L’Istituto di Stephen King: nel mondo dei poteri dei più piccoli

L’Istituto di Stephen King: nel mondo dei poteri dei più piccoli
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Quando siamo piccoli, ci viene spesso detto che siamo degli eroi, che siamo coraggiosi, che siamo grandi e tutto questo ci rende incredibilmente fieri di noi stessi.

Quando diventiamo adulti invece tendenzialmente detestiamo che questo ci venga sottolineato, che ci venga anche solo sussurrato anche perché comporta subito la possibilità di prendersi e farsi carico di ulteriori responsabilità.

Il Re Stephen King torna in libreria con il suo nuovo romanzo “L’Istituto” e propone nuovamente al suo vastissimo pubblico di lettori dei protagonisti piccoli.

Un po’ come aveva costruito il suo romanzo di formazione “IT”, dove erano i bambini a dover imparare da soli ad affrontare le loro paure e i loro timori più grandi, anche in questo suo ultimo scritto ci troviamo di fronte piccoli eroi dotati di super poteri.

In questo caso reali capacità di far capitare certe cose (vedi telecinesi) oppure la facoltà di leggere nel pensiero e nelle menti altrui (vedi telepatia) o semplicemente lo sviluppo di un intelletto particolarmente geniale.

Luke Ellis è uno di questi soggetti singolari, vive con i suoi genitori, studia ed è dotato di un quoziente intellettivo sorprendente. La sua vita procede comunque tranquilla e piena di gioia fino ad una notte, dove degli estranei si intrufolano in casa sua, gli uccidono i genitori e lo portano via da casa sua, a bordo di un macchinone nero.

Luke si risveglia in una stanza identica alla sua, ma senza finestre e dopo poco scopre la fredda e cruda realtà: ora la sua vita è dentro l’Istituto, una struttura nascosta nelle boscaglie del Maine dalla quale non può scappare in nessun modo e dove gli fanno compagnia soggetti come lui (anche più piccoli).

Qui ragazzini e ragazzine delle più svariate età vengono sottoposti a test ed esami fisici e psichici che definirli devastanti ed estremamente crudeli sarebbe riduttivo: allucinazioni visive, iniezioni di virus come quello della varicella sotto pelle, immersioni in vasche piene d’acqua in piena apnea, esperimenti orribili che causano loro pianti e violente convulsioni.

Tra di loro si creano dei rapporti, delle amicizie un po’ “costrette” e forzate dalla condizione in cui tutti loro si trovano, senza capirne i motivi e sviluppando a turno un sentimento di confusione, rabbia, sconforto.

Le figure degli adulti sono gli aguzzini di questa struttura, i medici con tutta la loro equipe, che studiano i loro prigionieri come se fossero animali da combattimento, perché dotati di capacità straordinarie e dunque per loro interessanti.

Ma ciò che li legittima a comportarsi come barbari è la tenera età dei loro pazienti: non c’è tenerezza, non c’è nessuna comprensione, ma solo la facilità di colpire individui più piccoli e indifesi con un’arroganza e una cattiveria che spinge lo stesso autore a descrivere questo Istituto come un vecchio campo di concentramento.

E il lettore soffre e si contorce con Luke quando viene infilato di forza dentro la vasca e sgrana gli occhi di fronte al sistema creato dall’Istituto secondo cui “Ottieni un gettone se ti comporti bene e non crei problemi”.

E a cosa servono questi gettoni? Ad accedere alle meraviglie contenute dentro le macchinette sparse in ogni angolo della struttura, che distribuiscono non solo le più classiche merendine, ma anche sigarette e alcolici. Per minori.

Così li rendono schiavi del loro sistema, agendo su intelletti di un certo livello, riuscendo a creare una breccia dentro il loro stato d’animo, rendendoli inermi di fronte alle evidenti ingiustizie cui sono sottoposti.

Lo stile di Stephen King è palpabile fin dalle prime pagine, anche se differente dai suoi grandi classici: il ritmo procede forse più lentamente, forse scadendo in qualche descrizione di troppo, ma quello che non manca (fino all’arrivo del finale) è la sensazione costante di essere “dentro” quelle pagine, di sentire il battito cardiaco accelerato di Luke e le zanzare che lo massacrano appena mette piede fuori dall’Istituto.

I rimandi ai suoi romanzi precedenti sono sempre moltissimi, alle volte più o meno nostalgici, alle volte più diretti e un pochino auto – celebrativi.

Ciò che resta è il Re e la sua straordinaria capacità di far arrivare le sue parole e i suoi personaggi, sempre.

 

 

 

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