Chi avremo? L’orizzonte emotivo

Chi avremo? L’orizzonte emotivo
La società dello smarrimento (foto: La Rivista Culturale)

Ultimamente Amazon continua a consigliarmi libri legati alla dipendenza delle tecnologie, alle conseguenze di una sovraesposizione mediatica, allo smarrimento delle persone e al loro esponenziale isolamento. È evidente che la pervasività dei social e le dirette conseguenze sulle relazioni con “l’altro” stia minando la tenuta sociale della comunità.

L’intento di questo articolo non è analizzare il relazionismo moderno e le sue origini bensì le conseguenze derivanti della caduta del tasso di natalità e alle frammentarietà delle relazioni, elementi che si ripercuotono sull’abbandono del Sé e l’emergere di psicopatologie.

Lo spartiacque

Virginia Woolf fa risalire il cambiamento del carattere umano in una data precisa: il 1910, prendendo spunto da un’opera di Forster, Casa Howard. L’opera è incentrata sulle relazioni tra la famiglia Wilcox e gli Schlegel. Quest’ultima incarna i valori tradizionali incentrati sulla sensibilità, sulla reciprocità, sulla fiducia. I Wilcox invece erano i nouveaux riches e quindi non interessati alla vita culturale e alla conservazione di ideali. Maggie Splegel sposò Henry Wilcox, il quale era interessato alla mera ricchezza terrena. La sposa in un famoso sermone dichiara: “Soltanto connettere”, ovvero legare il linguaggio ai sentimenti e non “vivere frammentariamente”, come del resto stava facendo il marito.

Partendo da questa interpretazione si comprende del perché il titolo incorpori la parola emotivo. Qualcosa è morto dentro di noi. La mancanza di prospettive future, la capacità di desiderare e sognare, soprattutto nei giovani, ha fatto emergere una società a se stante, estranea, spogliata, a tratti violentata.

Dieci anni dopo l’opera di Camus la psichiatria avrebbe iniziato a parlare della divisione del Sé in due parti. Una che idealizza il mondo mentre l’altra tende ad odiarlo. Questa strutturazione ha consentito agli Stati Uniti di essere paladini della giustizia con una mano e estremamente belligeranti con l’altra.

Il completo disinteresse per la vita interiore, profonda e dubbiosa, ha favorito lo sviluppo di un altro tipo di personalità, quella normopatica in cui la persona cerca il comfort nel superficiale, nel materiale e non più nel bello e nel valoriale. Una vita in cui la perpetua tentazione della prassi oscura la profondità dei perché (le domande).
Non a caso l’ultimo libro del filosofo Sud coreano Byung Chul Han parla di “Salvezza del Bello”. L’estetica nel mondo digitale è privata di quella integralità che si basa sula bellezza come esperienza, come disvelamento, e non sulla superficie del mero selfie e getta.

Se osserviamo i comportamenti delle due porzioni di società esistenti notiamo che l’élite finanziaria viaggia in compound 4.0 mentre la massa disvela se stessa, senza recinzioni, ritenendo sufficiente l’istantaneità narcisistica del like.

Questo repentino cambio di rotta ha causato l’emergere di psicopatologie come la depressione, il burnout o il borderline, tutte patologie legate per lo più al lavoro o alla vita che ognuno di noi conduce specialmente nelle grandi metropoli soggette ad iperstimolazione.

Il rallentamento demografico

Il titolo di questo articolo deriva da un convegno al quale ho recentemente partecipato e che approfondiva il tema demografico e del suo orizzonte. 1,34 è la media di figli per donna in Italia dati 2017. Nel 2010 era di 1,46. Eravamo 1 miliardo nel 1800, saremo 8,4 miliardi tra 12 anni. Da questi dati si tocca con mano che la quantità non è correlata alla qualità dei rapporti. Secondo le logiche attuali è esattamente il contrario.

Da questo quadro emerge come l’assistenza nei confronti dei genitori diventi minore con l’abbassarsi del tasso di natalità. Se prendiamo in considerazione la generazione dei millennials, ovvero quelli nati tra il 1980 e il 2000 e il tasso di natalità di 50 anni fa si comprende che i millenials non “avranno a disposizione abbastanza figli” per un’eventuale assistenza. Per di più se i millenials tendenzialmente sono precari (nella fascia 30/34 anni sono più poveri del 17% rispetto ai loro genitori) e non possono appoggiarsi sull’assistenza in vecchiaia dei figli (pochissimi “a disposizione”) chi baderà loro?

A questa tendenza va aggiunto anche l’elemento derivante dal disangagement, ovvero lo scollamento delle persone nei confronti degli interessi della società. Più precisamente nel 1961 Cumming e Henry avevano esposto la loro tesi sul Disengagement Theory, ovvero sull’allontanamento della popolazione anziana nei confronti di interessi, passioni e interazioni quotidiane. Una sorta di spirale intimità/inutilità/incredulità della terza età, dovuta ad una mancanza di coinvolgimento. Ad essere disangaged non sono purtroppo solamente gli anziani, ma soprattutto i giovani millenials. Ad oggi è pari a 3 milioni la quota di NEET in Italia (Not in Education Employment or Training).

Alcuni casi, giornalisticamente riportati, confermano questa tendenza a causa della frequenza di casi di omicidio/suicidio fra gli ottantenni entrati nella spirale invecchiamento, malattia, solitudine, povertà. Queste evidenze sono palpabili, ma sottaciute. Che sia in buon o cattiva fede poco importa, le conseguenze non hanno colori morali. L’eccessiva positività della vita, in cui ad affiorare sulla superficie è solamente la nostra patina digitale, creata ad hoc per ogni situazione, appare difficile immaginare un futuro diverso da quello del Sig. Wilcox di Forster.

Per di più se gli obiettivi sono rivolti solamente al superficiale e miope, piuttosto che al profondo e al lungo periodo, gli effetti saranno devastanti.
Robert Musil ne il suo Uomo senza qualità sosteneva che la più grande fatica è non fare niente. Questa “fatica” inevitabilmente, deve pur sfogarsi in altro. Se l’unico vaso conduttore restano i social, il facile accesso alla sessualità con il dating on line o la pornografia massiccia, tutta l’esperienza appare levigata. Un pattinaggio sul ghiaccio dove in molti pensano di essere in Seria A, quando in realtà sono a livelli amatoriali.

In questo contesto emergono 2 elementi interessanti. Uno legato al cambio dei rapporti tra le persone che si traduce spesso e soprattutto in una condizione di smarrimento, in cui ognuno è legato alla proprio routine dove le relazioni personali cedono il posto a collegamenti telematici. A perdere è il concetto stesso di comunità collante di una democrazia.
Se a questo elemento aggiungiamo l’elevato scollamento (disangagment) dei NEET e il basso tasso di natalità esistente tra le coppie dei millennials appare naturale la domanda: chi avremo un domani, se oggi dimentichiamo quelle relazioni che tengono viva una società?

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