L’economia dell’informazione. Un mondo a misura di Google

L’economia dell’informazione. Un mondo a misura di Google
(Fonte: Freepik)

La nostra è un’ economia che si basa fortemente sul concetto di informazione, che negli ultimi anni ha trovato un alleato forte nelle moderne tecnologie digitali: molte istituzioni commerciali o governative collezionano e usano dati digitali come parte della loro normale attività. Laddove un tempo era il lavoro fisico degli operai a produrre un surplus di valore, ora è il lavoro intellettuale delle masse ad avere un vero e proprio valore monetario, costituendo la nuova economia dell’informazione.

Aziende piattaforma come Apple o Amazon hanno cambiato il modo in cui l’informazione viene prodotta e riprodotta. Il termine Googlization  è stato usato per descrivere la modalità con cui Google ha espanso la sua influenza nella vita sociale, economica e politica: Google influenza ormai non solo il modo in cui si fanno delle ricerche o l’estetica delle applicazioni, ma anche l’istruzione, i servizi informativi, la ricerca sociale e accademica.

La società dell'informazione
L’azienda di Jeff Bezos è la prima al mondo per fatturato

Jean Braudillard affermò che nell’era della comunicazione virtuale i fatti scompaiono e cedono il posto ad una apparenza che è il loro contrario: milioni di telespettatori credevano di vedere in TV le immagini reali della prima guerra del Golfo e invece vedevano immagini e ascoltavano notizie selezionate ad arte che costituivano una realtà falsificata per secondi fini. Analogamente accade con le calamità naturali e gli eventi sanguinari di lontani paesi, magari con l’obiettivo di predisporre i telespettatori ad un intervento armato occidentale mascherato da missione di pace. Il primo testo di riferimento delle teorie di Braudillard è “Simulacri e simulazioni”, del 1981. L’autore ritiene che la migliore allegoria della simulazione sia un’idea che si trova nel racconto di Borges, in cui i cartografi imperiali disegnano una mappa dell’impero così precisa da ricoprirne esattamente il territorio. Ma Braudillard si spinge oltre: ora è l’impero capace di costruire se stesso in modo da adattarsi perfettamente alla mappa, perché lo stadio finale del processo è quello della simulazione pura, quando la cultura produce segni privi di significato reale. Il rischio è quella sovrapposizione di “spettacolo e vita” teorizzata da Guy Debord  nel 1967: ogni luogo e istante della vita presenta qualche spettacolo, inteso come messa in scena della vita quotidiana, ed è contemporaneamente a disposizione dello spettacolo (come nel caso dei selfie).

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Guy Debord, autore de La società dello spettacolo

Per il sociologo Fausto Colombo la simulazione è la forma specifica della rappresentazione tardo moderna e assai labile è il confine tra la realtà registrata e la costruzione artificiale. Del resto, come ricorda un altro sociologo, Ervin Goffman, tutta la nostra vita non è che una serie di rappresentazioni, di recite, e tutte esse sono in qualche misura “autentiche”. Alcune si svolgono nel contesto tangibile ed altre in quello artificiale ma quello che facciamo online è reale tanto quanto quello che facciamo offline. Seguendo il concetto junghiano di persona-maschera, nel suo La vita quotidiana come rappresentazione (1959) Goffman afferma che la vita è un teatro dove non esistono verità vere, ma solo interpretazioni che sono vere per ciascun individuo. Di fondamentale importanza è la definizione della situazione concordata nella data interazione (rappresentazione), allo scopo di mantenere la coerenza di quest’ultima. Nelle rappresentazioni i partecipanti possono essere simultaneamente attori e pubblico: ciascuno è attore osservato da un pubblico ma al contempo è pubblico per la parte recitata dai suoi stessi spettatori. La rappresentazione drammaturgica è essa stessa un rituale: crea un senso di realtà condivisa. Le persone manipolano le impressioni che gli altri si formano su di loro mediante abiti e gesti dotati di un certo significato, spesso tuttavia capita che il pubblico si renda conto che il soggetto sta recitando e osservi la rappresentazione notando sia ciò che l’attore vuol far percepire intenzionalmente sia quello che lascia trasparire involontariamente. In realtà, nonostante il fatto che il pubblico sia cosciente di questa rappresentazione, non vengono espressi dubbi, perché altrimenti non ci potrebbe “salvare la faccia” a vicenda.
Tutto ciò è foriero di profonde trasformazioni psicologiche nel sentire comune e personale, ed ecco che la chiave di lettura psicologica sarà il tema della nostra prossima chiacchierata.

 

Articolo a cura di Silvia Marigonda

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