Splendore e purezza. Il Tibet nell’arte di Han Yuchen

Splendore e purezza. Il Tibet nell’arte di Han Yuchen
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Varcare ora la soglia del Munizioniere, una delle tante sedi espositive di arte contemporanea di cui Palazzo Ducale si fa vanto, come sostenuto dal suo direttore Serena Bertolucci. Non installazioni dure, non foto raccapriccianti, non video di torture sadomaso ma gente, tanta gente, ritratta in proporzioni reali, volti, paesaggi, animali, un flash del Tibet dove il Maestro Han Yuchen si rifugia da anni per ritrovare l’essenza della cultura cinese, oggi purtroppo sempre più materialista e frenetica.

Il destino di chi vive sul “Tetto del Mondo” è forgiato dalla sua stessa forza spirituale, “dalla sua inclinazione mistica e della sua anima collettiva pervasa dalla luminosità del cielo e dalla purezza della terra e dell’aria”.  Noi ormai abituati a considerare logico che l’arte contemporanea rispecchi la realtà non facile che ci circonda, entriamo, invece, in contatto con il motivo della nostra esistenza. La rivoluzione attuata dagli Impressionisti estremizzata da Duchamp, la nascita della psicologia, l’avvento della fotografia contribuirono a divellere i capisaldi dell’arte fino ad allora più o meno immutati nei secoli, travolgendo estetica, armonia, bellezza in gara con la natura.

Da un’appassionata dell’arte del pensiero che sa donare emozioni sublimi, forse più di quella figurativa, potrei dire che questa mostra lascerà il segno facendoci riflettere. Le emozioni negative sono purtroppo di gran moda, il cinema fa da capofila a favore del prevalere delle cose del mondo su quelle dello spirito. Installazioni di ogni tipo, video di atrocità, orrori che dai media invadono il quotidiano ci braccano, senza sublimazione o almeno mediazione da parte dell’artista, fino a colpirci al plesso.

L’abilità del Maestro nel figurativo in quanto tale fu condannata e bollata come decorazione. L’opera che gareggia con la natura è sopravvissuta a stento, dimenticandoci dei capolavori di chi ha coniugato il pennello del proprio contemporaneo con la tradizione, che ha visto nei secoli esponenti massimi come Botticelli o Leonardo e oggi per restare in Italia, Oliviero Rainaldi o Omar Galliani.

In Oriente e nello specifico in Cina, invece, il figurativo, che come sappiamo è un’astrazione, è tenuto in grande considerazione. La grande esperta di arte orientale Donatella Failla, autore della presentazione a catalogo della mostra di Han Yuchen a Palazzo Ducale, pone l’accento sulla “plurimillenaria gloriosa storia della pittura cinese”, a cui date le difficoltà di comunicazione abbiamo potuto avvicinarci solo recentemente.

L’eccellenza del versatile maestro, protagonista di questo primo appuntamento genovese con l’arte cinese, è indiscussa e ci uniamo all’interrogativo della Failla che si chiede come sia stato possibile che gli artisti cinesi “si siano impadroniti con tanta e profonda bravura della tecnica a olio e di altri mezzi espressivi tipicamente occidentali”. Questo ricchissimo mondo, a noi precluso fino ad una manciata di anni fa, si sta aprendo grazie ad una serie di mostre di grande spessore che si sono tenute a Roma, a Firenze, a Venezia.

La mostra merita di essere visitata, direi meglio studiata e approfondita, in questo coadiuvati dal catalogo che ne parla diffusamente. Calligrafo, fotografo, docente, politico, poeta e imprenditore di successo Han Yuchen è riconosciuto a livello internazionale grande maestro della pittura ad olio.

 

I suoi temi fondamentali sono idealità e naturalismo, che ha appunto mediato dalla cultura dell’immagine europea dell’Ottocento, specie dalla Scuola di Barbizon e di Millet.

L’arte nasce per comunicare e anche se i significati del quadri dei maestri antichi ci sono preclusi perché inseriti nel proprio contesto storico, l’identità invece resta, anche se entrata in crisi a metà dell’Ottocento con i prodromi della rivoluzione industriale che la travolse, ma senza estirparla. A tutto ciò si aggiunse l’avvento della fotografia, che fornì un altro motivo di ripensamento, dato che la realtà veniva riprodotta perfettamente, a volte con un afflato artistico, a volte no. Ciò che non faceva la mano, faceva l’obiettivo della macchina fotografica.

L’arte può essere intesa come un sistema di vita. La mia matrice classica, e con questo intendo la cultura del bacino del Mediterraneo in cui convergono le civiltà preromane dai messapi ai sanniti, liguri, greci, fenici, etruschi è la ragione per cui entrando in una mostra che sicuramente segue parametri occidentali e transnazionali mi son sentita a casa. I canoni dell’arte cinese mutuano in maniera delicatissima la tradizione con l’innovazione e il risultato si vede solo col tempo. In breve, sono stata circondata da istantanee che invece che essere scattate con la macchina fotografica sono scaturite dalla mano del Maestro.

Se vai in Tibet e trovi questa purezza di paesaggi e questa purezza di caratteri, della gente, magari puoi capire quello che vuoi e il motivo della tua esistenza”. Han Yuchen.

 

Splendore e purezza. Il Tibet nell’arte di Han Yuchen
Munizioniere-Palazzo Ducale, Genova
dal 12 al 29 settembre 2019
Ingresso libero, tutti i giorni 10-18

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