Nessuno si salva da solo, nemmeno Arthur Fleck, nemmeno Jocker

Nessuno si salva da solo, nemmeno Arthur Fleck, nemmeno Jocker
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Nessuno si salva da solo. Lo ha detto Margaret Mazzantini in un suo famoso romanzo, ma potrebbe dirlo chiunque abbia un po’ di sincerità e amor proprio.

Nemmeno Joker si può salvare da se stesso, benché si tratti di finzione.. ma è davvero tutto solamente un film?

La risposta è no, fermo e restando il fatto che il nuovo film di Todd Philips uscito da poco nella sale italiane abbia ricevuto uno dei più alti riconoscimenti, ossia il Leone d’Oro alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

Che la cosa abbia stupito e convinto poco gli spettatori si può capire, ma fino ad un certo punto: partendo dall’interpretazione di Joaquin Phoenix che è qualcosa di incredibile, passando per la colonna sonora che pur nella sua purezza di suoni riesce a far palpitare il cuore, arrivando fino al significato ultimo delle parole di Joker.

Questa è una storia che non ha niente a che vedere con tutto il filone dei fumetti di Batman DC Comics, con i film di Nolan, con quelli di Tim Burton.

Qui si racconta lo sviluppo di un uomo, affetto dalla cosiddetta sindrome pseudobulbare, ossia una patologia neurologica che lo fa rispondere agli stimoli emotivi esterni in modo inappropriato, eccessivo e fuori luogo, che lui esprime tramite una risata isterica che lo colpisce e che non sa come frenare.

Mentre è seduto nello studio della sua psichiatra, non riesce a parlare tanto quella risata prende il sopravvento sulle parole, ma anche all’occhio di una persona che non sia un medico è lampante il fatto che quella non sia una risata che viene dalla pancia, che sia velata dalle lacrime, dalla disperazione, dalla consapevolezza che in realtà guardandosi dentro… non ci sarebbe nemmeno da sorridere.

Un uomo che ha sempre vissuto nella falsità di una vita che gli è stata raccontata in una certa maniera, con alcuni presupposti e alcune frasi “Sorridi e metti una faccia felice: il tuo scopo è portare gioia e risate nel mondo”, quando è lui il primo a non essere contento: nessuno gli riserva un minimo di attenzione, nemmeno la madre che non nota una follia che prende il sopravvento, perché vittima lei stessa e per prima di una malattia mentale.

Chi viene picchiato, picchierà a sua volta; chi subisce un abuso, spesso tenderà a sviluppare un comportamento violento e disturbante nei confronti del mondo. Assunti della psicologia e della medicina, che però spesso non rispecchiano la realtà che ci circonda e questo è lampante nel momento in cui Arthur Fleck incontra il signor Wayne, che lui crede essere suo padre.

Nel dialogo tra i due, Joker scatta chiedendosi che problemi abbia la gente comune, quando lui sta solo chiedendo e implorando per un po’ di gentilezza che gli è sempre stata negata.

Questo è il vero urlo disperato, il vero bisogno, la vera necessità di qualsiasi persona sulla faccia della terra: non gli oggetti, non la ricchezza, non il lavoro dei sogni.

La gentilezza, la parola o il gesto cordiale quando la vita ti ha offerto sempre e solo cattiveria, soprusi, ingiustizie e tu te le sei sentite riversare addosso senza poter fare nulla per fermarle e senza aver mai fatto assolutamente niente per meritarle.

Joker è questo, ma è molto di più perché alla fine nessuno gli dà davvero quello di cui ha bisogno e dunque crede di potersi salvare da solo (ma si crea solo una falsa speranza), ma in che maniera?

Punendo tutti coloro che ai suoi occhi non sono gentili e al contrario sono gli arricchiti arroganti, i viziati, gli egoisti, i diffidenti verso di lui (che certo ha un suo modo molto particolare e anche un po’ inquietante di porsi con gli altri suoi colleghi e con le persone che incontra per strada) e la punizione arriva con l’omicidio.

La violenza di Arthur esplode tutta insieme, senza freni e senza la possibilità di essere compresa, ma quello che ci si porta a casa dopo aver visto un film come questo (che merita essere anche visionato una seconda volta, con una maggiore attenzione ai dialoghi) è un insegnamento grande: non ci può basare solo su stessi, tutti abbiamo bisogno di appoggiarci a qualcuno, prima o poi arriva un momento di sconforto che fa capire a chiunque che serve un confronto, un aiuto.

In aggiunta a questo, non sempre il sorriso è l’espressione di una felicità interiore, ma sempre più spesso diventa solo un’espressione del viso con cui si può mascherare agli occhi degli altri un malessere interiore (di cui si può o meno essere consci) e che nel caso di Arthur Fleck esplode, facendolo diventare un eroe e una vittima, nello stesso identico momento.

 

 

 

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