“Audrie & Daisy”

“Audrie & Daisy”
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La vita degli esseri umani tende a dimostrarsi spesso più fragile di quanto chiunque possa mai rendersi conto.

Cerchiamo di riempirci la vita ogni giorno, di quelle persone e di quelle cose che ci piacciono, gli hobby, gli sport, il lavoro, la famiglia: tante, forse troppe, perché appena una di queste si sgretola, inevitabilmente anche tutto il resto comincia a barcollare e a tremare.

Nei casi più gravi, quell’equilibrio su cui ognuno di noi basava la propria intera esistenza diventa un castello di vetro che va in frantumi velocemente, soprattutto quando a causare questo crollo è un trauma psico/fisico grande, dal quale non ci si risolleva con blanda semplicità.

Nel documentario di produzione americana “Audrie & Daisy”, distribuito sulla piattaforma di streaming Netflix, questa tematica viene sviluppata, incentrandosi su tre casi di stupro, avvenuti su tre ragazzine minorenni, ad opera dei propri compagni di classe, considerati dalle vittime “i loro migliori amici”. In un’ora e quaranta minuti, che allo spettatore bastano e avanzano per la crudeltà con cui tali gesti sono stati compiuti, vengono narrati gli episodi di violenza subiti da due ragazzine di 14 e 15 anni, Audrie Pott e Daisy Coleman: entrambe nel pieno dell’adolescenza, vittime di uno dei gesti più brutali che essere umano possa compiere, le cui conseguenze sono state anche parecchio pesanti non soltanto per loro, ma anche per le rispettive famiglie, che sono state oggetto di cyber-bullismo e di minacce costanti.

Tutto passa attraverso i social media, perché i vigliacchi (tutti lo sono, non soltanto chi compie il gesto, ma anche coloro che tacciono e fanno finta di nulla, benché consapevoli dell’avvenimento) non ci mettono mai la loro faccia, ma si mascherano dietro una tastiera e uno schermo, capaci solamente di caricare video e foto oscene, perché nella nostra mediocre società questi sono i momenti salienti di un adolescente maschio in piena crisi ormonale. Allungare le mani anche se la risposta “NO” è stata data numerose volte, approfittare delle prime ubriacature causate da pessimi alcolici, che possono degenerare in uno svenimento durante una festa e quindi diventare vulnerabili e inconsapevoli, al punto di non sapere più la mattina dopo che cosa sia successo.

La fragilità dei corpi risiede proprio in quello che succede immediatamente dopo: la vergogna, grande, di dover spiegare ai genitori quei segni sulla propria pelle così evidenti e inequivocabili, la vergogna nel tornare a scuola sapendo che circolano foto tue in intimo, la difficoltà nel parlarne con chiunque perché nessuno può capirti e perché? Perché non è capitato ad altri, ma a TE ed è quello che senti tu che conta in quel momento, non quello che possono dirti le altre persone. Allora a quel punto non ci sono parole di conforto che tengano, la fragilità arriva ad un livello tale da non farti vedere più alcuna soluzione se non quella di toglierti la vita, come è successo ad Audrie Pott nel 2012.

Una giovane vita che è stata rovinata dalla massima crudeltà altrui, che ha privato una famiglia della propria figlia, scatenando una catena di dolore così profondo da non rendere possibile (spesso) una risalita. Perché nel 90% dei casi, soprattutto quando le vittime sono adolescenti, ad un certo punto si innesca un meccanismo tale per cui la persona violata si colpevolizza di qualche atteggiamento (forse) un po’ sopra le righe, della maglietta (forse) un po’ troppo aderente e la mente a sua volta diventa la vittima di un tunnel di colpevolezza assurdo, senza un senso vero, senza una validità che giustifichi poi il senso di vergogna che prende il sopravvento su tutta la tua vita.

Ma in questo documentario, che è stato presentato per la prima volta al Sundance Film Festival nel 2016 e che fu vincitore di un Peabody Awards nel 2017, quello che spicca molto oltre all’episodio in sé, sono le voci delle sopravvissute: perché grazie al sostegno di una famiglia forte e alla collaborazione di persone vittime dello stessa violenza, queste ragazze sono riuscite a risollevarsi. Sono tristi, sono cambiate negli anni, hanno avuto (alcune) problemi di dipendenze, ma hanno imparato a reagire, a parlarne, a fare fronte comune contro quelli esseri indecenti che hanno causato loro un trauma così grande.

Per quanto dura sia stata riparlare e affrontare nuovamente quella parte della loro vita così dolorosa, tramite questo documentario Daisy Coleman in particolare è riuscita a raccontare davvero come sia cambiata la sua vita, come abbia imparato da questa esperienza a diventare più forte dentro.

Perché la fragilità è in ognuno di noi e quando viene attaccata tende a sgretolarsi: la difficoltà vera e la reale vittoria è saperla rimettere in piedi, per renderla più forte e resistente, nonostante le varie e numerose tempeste a cui è stata sottoposta.

Rebecca Cauda

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