La casa delle voci di Donato Carrisi

La casa delle voci di Donato Carrisi
https://www.silenziostoleggendo.com/2019/12/12/recensione-la-casa-delle-voci-carrisi/

Scavare nelle menti altrui è un lavoro estremamente faticoso.

Per questo motivo i comuni mortali decidono di affidarsi a qualcuno che lo faccia come professione: prima di tutto perché su se stessi non si può essere così distaccati e oggettivi, ma soprattutto perché se dipendesse da ciascuno di noi, probabilmente non ci porremmo mai degli interrogativi, le cui risposte sono annidate e schiacciate nella nostra testa.

Donato Carrisi torna in libreria con il suo ultimo romanzo “La casa delle voci” (ediz. Longanesi), in cui ci presenta un nuovo protagonista, lo psichiatra Pietro Gerber.

Un uomo, un ipnotista o per definirlo meglio un “addormentatore di bambini”: Pietro infatti si è specializzato nella terapia ipnotica infantile, con la quale cerca di salvare le menti di giovani vite, vittime di violenze e di soprusi.

La sua vita scorre normalmente insieme alla moglie Silvia e al figlio Marco, con i quali è riuscito a creare un nucleo fatto di condivisione, risate, piccole abitudini e solite rotture.

Nel momento in cui entra in scena nella sua vita Hanna Hall, qualcosa cambia: inizialmente scettico nel prendere in cura una donna adulta (proprio per via della sua specializzazione), decide comunque di darle una possibilità perché vede in questa donna una fragilità che lo colpisce particolarmente.

Il caso risulta a Pietro ancora più interessante nel momento in cui scopre che Hanna Hall è convinta di aver ucciso il proprio fratello, quando erano entrambi ancora molto piccoli e quindi quel trauma, intrappolato nella mente bambina della paziente adulta, deve essere curato, deve essere portato alla luce attraverso l’ipnosi.

Al di là del fatto in sé, lo stesso psichiatra si domanda quali siano queste voci di cui Hanna parla sempre, quali siano queste regole così rigide che i genitori le diedero fin dalla più tenera età, quali siano i personaggi che abbiano popolato la sua infanzia e la sua crescita e se siano davvero reali o frutto della sua semplice immaginazione.

Pietro si fa trascinare da una donna che fin dall’inizio svolge malamente il suo ruolo di paziente: il contatto fisico tra i due è sottilmente presente, la presenza di Hanna è invadenza pura fin dalla prima seduta nei confronti della sfera privata dello psichiatra.

Carrisi riesce nuovamente a trascinare il lettore (e la scelta del termine non è casuale) nelle vicissitudini di nuovi personaggi, che quanto più suonano sinistre e buie, tanto più la mente le segue e cerca di districarle a modo proprio.

Trascinare, tirare, spingere, spintonare: il lettore si sente esattamente così leggendo queste pagine, perché anche nel momento in cui vuoi per l’ora tarda e vuoi anche per quel leggero stato di ansia che causa la lettura di alcuni accadimenti, si va avanti, pagina dopo pagina, appunto spinti proprio in avanti dalla volontà di sapere.

È pur vero che non siamo così interessati a scoprire quello che si nasconde nelle nostre menti, ma è altrettanto reale e concreto il fatto che invece siamo assolutamente curiosi in maniera spesso morbosa di scoprire quello che riguarda le altrui menti, i segreti, le paure non confessate.

L’autore riesce a costruire i personaggi fisicamente e psicologicamente in una maniera complessa e allo stesso tempo molto accessibile al lettore: pochi personaggi, pochi momenti chiave, passaggi semplici e diretti che permettono di seguirlo nei suoi ragionamenti.

Una cosa sola è necessaria per poter leggere questo romanzo: essere presenti con corpo e mente al 100%. Perché nonostante l’utilizzo di un linguaggio efficace e periodi non eternamente lunghi, per seguire davvero lo sviluppo di questa storia è strettamente necessario essere concentrati e farsi davvero trascinare dentro lo studio del Dott. Gerber nel momento in cui sottopone all’ipnosi la paziente Hanna Hall.

In tutti questi momenti (come in molti altri) il cervello del lettore senza nemmeno troppa fatica verrà tirato dentro le righe e le parole che si susseguiranno l’una dopo l’altra, senza che veramente ciascuno di noi se ne possa rendere concretamente conto.

Ci saranno momenti in cui si tenderà a prendere le parti della paziente (in quanto tale, basta da sé questa definizione), ma ce ne saranno altrettanti in cui si propenderà per l’odio nei confronti di Hanna e nella compassione più estrema nei confronti di Pietro.

Un dualismo costante in queste pagine, che si alterna essendo più o meno presente durante tutto lo svolgimento del romanzo: caratteristica inoltre la scelta di ambientarlo nella culla della cultura italiana, nella città di Firenze, facendoci riscoprire (o scovare per la prima volta) alcuni suo luoghi nascosti e storie sotterrate.

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