“Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione” alla Galleria d’Arte Moderna di Roma

“Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione” alla Galleria d’Arte Moderna di Roma

L’identità femminile che da oggetto sente il bisogno di farsi soggetto

“Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione” è il titolo della mostra apertasi il 24 gennaio 2019 alla Galleria d’Arte Moderna di Roma. Il rinomato spazio espositivo comunale, stabile ospite di capolavori scultorei e pittorici di artisti degli anni ’20-’30-’40 del XX sec. apre le sue stanze ad un’esperienza diversa, tutta tinta di rosa corallo.

Prima di entrare nel vivo della mostra il percorso propone un tuffo in uno spazio espositivo off topic. Due corridoi che portano al chiostro interno ospitano alcune statue degli anni ’20-’30 del Novecento: si susseguono splendidi capolavori italiani dell’epoca fascista per la quale pezzi come Il Pastore di Arturo Martini e Gli Amanti di Giovanni Prini celebrano il ritorno al classico figurativo e scultoreo.

Da uno dei due corridoi si esce nel chiostro e lo spettatore viene accolto in una dimensione ancora diversa dove predomina l’istallazione site-specific Le tute d’acciaio di Antonio Fraddosio: dieci grandi stazioni collegate tra loro da lastre di ferro nere contengono dieci grandi lamiere di acciaio accartocciate su loro stesse; ciascuna trattata con un diverso elemento della tavola periodica che, combinato, reagisce con la lega provocando colorazioni e residui. Una denuncia lasciata gridare dall’acciaio, materiale di cui sono fatte le tute degli operai dell’Ilva di Taranto. L’azienda dai primi anni del 2000 finì ripetutamente sotto inchiesta per il mancato rispetto delle condizioni di sicurezza sul lavoro e sull’ambiente e Fraddosio, tarantino di nascita, decide di raccontarne le vicende.

Dopo un tuffo nell’attualità concettuale e materica dell’artista pugliese si rientra negli spazi espositivi della Galleria. Il tema è cambiato, l’ambientazione pure.

La mostra Donne. Corpo e Immagine tra simbolo e rivoluzione si apre con una prima grande sala dai muri dipinti di color rossastro, per antonomasia da riferire al genere femminile, dedicata all’Amor Sacro e all’Amor Profano incarnato in donne e alla visione poetica che nel tardo Ottocento poeti ed artisti avevano di esso. Le opere esposte parlano una lingua tutta modernista, con un’esplosione di vibranti colori come Angolo di Studio (1905-1910) di Istvan Csok o La sultana (1913) di Camillo Innocenti. Ci si concentra sulla concezione della donna di fine ottocento, amata e adorata come musa ispiratrice o donna angelo, ma anche temuta e respinta perché irresistibile femme fatale, causa di perdizione esistenziale dalla quale secondo Baudelaire non ci si può redimere poiché: “una volta liberato/Dal suo dominio, per i nostri sforzi,/Tu faresti rivivere il cadavere/Del tuo vampiro, con i baci tuoi!”.

Le tre sale successive sono dedicate al corpo e alla nudità femminile. Il tema viene sviluppato, volutamente e forse un po’ forzatamente, in termini scevri da complicazioni emotive o cronologiche cercando di evidenziare la bellezza dell’intimità di un’immagine femminile di qualsiasi epoca.
Il corpo nudo nella sua grazia e fragilità è ancora una volta la fonte di ispirazione; in questa ottica opere di alta finezza come ad esempio Nudo di donna (1926) di Arturo Dazzi vengono fatte dialogare con ribelli sculture come Goldfinger/Miss (1964) di Mario Ceroli.
L’ultima stanza del piano è occupata interamente dalla proiezione del film Bellissima (2004) di Giovanna Gagliardi, prodotto dall’Istituto Luce: uno splendido racconto delle donne del XX secolo che ricordano il loro percorso di vita attraverso foto, spezzoni di interviste e immagini evocative.

Si passa al secondo piano della mostra dedicato interamente agli occhi come specchio dell’anima. Qui se l’intento era quello di realizzare una galleria di sguardi, bisogna riconoscere che sia interamente riuscito. In uno dei due corridoi sono disposte una serie cospicua di ritratti di donne, mogli, amanti, figlie e modelle che culminano con il masterpiece dell’intera esposizione, Dubbio (1907-1908) di Giacomo Balla, il meraviglioso ritratto della moglie Elisa immortalata da un istantaneo momento di distrazione.
L’indagine psicologica di cui si carica la ritrattistica a cavallo del XIX sec. e del XX sec. risulta ben chiara dai capolavori esposti, più vagamente si evince il tema della crisi pittorica scatenata dall’invenzione della fotografia, suggerito invece dal pannello espositivo all’entrata.
Interessante risulta l’ala contigua del secondo piano dedicata ad alcuni pezzi della collezione permanente: un excursus sulla produzione di Fausto Pirandello negli anni ‘30-‘40 nella quale figura l’eco della tematica femminile della mostra.

L’ultimo piano si concentra sul tema dell’identità femminile. La questione è declinata in due termini principali: da una parte la sezione dedicata alla maternità come acme e celebrazione della donna, dall’altra invece una generale sezione dedicata all’identità inquieta, inaugurata dal riferimento alla pubblicazione del libro L’interpretazione dei sogni (1900) di Freud. Quest’ultima sezione è sapientemente posta come contrapposto rispetto alla prima e genera il dubbio nei confronti della consuetudine sociale che porta la donna a sentirsi realizzata come persona solo nel momento in cui genera una prole.
Due stanze contrapposte, ma affini. Una piena di opere che suggellano il rapporto madre figlio con dolci richiami alla famiglia, come la tenera scultura di Giacomo della Giustina Gioie Materne (1940-1950) o Le spose dei marinai  (1934) criptico dipinto di Massimo Campigli. L’altra invece composta da capolavori che propongono una visione più critica della lotta ancora attuale alla disparità di genere,come Susanna di Felice Casorati o Ambra Jovinelli (2000) di Paola Gandolfi.

L’identità femminile da oggetto sente il bisogno di farsi soggetto e in questa sua attività inizia un cammino di lunga e tormentata emancipazione sociale e culturale iniziato nel XIX sec. che avrà dei potenti risvolti artistico- letterari dal secondo dopoguerra in poi. Per questo l’ultima sala della mostra è dedicata ad una serie di documenti provenienti da ARCHIVIA- Archivi Biblioteche Centri Documentazione delle Donne i quali illustrano alcuni sviluppi di gruppi e collettivi femministi nell’ambito della produzione artistica, letteraria, giornalistica e teatrale. A completare la lettura del materiale cartaceo vi sono alcuni schermi disposti alle pareti che testimoniano significative performances e avvenimenti.

Il corridoio che conduce all’ultima sezione ha affissa alle pareti una serie davvero interessante di manifesti relativi alla contestazione femminista. I grandi cartelloni che tuonano “Tremate tremate le streghe son tornate. Non più puttane, non più madonne, finalmente siamo donne. Io sono mia. La liberazione non è un’utopia. Sesso, gioia, fantasia, voglio che la vita sia tutta mia.” mostrano delle affascinanti grafiche in voga alla fine degli anni ’60 inizio anni ’70. La mostra si conclude così con una stimolante lettura della produzione artistica figurativa più attuale in chiave di arti applicate; l’unica pecca è che questa sia davvero poco valorizzata: lo stretto corridoio fa da raccordo per l’affluenza d’entrata e d’uscita e non permette di apprezzare le opere in totale tranquillità.

 

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