Addio al puparo: buon viaggio a te, Andrea Camilleri

Addio al puparo: buon viaggio a te, Andrea Camilleri
(http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2019/07/17/andrea-camilleri-e-morto_2b903423-6eb6-4f96-ae37-268c5234ca37.html)

È morto Andrea Camilleri, felice novantenne, finalmente oltre la soglia di quell’eternità che da tempo, incuriosito e per nulla intimorito, sbirciava quasi con impazienza. Dicono che sia “scomparso”: scevro da ipocrisie e vittimismi, lui di sé, direbbe solo d’esser morto.

Nessuno è stato capace come lui di dare la (propria) vita e vitalità ad una galleria di personaggi vividi e veri (in primis Montalbano, ça va sans dire), così coinvolgenti e affascinanti da catturarci ogni volta, senza scampo e senza sosta, coi loro caratteri forti e la loro spicciola quotidianità. Eppure, è stato insieme autore a suo modo duro e puro, capace di mantenere con i suoi figli letterari, quella distanza e quel distacco, quella lucidità narrativa che -sola- permette al narratore di rimanere tale, di seguire il suo percorso, la traiettoria della storia, spesso minuta, a volte all’apparenza futile o frammentaria, ma sempre umanamente sorprendente, che lo scrittore ha da raccontare.

Il primo ricordo che ho di questo narratore instancabile, a tratti beffardo e a tratti affettuoso, è ormai di quasi quarant’anni fa: ospite di Michele Mirabella e Toni Garrani in una delle tante, fortunate, trasmissioni radiofoniche curate da quel duo, Camilleri divertiva il pubblico raccontando, per minuzie e aneddoti incantevoli, la sua Sicilia, quella che ricordava e di cui si sentiva, inguaribilmente, figlio e quasi ambasciatore. Erano storie di pupi e pupari, fra la sceneggiata paesana e il ritratto – anche solo abbozzato – delle genti della sua infanzia: roba da poco, aneddoti che ti restano in tasca lungo la vita che fai. Ma la sua voce, già arrochita e pastosa, lenta e implacabile nel suo narrare, ti irretiva, ti incantava, ti prendeva a tradimento: affascinato, e non sapevi perché.

Poi sono arrivati, per me, i primi romanzi, e quello spartiacque che sempre è rimasto, nella sua produzione letteraria (feconda, e quasi sempre all’altezza dei nostri desideri di lettori), tra le indagini di Montalbano e i romanzi a sfondo storico.

I primi, spesso assai poco polizieschi e molto più umani, sono rivelatori del pensiero filosofico, politico e anche antropologico del suo autore. Ma con delicatezza, con garbo, quasi inavvertitamente, senza incalzare, tra i rivoli del racconto, nelle pause dell’indagine, nelle conversazioni un po’ annoiate tra i protagonisti, arrivava: la riflessione, il tirare le somme, l’esame di coscienza alla realtà, l’estroflessione del dubbio esistenziale. Per poi tornare ad immergersi, quasi con un pizzico di riluttanza, nelle indagini, nelle trame occulte, nel mistero da chiarire. Spiccano -nell’abbondante produzione “di genere”- alcuni romanzi, atipici e quasi sconcertanti per la loro diversità: Il giro di boa e, soprattutto, L’odore della notte, dove l’indagine poliziesca -soprattutto nel secondo- cede il passo all’indagine umana, personale e dolorosa. Resta il fatto che le storie di Montalbano hanno fatto la fortuna di Camilleri presso il cosiddetto grande pubblico, l’han fatto entrare in tutte le case, e in molte librerie da salotto, forse lo hanno reso immortale, senz’altro famoso e tradotto.

Poi ci sono stati i cosiddetti romanzi storici: in ordine (di lettura) sparso, e senza la pretesa di nominarli tutti, La concessione del telefono, Un filo di fumo, La scomparsa di Patò, La mossa del cavallo, Privo di titolo e poi soprattutto i due più belli, più compiuti, quasi lirici: Il Birraio di Preston e La stagione della caccia, il secondo che s’avvicina, non certo nell’ambizione, ma nei toni, nelle coloriture dei personaggi, nell’atmosfera malinconica, al grande Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Romanzi in cui è centrale il racconto di un’epoca, di una fase più o meno post-risorgimentale, d’un clima crudo, un po’ barbaro e un po’ crepuscolare. Di uomini che si schierano e si combattono, antieroi senza principi e senza esitazioni.

