Un certo numero di cose: The Very Core of It

Un certo numero di cose: The Very Core of It

Di effimeri momenti relazionali e rivoluzionari è costantemente puntigliata la personale di Cesare Pietroiusti Un Certo Numero di Cose/A Certain Number of Things”, curata da Lorenzo Balbi con l’assistenza di Sabrina Samorì e in mostra dal 4 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020 al MAMboMuseo d’Arte Moderna di Bologna.

Autoreferenziale, autocelebrativa, retrospettiva. Un cammino a ritroso che non vuole risultare per forza pretenzioso o presuntuoso, anche se lo stesso artista si pone il dubbio che possa esserlo. L’obbiettivo è comunque concentrarsi su ciò che è stato un uomo e continua ad essere, lì, tra i frammenti dei suoi ricordi di giovinezza, delle sue opere, dei tentativi e delle idee messe in pratica nel nome unico di un oltre, al di là di se stesso e delle cose.

Cesare Pietroiusti (1955) racconta che quando era piccolo, nel cuore dei ruggenti anni ’60, provò -in piena coerenza di quei tempi rivoluzionari- a rompere un muro di casa sua per andare oltre. Oltre a cosa ci torneremo dopo, ma serve quanto meno specificare che l’intenzione primaria non era di rompere l’intera parete. Solo farci un buco, giusto per poggiarvici l’occhio e vedere, comunicare meglio con l’interlocutore dall’altra parte, in questo caso la nonna che in maniera rassicurante e costante, come solo una nonna può essere, gli dava la buonanotte bussando qualche colpo sul muro, prontamente restituiti dal bambino.

Non fu un tentativo andato a buon fine perché la parete si rovinò e il suo progetto fu annullato dagli interventi di riparazione che impegnarono i genitori, sicuramente parecchio infastiditi. Andare oltre, quindi, era l’obbiettivo che non riuscì a raggiungere in quella particolare occasione. Da quel momento di frustrazione si mossero ingranaggi invisibili che crearono l’artista, il pensiero critico e infine l’uomo…si sa come vanno queste cose.

Nella Sala delle Ciminiere del MAMbo nel percorso di esperimenti, performance ed opere che si presentano cronologicamente in maniera casuale, ad un certo punto il visitatore si imbatterà in una parete traforata dall’interno, come mostrano i radi detriti ai piedi di essa. Cosa c’è dall’altra parte, oltre il foro, è una scoperta che va fatta personalmente.

1964, Cesare Pietroiusti

Impegnarsi a far parte di quella che viene definita arte relazionale, al centro della quale vibra pulsante il cuore della performance (“the very core of it”, come dicono gli inglesi), significa avere come forza motrice nient’altro che l’oltre. Oltre se stesso come individuo, per raggiungere l’oltre degli altri e insieme proseguire. Oltre le convenzioni, per scoprirsi capaci. Oltre i muri fisici e metafisici, per vedere dentro l’immaginazione. Oltre il concetto di resa, per essere rivoluzionari. Capaci, rivoluzionari e in cammino. Si cammina per incontrarsi, se stessi e gli altri, in un bianco perenne e atemporale.

Questo è il significato che sembra consegnare l’uomo in cammino insieme al suo essere artista: il bagaglio di ciò che ha sperimentato. Il modo in cui si è posto alle reazioni e ai tentativi che proseguono ancora, anche nel corso della stessa mostra: il visitatore verrà coinvolto a portare a termine opere definite incompiute. Diventare così parte del processo artistico, scoprirsi ricettivi e pronti a rispondere andando oltre, dentro il cuore delle cose.

 

Annamaria Sergi

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