Dentro il web 2.0: verso il futuro a velocità 5G

Dentro il web 2.0: verso il futuro a velocità 5G
Una scena tratta da 2001: Odissea nello Spazio (Fonte: IMDB)

Nel gennaio del 2007 il Time scrisse che «il web è uno strumento per raccogliere i singoli contributi di milioni di persone e dare loro valore. Gli addetti ai lavori della Silicon Valley lo hanno chiamato Web 2.0, come se fosse la nuova versione di un vecchio software, ma in realtà si tratta di una vera e propria rivoluzione».

Il concetto di Web 2.0 qualificava già allora nuovi servizi e nuove piattaforme, come Google o Youtube, e nuovi servizi di chat, come Messenger o Skype. In sostanza le principali caratteristiche dei media del Web 2.0 sono la multimedialità, l’usabilità e la possibilità da parte degli utenti di poter caricare contenuto, renderlo visibile e creare una reputazione.

Web 2.0
Una scena tratta da Her di Spike Jonze (Fonte: IMDB)

Nella cultura partecipativa l’utente è infatti da una parte produttore di informazioni e dall’altra giudice e consumatore dei contenuti prodotti da altri (prosumer). Una forma specifica e relativamente recente di prosumption è per esempio il tagging, che non solo serve a classificare il contenuto (per esempio #digitalsociology), ma anche ad esprimere opinioni e valutazioni (#excited, #disgusted).
Il tagging introduce metadata, vale a dire informazione che indica le categorie a cui il contenuto afferisce, e pertanto è vitale nel permettere agli altri di trovare un certo contenuto, pratica essenziale già nel Web 2.0.

La storia del web partecipativo è ricca di processi di accorpamento e di monopoli e oligopoli. E tuttavia l’ampliamento dell’utenza non coincide con una maggiore varietà di offerta e informazione, quando piuttosto con la creazione di monoculture planetarie, come per esempio il caso Netflix. È la macdonaldizzazione del mondo postulata da Ritzer nel 1997, vale a dire un processo di omologazione e spersonalizzazione: McDonald’s, nato come simbolo americano, si è diffuso con successo in ogni parte del mondo poiché offre calcolabilità, prevedibilità e controllo, riassumibili nell’idea di efficienza.

Il fallimento delle numerose startup nate con la bolla dot-com di fine millennio era in massima parte dovuto al loro concentrarsi sul prodotto invece che sulla creazione di un ecosistema, come è oggi fondamentale nell’epoca del Web 2.0. I modelli di business vincenti sono quello free di Facebook, YouTube o Google, che consentono l’utilizzo gratuito del mezzo a fronte di introiti generati attraverso la pubblicità, quello “free to use, pay for related service” di WordPress, in cui il software è gratuito e modificabile, mentre i servizi aggiuntivi sono a pagamento; il modello Freemium, con utilizzatori a titolo gratuito e con utenti di servizi a pagamento, come Linkedin, Spotify i Skype, il modello “freedom to pay”, che vive di donazioni, come Creative Commons, Wikipedia o CCleaner, e infine il modello” Nothing free” di eBay e PayPal, che si pongono come mediatori, o dei veri e propri negozi di eCommerce di Amazon e iTunes.

Web 2.0
Dal web 2.0 all’ Internet of Things: nuovi mondi all’orizzonte

Dopo l’avvento del Web 2.0, ora sta sviluppandosi l’ecosistema dell’Internet of Things (IoT), da alcuni definito Web 3.0, in cui potenzialmente ogni oggetto del nostro vivere quotidiano diventerà un oggetto connesso alla rete senza la necessità di una mediazione umana.

L’accelerazione verso una società interamente digitale è stata particolarmente notevole negli ultimi anni: il personal computer divenne di dominio pubblico negli anni ’80, il World Wide Web fu inventato nel 1989, ma divenne accessibile al pubblico solo nel 1994, Wikipedia e iTunes iniziarono ad essere operativi nel 2001, Linkedin nel 2003, Facebook nel 2004, Flickr e YouTube nel 2005 e Twitter nel 2006. Lo smartphone fu lanciato sul mercato nel 2007, lo stesso anno di Tumblr, mentre Spotify iniziò ad operare nel 2008. Instagram e i tablet seguirono nel 2010, Pinterest e Google+ nel 2011. E così via, il processo di costituzione e consolidamento delle social community è ormai inarrestabile e sempre più veloce.

Ma cosa si nasconde davvero dietro all’universo dei social network?

 


Articolo a cura di Silvia Marigonda

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