La mostra all’Arsenale della 58. Biennale d’Arte di Venezia

La mostra all’Arsenale della 58. Biennale d’Arte di Venezia
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Ci sono cose che non conosciamo e in questo non conoscere noi troviamo la forza” sostiene l’artista Matt Muller, citato su uno dei depliant circa la mostra all’Arsenale della Biennale di Venezia, May You Live in Interesting Times. L’arte con la sua pura presenza rende interpretabile il mondo di oggi, sconosciuto e confuso. Questa, prima di farsi chiave interpretativa dell’attualità, infonde la forza all’uomo affinché (ri)trovi l’intenzione di affrontare la contemporaneità nel quale vive. Una contemporaneità interessante e sicuramente varia secondo ciò che suggerisce la 58. Esposizione Internazionale d’Arte di quest’anno.

“Poetry makes sense of the parts of human experience that are confusing and not decodable in any other way. It makes accesible the inaccessibile. I think if art has one underlying value. It’s that. It reminds us that there are things we don’t know, and in that not knowing, we find strength.” (Intervista a Matt Mullen, marzo 2017, www.interviewmagazine.com)

Sono infatti la varietà e la diversità che fanno da presupposto comune ai lavori esposti all’Arsenale all’interno della mostra curata personalmente da Ralf Rougoff. Il curatore ha presentato infatti il lavoro espositivo come una vera sfida alla quale gli artisti hanno avuto modo di partecipare, nei confronti di una serie di categorie o “conceptual boxes” dove noi spettatori tendiamo spesso ad inserirli. Si tratta di categorie di pensiero entro le quali risolviamo ciò che vediamo catalogando l’espressione creativa di artisti contemporanei secondo chiavi di lettura abituali e conosciute, nelle quali ci sentiamo a nostro agio e che usiamo scolasticamente.

Nella 58. Biennale a confrontarsi sono gli spettatori e 79 artisti, tutti attualmente attivi, i quali danno vita al proprio modo di vedere e vivere questi strani tempi. L’Arsenale si trasforma in un’immensa Wunderkammer, una strana camera delle meraviglie dove si affrontano molteplici prospettive a volte contraddittorie, spesso concordanti, altre volte incompatibili con il proprio modo di essere o di pensare e concepire l’arte.

Si manifesta alla percezione dello spettatore un diffuso sentore di sfida diretto a provocare domande che esortino al confronto. Le categorie di pensiero nelle quali si è soliti inserire l’arte, in questo grande spazio vengono totalmente sovvertite nel nome di una rinnovata necessità di dibattito tra gusti personali, esperienze di vita, racconti autobiografici e riflessioni meta-storiche o meta-culturali di persone provenienti da tutte le parti del mondo.

La 58. Biennale pertanto risponde alla globalizzazione in maniera provocatoria: rilanciando sul piano della sfida una biodiversità artistica senza frontiere o confini nazionali, stimolante ed interessante nella sua diversità. Solo attraverso un continuo discorso tra diversi modi di concepire gli “Interesting Times” in cui si vive si possono evidenziare i limiti dell’attività e delle forme dell’umanità. Si tratta ovviamente di forme come opere, performances ed istallazioni diverse; alcune intrise di lirismo e di complesse visioni estetiche, altre più vicine al mondo della tecnologia, del video e dei nuovi media, altre ancora dal sapore figurativo pop.

Una varietà pazzesca che stimola la densa esperienza estetica dell’Arsenale, durante la quale si incontrano artisti come l’indiano Shilpa Gupta e le sue affascinanti istallazioni sonore tra cui For, in your tongue, I cannot fit, 2017-2018: una stanza intera in cui una serie di microfoni appesi al soffitto calano fino ad uno spazio diviso in corridoi da lunghi chiodi disposti in verticale sui quali sono stati infilzati dei fogli di carta con su scritte poesie in diverse lingue. Allo spettatore è richiesto di partecipare camminando in questo labirinto di chiodi e mentre tenta di leggere una delle poesie gli può capitare che le voci dai microfoni ripetano proprio la stessa.

Shilpa Gupta

Le sorelle australiane Christine e Margaret Wertheim autrici di una serie di sculture a metà tra opera d’arte e modello botanico: nel loro progetto realizzano ad uncinetto delle vere barriere coralline intrecciando fili, cavi elettrici, nastri di videocassette e perline. I reef creati, come Crochet Coral Reef, racchiudono il lungo tempo di realizzazione che riflette allo stesso momento sia quello artificiale dell’opera esposta, sia quello biologico della natura alla quale aspirano richiamando soprattutto l’attenzione sul pericolo che stanno correndo questi capolavori naturali, dovuto all’innalzamento della temperatura dell’acque terresti.

Christine e Margaret Wertheim

L’italiana Lara Favaretto con i suoi Blocking, Buffering, Dragging, Overburning, Sniffing (2019) dei blocchi di cemento modificati dal corpo dell’artista immersavisi prima che il materiale si solidificasse. Racconti di movimenti adorati come sculture, quando invece non sono altro che monumenti dedicati alla futilità delle imprese umane, all’immobilità dei materiali di cui sono fatte le città moderne, contro cui l’artista ha provato inutilmente a combattere.

Lara Favaretto

Ed ancora, il libanese Tarek Atoui con la sua istallazione The GROUND (2018), una complessa esperienza nata dopo un viaggio durato cinque anni lungo il delta del Fiume delle Perle in Cina. L’artista ha annotato per cinque anni su un blocco di appunti una serie di osservazioni circa le pratiche agricole e musicali del luogo per poi sottoporle e discuterne con gli artigiani e i produttori di strumenti locali. Da questo dialogo nascono strumenti musicali fatti di ciotole, catene, conchiglie, fili di ferro e sassi che per l’istallazione l’artista ha fatto suonare autonomamente, invitando gli spettatori a partecipare con i suoni dell’opera. Una particolare e personale esperienza di vita custodita gelosamente dentro una performance continua che spinge lo spettatore ad andare oltre la semplice osservazione.

La produzione artistica attuale ha una natura complessa, come è complessa l’epoca che vi fa da sfondo. May You Live in Interesting Times ritaglia un momento per vedere dentro questa natura, dentro cose che ancora non conosciamo facendoci notare come l’arte e la sua capacità di creare connessioni tra molteplici fenomeni esistano e persistano anche aldilà delle nostre solite e schematiche categorie di pensiero.

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