Bansky: un fustigatore ironico e divertente

Bansky: un fustigatore ironico e divertente

Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto…
Il secondo principio di Bansky” è il titolo di questa mostra, una delle più ambite dalla Fondazione di Palazzo Ducale, che presenta un imponente numero di opere dell’artista di cui non si conosce l’aspetto.

Umile? Sincero? Costruito? Controcorrente? Un’icona del nostro momento storico? Un Savonarola? Un cinico o un sensibilissimo poeta? Certamente un “maestro” consapevole o meno del marketing che la fa da padrone nel mondo dell’arte da ormai quarant’anni.

Già…Arte…ma cos’è l’arte? Quella degli etruschi, quella dei Greci? Quella di Leonardo che riprese i canoni classici sublimandoli? Quella del Celeste Impero? Le teorizzazioni di filosofi come Kant o Hegel? L’arte come specchio della società o l’arte che obbedisce ai parametri di armonia, bellezza, composizione, teorizzati da Ernst.H.Gombrich? E ancora che dire di Angela Vettese che teorizza esattamente il contrario nel suo libro “Si fa con tutto. Il linguaggio dell’arte contemporanea”?

In tutto questo chi sono gli artisti che rimarranno un domani? Chi sono i futuri Leonardo, Raffaello, Michelangelo o Cezanne? Ci saranno nuovi parametri, oggi sono tutti e nessuno e se uno di questi fosse un lessico trasversale e atemporale, Banksy lo sa già parlare.

Oggi è fondamentale la presenza sui media, recependo il vocabolo com’è nella sua accezione etimologica. Questo senz’altro il filone di Warhol e di Cattelan, e non è un caso se quest’ultimo nasce proprio dal mondo della pubblicità. Nonostante tutto, resiste ancora la figura del “maestro”, cioè di colui che come autorità nel proprio campo è padrone di quel saper fare lontano anni luce dal mondo dei comuni mortali. In questo ci viene in soccorso anche San Francesco per il quale mano, mente e spirito sono gli “ingredienti” indispensabili alla creazione di un’opera d’arte.

Oggi però la visibilità ha prevaricato i contenuti del fare arte e nel caso di Bansky esiste una felice sovrapposizione tra il “se ne parla”, la maestria e il progetto. I temi a prima vista innocenti come la Madonna col Bambino, in realtà sono scottanti denunce delle atrocità a cui in qualche modo siamo assuefatti. In questa sua visione disincantata Bansky è maestro.

Almeno in Occidente decenni di Pace con la P maiuscola hanno fatto e fanno tuttora fiorire i viaggi, i commerci, la possibilità di studiare ovunque, di disporre di una moneta unica forte, si passeggia addirittura sulla luna; abbiamo l’anestesia, la pillola, il parto indolore, la lavatrice, la ricerca scientifica avanzatissima, la corte dei miracoli non è più concepibile e i meno fortunati vengono assistiti: in una parola siamo diventati consapevoli che si deve migliorare la qualità della vita a livello planetario perché siamo tutti sulla stessa barca. Ecco Bansky è tutto questo…e tanto di più.

Non si può sapere nulla di lui, la sua figura è avvolta nel mistero, riprendendo in questo la felice intuizione che ebbe Leo Castelli a proposito di Joseph Kosuth, allora artista sedicenne. Sappiamo che è nato a Bristol forse intorno al 1974.

A maggior ragione Bansky induce curiosità e attenzione parlando e presentando sé stesso solo attraverso le sue opere che risvegliano la coscienza, trasudano etica e sense of humor, seppure amaro. A suo stesso dire cresce in mezzo ai graffiti che specifica “facevano tutti”, quindi anche lui. Si sottrae presto ai dictat del mercato ribellandosi fra l’altro all’idea dell’opera originale come oggetto di commercio e per questo diventa editore producendo serigrafie, che si affiancano naturalmente a dipinti a mano libera, stencil ed installazioni.

La sua forza sta nell’aver assorbito e mutuato le istanze e i messaggi del mondo che ci circonda. La sua è una storia che si srotola sotto i nostri occhi, in un dialogo continuo tra sacro e profano, utopia e incubo, cultura e commercio, realtà e fantasia, orrore e sogno, guerra e pace, digitale e reale…che si esprime infine nell’immagine di Topolino inghiottito dal pitone.

 

“Scrive Bansky: ‹‹Se vuoi dire qualcosa e vuoi che la gente ti ascolti, allora indossa una maschera. Se vuoi dire la verità devi mentire››. E in seguito: ‹‹Non saprete mai chi sono e ogni verità che dirò sarà mascherata da bugia››. Traslando le due affermazioni, il primo principio di Banksy stabilisce che egli abbia qualcosa da dire, il secondo che quanto ha da dire sia una verità. Avere qualcosa da dire è il mandato artistico per definizione, che si tratti di verità non è affatto scontato”.

Così ci riporta Stefano Antonelli che con Gianluca Marziani e Acoris Andipa ha curato la mostra ideata e prodotta da MetaMorfosi Associazione Culturale in collaborazione con Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, promossa da Comune di Genova e Regione Liguria. Aperta al pubblico fino al 29 marzo.

www.palazzoducale.genova.it

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