Chernobyl: immagini e suoni raccontano

Chernobyl: immagini e suoni raccontano
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Anno 1986: due anni esatti prima della mia nascita, soltanto due. Solamente qualche chilometro più in là di casa tua può succedere qualsiasi cosa e tutti noi siamo così concentrati su quello che riguarda da molto vicino le nostre vite, che non ci rendiamo conto di ciò che invece può accadere al di là del nostro naso. In aggiunta a questo, nonostante le cose ci possano capitare davvero a pochi passi da noi, tendiamo a voltarci dall’altra parte, perché in fondo non sono affari nostri.

Quando si tratta di egoismo, l’essere umano è sempre stato capace di raggiungere dei livelli molto elevati, fino ad arrivare alle soglie della più completa indifferenza nei confronti degli eventi che travolgono le vite altrui, che siano quelle dei bambini, delle donne, degli uomini. Non si fanno distinzioni, anzi ciò che accomuna le diverse fasce di età è la completa e totale indifferenza.

Nel caso delle tragedie invece, lo spirito umano si mette al fianco di quello del proprio vicino di casa e anche se non ha avuto un diretto contatto con quell’episodio che ha colpito direttamente un altro soggetto, le vicende umane definibili come veri e propri disastri (che siano ambientali, economici, sociali…) tendono ad unire piuttosto che a separare.

Rappresentare una tragedia come quella del disastro nucleare di Chernobyl attraverso una miniserie di soli cinque episodi era un compito arduo: difficile per le molte, moltissime vite che ha distrutto e che distrugge ancora oggi, complicato per le opinioni e le critiche che ancora oggi toccano quell’episodio, complesso per la delicatezza del lato umano che ne è stato travolto. Eppure, lo scrittore Craig Mazin e il regista Johan Renck sono riusciti nell’intento e hanno così creato un prodotto televisivo appunto suddiviso in cinque episodi, i quali sono stati acquisiti dalla casa di produzione HBO e distribuiti tramite il canale Sky Atlantic (qui in Italia da lunedì 10 giugno). Lo show fin da subito ha ottenuto uno dei punteggi più alti su Internet Movie Database, superando di gran lunga alcune tra le serie TV più amate degli ultimi anni (giusto per citarne alcune: Breaking Bad e Game of Thrones).

Al di là però di questi discorsi numerici, la serie TV risulta perfettamente in linea con quelle che sono le vicende raccontate, per le quali ha preso spunto direttamente da fatti realmente accaduti:  in gran parte, sui resoconti degli abitanti di Pripyat, raccolti dalla scrittrice Premio Nobel per la letteratura Svetlana Alexievich nel suo libro Preghiera per Černobyl’.

La prima puntata si apre con quella che è stato davvero uno dei disastri più grandi a livello umano e ambientale: nella notte del 26 aprile 1986 nell’Ucraina Sovietica è appena avvenuta l’esplosione del reattore 4 della centrale durante un test di sicurezza, e le persone dalle loro case sono state svegliate improvvisamente da questo forte rumore e non hanno ancora nemmeno una vaga idea di quello che sia davvero capitato.

Le stesse persone che lavorano all’interno della centrale nucleare non riescono a credere che sia potuto accadere, ma non possono chiudere gli occhi di fronte alla realtà e dovranno rivelare al mondo intero (nonostante la reticenza iniziale anche a livello governativo, dati il clima teso a causa della Guerra Fredda) quello che è capitato. Nessuno sa darsi una spiegazione e lo spettatore (sia che abbia “vissuto” quegli anni sia che ne sia venuto a conoscenza solo più avanti) si ritrova davanti agli occhi delle immagini forti.

Le radiazioni raggiungono dei livelli talmente elevati che la pelle delle persone si stacca dalle loro ossa: inizialmente questo accade a coloro che ne sono venuti direttamente a contatto all’interno della centrale, ma man mano che si va avanti anche coloro che hanno respirato quell’aria si ritrovano coricati in un letto di ospedale, destinati ad una morte più o meno veloce. Tanto che la serie stessa, nonostante l’ottimo livello raggiunto sia come ricostruzione che come cast, non può e non deve diventare un caso di binge – watching. Una puntata per sera, una per volta, perché guardare da semplici spettatori delle vite umane che si sgretolano e si distruggono davanti alle nostre vite che invece non sono state toccate da queste sofferenze è pesante, è faticoso ed è reale perché questo è davvero accaduto.

L’autenticità delle immagini e soprattutto dei suoni delle radiazioni che si susseguono puntata dopo puntata, i colori grigi e freddi che fanno da sfondo a questa storia portano lo spettatore a sviluppare un senso di oppressione al petto, come si fossero essi stessi calati dentro questa tragedia, in ogni suo singolo istante.

Da vedere con quel rispetto e quella delicatezza che un avvenimento drammatico come questo merita in un certo senso, ricordandosi che spesso la serialità di un prodotto televisivo è semplicemente la sua ultima forma, ma la sostanza e il messaggio sono ben altra cosa.

Rebecca Cauda

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