Ospitata al MAMbo la prima personale di Mika Rottemberg in Italia

Ospitata al MAMbo la prima personale di Mika Rottemberg in Italia
(https://www.facebook.com/pg/MAMboMuseoArteModernaBologna/photos/)

Mika Rottemberg è nata in Argentina nel 1976. Nel 1977 insieme alla sua famiglia di origini ebraiche deve trasferirsi ad Israele dove comincia la sua carriera accademica. Si diploma alla Facoltà di Belle Arti HaMidrasha del Beit Berl College nel 1998, per poi trasferirsi a New York due anni dopo. Riceve un Bachelor in Fine Arts alla School of Visual Arts di New York e conclude un Master in Fine Arts alla Columbia University della California.

Dal 2004 rappresenta a livello internazionale la Andrea Rosen Gallery di New York e la Galerie Laurent Godin di Parigi. In poco più dieci anni approda alla LVI° Biennale di Venezia, partecipando con l’istallazione NoNoseKnows all’allestimento di All The World’s Future di Okwui Enwezor.
Pluripremiate e molto apprezzate oggi le sue opere sono esposte in importanti musei pubblici inclusi il Solomon R. Guggenheim di New York, il Brooklyn Museum, il Metropolitan Museum, il San Francisco Museum of Modern Art, la National Gallery del Canada, il Tel Aviv Museum of Art e il Rose Art Museum del Massachusetts.

Il cappello introduttivo appena effettuato non appare però sufficiente ad affrontare l’esperienza che le persone sono indotte a vivere quando decidono di recarsi al MAMbo di Bologna dal 31 gennaio al 19 maggio 2019. La mostra Mika Rottemberg a cura di Lorenzo Balbi allestita nella Sala delle Ciminiere è la prima personale dell’artista argentina in Italia e rappresenta un inaspettato momento per poter conoscere davvero qualcosa di nuovo.

Il viaggio nella novità si apre con la prima sala in cui il curatore sceglie saggiamente di sfruttare una caratteristica della struttura dell’edificio: la porta taglia fuoco infatti si presta ad un primo effetto di sbigottimento dato dall’immersione in un ambiente buio, illuminato al centro del soffitto solo dalla proiezione di Untitled Ceiling Projection (video still) (2018). Sugli schermi dell’istallazione vengono mandate immagini di lampadine continuamente frantumate; i vetri si infrangono sulla testa dello spettatore che ha l’impressione di trovarsi al di sotto di un tavolo da lavoro completamente trasparente. Impressionante è notare quanto le persone rimangano magneticamente affascinate dai colori fluorescenti dei vetri che rimbalzano sotto i colpi del martello o forse dallo stesso movimento, continuo e distruttivo. La sensazione percepita nell’osservare la “demolizione” dei prodotti di un’industria globalizzata si manifesta come una catarsi seducente per chiunque, una provocazione che spinge a riflettere innanzitutto sulla relazione che intuiamo con le cose che possediamo.

Si va avanti nello spazio successivo, nella grande Sala delle Ciminiere dove si sviluppa il corpo della mostra. L’ambiente si presenta essenziale, non sono stati montati muri divisori per appendere opere né applicati filtri per moderarne l’illuminazione. La luce unica e calda si adatta a presentare naturalmente tre istallazioni: Smoky Lips( Study #4) (2018), Ponytail (Orange) (2018) e Finger (2018) montate su pareti bianche. A catturare l’occhio dello spettatore è subito la seconda delle tre, Ponytail (Orange), un sistema meccanico in grado di far balzare compulsivamente un ciuffo di capelli legati in una sbarazzina coda di cavallo attaccata al muro. Buffo ed inquietante l’oggetto viene quasi allontanato dagli spettatori meno curiosi che preferiscono dirigersi dall’altro lato dell’ambiente ed osservare altro.

Si propone loro Finger (2018), un dito di plastica scolpito impeccabilmente con su applicata un’unghia finta, lunga e glitterata, il tutto dotato di un piccolo motore che permette alla scultura di ruotare lentamente. L’impressione è quella di un no-sense dada-surrealista portato all’estremo della sua estetica Pop.
Tutto ciò è ben evidente in Smoky Lips (Study #4), una bocca scolpita, sensuale e carnosa che sbuffa fumo fresco ed inodore. Il pertugio fa anche da binocolo per la visione di alcune immagini proiettate come un bicchiere di campagne, un divano in una lussuosa stanza di albergo e una donna che vi balla una danza frenetica. Il richiamo a Dalì e al primo Oldenburg è evidente, eppure il riferimento viene tempestivamente superato grazie all’uso di espedienti come il film e la video-art che conducono verso un dinamismo di carattere sia fisico-visuale che intellettuale.

