentate ed essere riconosciuto come tale dai partecipanti.

Nell’antico Egitto si credeva fermamente alla vita ultraterrena per cui sui corpi dei defunti mummificati si poneva una maschera mortuaria sulla testa, al fine di aiutare lo spirito a riconoscere il proprio corpo nell’aldilà.

Con la nascita del teatro occidentale nell’antica Grecia vengono create le prime maschere a scopo scenico, la cui funzione non era solo caratterizzare il personaggio ma anche amplificare la voce dell’attore che le indossava; ciò era reso possibile dall’apertura della bocca a forma di imbuto che, come un megafono, consentiva di raggiungere l’intera platea.

Nel Medioevo il teatro subì una battuta d’arresto ma non fu del tutto abbandonato. Nacque invece il Carnevale, evoluzione dei Saturnalia romani, che, mediante il travestimento, consentiva di annullare le differenze sociali: il padrone poteva servire lo schiavo e il povero poteva vestirsi da nobile. Il capovolgimento dei valori correnti dava vita a un “mondo alla rovescia” che proteggeva le ragioni materiali contro quelle spirituali dominanti; è nel caos che avviene la purificazione, condizione necessaria all’instaurarsi del nuovo ordine.

In Italia il Carnevale vanta oggi una fama che travalica i confini nazionali, legata soprattutto alle maschere popolari nate con la Commedia dell’Arte nel XVI secolo e divenute il centro di tutto il corpus teatrale. La maschera rappresenta il simbolo del teatro in primis, ma anche della poesia e della pittura.

Il secolo scorso si è aperto con la rivoluzione freudiana in cui la maschera, rappresentata dall’inconscio, cela e rivela simultaneamente la verità umana; si è proseguito con De Chirico i cui manichini metafisici divengono l’espressione muta dell’uomo-automa contemporaneo, per arrivare infine a Picasso, che trova risposta alla ricerca di unità e di universalità nelle maschere africane primitive circolanti in Europa in quel tempo.

Più in generale potremmo sostenere che in tutta l’arte moderna la maschera sia simbolo della ricerca dell’identità. Le motivazioni che spingono oggi gli uomini a mascherarsi sono molteplici: per nascondersi, per assumere un’identità diversa o semplicemente per divertirsi.

In alcuni casi le maschere consentono di manifestare un lato di sé altrimenti nascosto, liberandosi dei ruoli che vengono costantemente attribuiti alle persone dalla società. Indossiamo delle maschere quotidianamente per adattarci e integrarci, ma la maschera pur ponendosi come diaframma tra il nostro volto e gli altri, non nasconde ma rivela aspetti della psiche e della personalità di chi la indossa.

Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello aveva ben capito la difficoltà dell’essere ed affronta il tema della maschera nel suo ultimo romanzo dal titolo “Uno, nessuno e centomila”: uno rappresenta l’immagine che ogni uomo ha di sé, nessuno è ciò che alla fine il protagonista sceglie di essere e centomila è la percezione che gli altri hanno di noi.

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