Nel primo caso, la creatività, la fertile vena delle indagini d’un commissario di mezz’età, schietto e un po’ ribelle, amante della buona (e silenziosa) tavola e delle belle donne (non sempre e non solo la sua “vestale” Livia) trova alimento da un’evidente identificazione, una sincera risonanza tra sodali, quasi una “amicizia” tra l’autore e la sua creatura.

Nei romanzi storici, invece, è evidente, e quasi dominante, il lavoro accurato, scrupoloso, metodico, di indagine storica e di documentazione, spesso trascritta anche nel romanzo stesso; sono quindi quei buffi lacerti, quegli estratti da vecchie cronache e archivi polverosi. Traspare in filigrana il desiderio, l’impulso quasi vendicativo a riproporre e rivendicare una “giustizia storica” per la “sua” Sicilia, raccogliendo testimonianze di torti e ragioni storiche, e cucendo sopra di queste una trama intrecciata di piccole e grandi ingiustizie e tradimenti, personali ma anche e soprattutto storiche.

Ed è perciò che, se di Camilleri sono le storie di Montalbano a piacere a molti, è dei suoi romanzi storici che ci si innamora, son quelli che si rileggono più spesso, con nostalgia, se non con affetto.

Detto dell’opera, rimangono l’uomo e la lingua, e non a caso: perché l’uno non era, senza l’altra. Una lingua mezzo italiano e mezzo siciliano, che regalava continue sorprese, che faceva riscoprire il vero e proprio, semplice piacere della parola, di quelle parole, insolite, spigolose, sulle prime anche sconcertanti. Nella realtà dei fatti, quel lessico “famigliare” non è mai davvero entrato -certamente per il rispetto verso il suo autore- nella nostra parlata, se non per frammenti e citazioni. Ma l’uso estremamente intelligente, naturalistico e non didascalico, che ne fa Camilleri, ne rivela ricchezza e potenziale, freschezza e giovinezza: son parole, quelle di questo siciliano a metà, nuove e mai sentite. Né banali, né logore, ci portano più d’ogni altra cosa nei luoghi e nelle atmosfere in cui agiscono e parlano i protagonisti. Quando si legge “U’ nuddru ammiscato cu’ nenti”, (il nulla mischiato col niente, per dire di cosa o persona del tutto inconsistente) o di una somiglianza si dice che è “una stampa e una figura”, allora è la bellezza di una lingua e delle sue genti, che sanno restare vicino alle proprie radici, al proprio carattere: insulare, assolato e perciò scabro, fumantino. E nell’uso di questo idioma nazional-siculo (corredato, in uno dei primi romanzi, di tanto di dizionario in appendice) c’è l’intuizione di un grande affabulatore e la tecnica di un grande scrittore.

L’uomo: se n’è detto fin troppo in un profluvio ciclico di interviste più o meno recenti, frasi più o meno ispirate, ciechi sguardi che sembrano vedere molto più lontano di noi.

Piuttosto che l’elogio del morto, si preferisce allora il ricordo del vivo, il vissuto personale: schivo ma non timido, schietto ma non burbero, capace di prese di posizioni garbate ma dure “come legno d’aulivo saraceno”, insofferente all’ipocrisia, al pregiudizio e alla mistificazione, era davvero un uomo d’un altro secolo, in fondo null’altro e niente di meno che un gentiluomo siciliano.

Come hanno titolato i giornali tedeschi (come sempre sobri ed efficaci) “der Sizilianer ist tot”: semplicemente “il Siciliano è morto”. Addio dunque al puparo che ci ha ammaliato per cinquant’anni e cento romanzi, restiamo se non orfani, impoveriti: ma a te, Andrea, sia lieve il viaggio e amico il tuo nuovo pubblico, ovunque sia.

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