Il Giappone a Genova tra colori e convenzioni

Il Giappone a Genova tra colori e convenzioni
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Lo splendido Museo d’arte orientale di Genova Edoardo Chiossone, mai abbastanza noto, ospita un’interessante mostra che fa riflettere sul parametro alla base del rapporto tra colore, cultura giapponese e cultura occidentale.

Il neodirettore, Aurora Canepari, sensibile ai nuovi linguaggi che parlano il lessico dell’arte contemporanea, ha aperto gli ariosi spazi del museo alla mostra “I Colori del Giappone”. In mostra gli scatti di Fabio Accorrà, giovane fotografo e travel blogger genovese che, come tutti i suoi conterranei, ha il viaggio nel Dna.

Scegliendo di muoversi tra colore e convenzione, opera un’inevitabile sintesi che evidenzia che il colore, ben lungi dall’essere un passepartout, è uno iato da colmare per capire e conoscere le diverse culture.

Occorre, però, fare un passo indietro precisando che la cultura giapponese fino agli anni Cinquanta utilizzava solo 4 termini per indicare i colori: aka, rosso, che copriva anche la gamma dal viola all’arancio; ao, per tutte le tonalità dal bianco al nero e la gamma delle tonalità fredde, ma lo stesso indicava anche quello che per noi è il blu, il  verde, il grigio e il viola; kuru, nero e shiro, bianco, i due colori più vicini come significato ai canoni occidentali. Negli anni Cinquanta fa capolino il termine “medori” per indicare le tonalità del verde che comprendono anche i gialli.

Stupisce molto apprendere che un Paese così “pittorico” non avesse una terminologia corrispondente. Una serie di tavolette monocrome, bianco, blu, giallo, rosa, rosso, marrone chiaro, verde, oro, grigio e nero individuano le tappe di un percorso, che corrispondono a loro volta ai capitoli di questa ricerca che colore dopo colore dipinge il Giappone.

Il rosa rievoca la natura con i ciliegi in fiore, il grigio Hiroshima, il marrone il colore del Tè, il verde è il colore dei giardini, delle erbe e della campagna, il blu indica armonia e quiete, l’oro il Tempio Buddista di Kinkakuji, il giallo ci porta a Nikko e al foliage autunnale, il bianco ricorda il Fujiama e la purezza, il nero l’oscurità, la notte, il male, ma anche sentimenti di desolazione e tristezza, il rosso ben augurante, di più se unito al bianco.

Il nostro immaginario collettivo parla di blu per il cielo e il mare, di verde per la campagna, di bianco per la neve a sua volta simbolo di purezza, di rosso per il fuoco, come il sole è giallo o l’alba distende le “rosee dita” e cosi via. I parametri di riferimento anche in Occidente non possono che essere convenzionali perché è evidente che il tema è inesauribile. Dovremmo immergerci in volumi di storia dell’arte solo per tentare di capirne qualcosa. Ogni essere umano, ancor di più ogni artista, da Giotto a Picasso, dalle sculture crisoelefantine a Moore, dalle tribù primitive agli autori della video art, vede in modo soggettivo e ne adotta i risultati, che vanno dal frantumare la materia per estrapolarne i pigmenti fino all’utilizzo di fasci di luce per evidenziare o creare i colori.

Il tema è ampio quanto lo sono le gradazioni di un unico colore e cogliamo l’occasione, grazie ad Accorrà, per esplorare cos’è il colore, e ancor meglio cos’è la luce. Le sfumature sono infinite, impossibile trovare i vocaboli per descriverle. Maurizio Nannucci anni fa si cimentò su questo terreno. Affrontò un colore solo e con “tutti i colori del verde”, ossia con un pannello di grandi dimensioni composto da tanti riquadri ognuno di un verde diverso, invitava l’osservatore a continuare la ricerca che si intuiva essere senza fine.

Monte Fujiama

Il nostro artista blogger ha scelto di operare un’inevitabile sintesi che evidenzia le differenze tra il Sol Levante e l’Occidente e il pubblico scopre così alcuni punti della storia, del lessico, del paesaggio e dell’architettura del Giappone. L’immagine del Fujiama, la montagna sacra, apre questa mostra, che si conclude tra bronzi imponenti, ceramiche, armi, armature, preziose lacche che costituiscono il contenuto del Museo Orientale, il più importante in Europa, che Edoardo Chiossone, dopo una vita dedicata alla sua passione per il Giappone, donò alla Città di Genova.

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