Le opere stimolano un irresistibile fascino per l’oggetto trash ed il loro movimento accompagna l’esperienza dello spettatore il quale si fa elemento indispensabile del processo conoscitivo tra opera d’arte affascinante e pubblico voyeur. Questa volta però l’attrazione non ha un carattere di possessione: lo spettatore non immagina inconsciamente di poter possedere l’oggetto deformato, a cui piace farsi guardare e mai dominare perché le cose scelte in questo caso non sono prodotti di consumo, sono parti del corpo umano (capelli, bocca, dito). Il discorso cambia e si impone con forza l’impressione che ad essere discusso in questa mostra non siano solo i frutti di una società ipercapitalista e supercosumista, ma soprattutto gli effetti di carattere socioculturale del quale spesso siamo ignare vittime.

Si chiarisce in questi termini l’uso eccellente che la Rottemberg fa del video: ben quatto ambienti della mostra sono dedicati a dei piccoli film che mostrano, assecondando la poetica dada-surrealista cara all’artista, implicazioni annesse e connesse ad un sistema che crea e per creare consuma sprecando troppo, a discapito di una serie di persone che vivono le dinamiche consumistiche da un punto di vista diverso da quello del borghese tipo e si riducono spesso ad essere quasi schiavizzate. Così è per NoNoseKnows (2015). L’istallazione si apre con una piccola anticamera in cui vengono disposte centinaia e centinaia di perle, in recipienti di plastica, in sacchi o su fili di collane, dalla quale si accede alla sala video. Il filmato proposto mostra donne cinesi in condizioni indecenti che utilizzano strumenti appuntiti e uncinati per inserire piccoli pezzi di tessuto nei molluschi di acqua dolce, i quali attraverso quest’operazione produrranno perle  d’“allevamento”. Le scene di lavoro sono intervallate da spezzoni in cui una signora in un ufficio ha davanti a sé un bouquet di fiori dietro il quale gira una ventola azionata con una manovella da una delle ragazze cinesi lavoratrici. La grande donna che siede immobile pare obbligata a respirare il polline delle piante che le produrrà un forte starnuto dal quale usciranno piatti fumanti di cibo cinese. Le portate si accatasteranno continuamente senza essere mangiate.

Cosmic Generator

Il culmine di questo processo tra video e istallazione avviene però con un’ultima opera, presentata sapientemente alla fine della stanza centrale: Cosmic Generator (2017). Mika Rottemberg ricava un piccolo tunnel disponendo dei festoni colorati sullo stipite di una grande porta. Così facendo lo spettatore è portato ad interagire con l’esperienza estetica: discosta i fili luccicanti ed ingombranti per entrare dentro un ulteriore vano nel quale osserva, proiettato, un video- racconto di viaggi clandestini di alcune persone  tra il Messico e la California. Le due città di Mexicali e Calexico sono unite da un tunnel scavato all’interno del Dragon Restaurant, nella Chinatown messicana. Così i clandestini che credono di arrivare in USA si ritrovano dentro un magazzino cinese, insieme  ad un’inquietante e barocca accumulazione di cianfrusaglie di ogni tipo totalmente inutili. Sembra davvero che il consumismo delle merci made-in-china arrivi in California più velocemente di un qualsiasi cittadino messicano. La percezione scatenata dall’esperienza di un tunnel di plastica scintillante, si trasforma subito in pensiero per lo spettatore. Appare chiaro quanto amaro il riferimento ai 3.200 chilometri di “un vero e proprio muro. Non un muro giocattolo come quello che c’è ora”, come di recente ha sostenuto il presidente americano.

La mostra Mika Rottemberg, a cura di Lorenzo Balbi sarà aperta al pubblico del MAMbo, nella Sala delle Ciminiere in via don Minzoni, 14 (Bologna) dal 31 gennaio al 19 maggio 2019.

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