Artefiera a Bologna: Art Basel, Fontana, il Brunello e la Coca Cola

Artefiera a Bologna: Art Basel, Fontana, il Brunello e la Coca Cola

 

Le fiere da tempo fanno concorrenza alle istituzioni presentando un panorama ricco di  progetti curatoriali. Le gallerie  sono invitate a seguire  linee guida più adatte alle istituzioni  che al commercio.
C’è questo terrore del commerciale nella cultura italiana. Anche se di fatto,  buona parte dell’aristocrazia fiorentina e genovese, tanto per fare un esempio, nasce mercantile grazie al coraggio di  scoprire e/o  creare  mercati. La  società non ama parlare di denaro… La  nostra forma mentis accomuna il denaro al “male” dimenticando che in sostanza è solo uno  strumento nato temporibus illis per semplificare i rapporti tra le persone.
Parlare di denaro  é poco  chic, a differenza di quanto accade all’estero, dove non se ne fanno un problema, le fiere  moderni mercati,  nascono e sono proprio piattaforme di commercio, tanto che le opere  sono esposte con i prezzi.
In tutto il mondo gli appuntamenti  delle fiere internazionali seguono un cliché, le  modalità di base sono più o meno identiche. Artissima,  Miart, Artefiera per giocare in casa, ma Londra Shanghai Hong kong Miami,   Ginevra proprio in concomitanza  di Bologna.   Tutte  presentano un allure curatoriale adatto alle istituzioni.  In italia si   prendono  le distanze da un sano mercato che magari proporrebbe qualcosa di più vicino al territorio anche solo per salvaguardarne l’identità. D’accordo la Coca Cola la conoscono tutti ma lo charme  del Brunello di Montalcino, per dire la prima etichetta che mi viene in mente,  deve andare perduto?
È una legge non scritta ma non per questo poco applicata. Anzi!
Tanto per rimanere tra i pampini,  è come se a Vinitaly tutti presentassero vini provenienti  bene o male da un unico vitigno.
La cultura del commercio é cosa seria e un buon mercante é eticamente ineccepibile.
Ma nell’immaginario l’arte si accosta malvolentieri al concetto di denaro, come la poesia e la cultura in genere. Ci si dimentica che i grandi del passato incaricavano fior di artisti di realizzare opere per loro, per i fini più disparati, per lo più di immagine e di potere, e ci sono i contratti a dimostrare i fiumi di denaro che venivano profusi.

Ebbene si!  I nostri avi parlavano di denaro, artisti o committenti che fossero, Chiesa compresa. Al giorno d’oggi, dalla fine del XIX secolo  il rapporto artista committente è stato mediato da una figura nuova,  il gallerista  che come i librai per i libri, era una forte figura di riferimento per gli appassionati e colti  frequentatori.  Così le accademie,  che da una parte erano fino allora garanti delle capacità di un maestro o di uno storico dell’arte, non sono più state l’unico riferimento, perché a queste si sono affiancati i mercanti d’arte. Essere galleristi significa essere molto colti e scoprire,  formare,  mantenere artisti,  ognuno secondo i propri parametri. Nel secondo dopoguerra inoltrato si sono affermate regole non scritte e il mondo dell’arte si è  sicuramente complicato.
Oggi Art Basel detiene il primato tra le fiere e  per la selezione degli espositori segue dei suoi parametri,  quali che siano, che comunque sono riconosciuti nel mondo dell’arte internazionale.
Miami Basel  è la controfigura oltreoceano di  Art Basel. Anche Londra con Freeze attira un pubblico internazionale e potremmo andare  avanti, Hong Kong, Shanghai, ma anche Torino, Bologna, Milano. Al top della hit parade anche la Corea.
Allora quali sono i parametri oggi? Certo non sono uguali per tutti, ma qualcuno è più “uguale” degli altri. Ci sono innumerevoli fiere in giro,  tantissime le città che ci scommettono, in questi stessi giorni di Artefiera per esempio c’è Ginevra.
Mi consola per un verso che nell’era  di internet le fiere di ogni tipo e genere si  moltiplichino. Galleristi, critici, giornalisti, curator –  lasciatemelo dire in inglese,  che il termine é più gradevole  per me che provengo da una famiglia di avvocati..l il termine “curatore”,  evoca situazioni sgradevoli.
Tante professionalità diverse, quindi  verrebbe da pensare tante idee diverse.
Ma non è così.
La globalizzazione colpisce duro anche in questo campo che dovrebbe essere libero per eccellenza… Tanta uniformità che Burri con i suoi cretti  anticipò  magnificamente.  Il bel mondo però  si dà appuntamento, e si ritrova a Parigi,  come a Shanghai  o a Barcellona,  Londra, Basel,  e si formano le tendenze.
La nostra cultura proviene dal mondo classico che tristemente e inesorabilmente sta perdendo appeal di fronte a competitor  con lo smartphone… che ha il pregio indubbiamente di veicolare  cosi facilmente le immagini … nel bene e nel male ahimè.
Un esempio.   Recentemente a Malta, dove l’italiano, ma purtroppo ancora per poco è di casa,  i  maltesi dai 40/45 anni in su parlano la nostra lingua, che sentono molto legata alla loro  cultura. Logico  sono li in mezzo al Mediterraneo,  culla di tutte le culture, ma ahimè  le generazioni under 45 sono di madrelingua  inglese, perché sono  iphonedipendenti.  Quindi a loro arriveranno notizie molto diverse di quelle di mamma RAI che li ha allevati. Che c’entra  Artefiera con tutto ciò direte voi ? C’entra eccome, perché il mercato lo crea la cultura di riferimento e l’Italia sta perdendo terreno. Se  la nostra cultura le nostre radici  stanno mostrando la corda,  sempre s’haddatornà lì, a alla scuola! Anzi si deve ricominciare dall’asilo, perché se  in età scolare    si insegnasse  cos’è il Colosseo noi venderemmo il vino dei Castelli Romani,  tanto per parlare un lessico universale. Ma anche qui fino a quando? Tornando ad Artefiera che di lì siamo partiti,  dove  ho visto ottime gallerie e opere egregie,  Lucia Trisorio di Napoli, la città sta vivendo un grande fermento culturale, Torino con Roccatre, Genova con l’ottima Galleria Guidi  coerente e attenta ai nuovi talenti, Tega di Milano straordinaria come sempre. Però la sensazione è stata di aver visitato un bel museo d’arte contemporanea, con artisti storicizzati da Mirko a Scanavino, Morlotti, Melotti,  Fontana, Rebecca Horn, Christò, Licini, Tutto molto politically correct. Elegante senz’altro.  Son felice di aver constatato che per fortuna sembra sia passato il momento di sconvolgere il povero visitatore con scene hard,  estremamente volgari  e violente  che hanno imperversato negli ultimi anni, forse decenni, alla ricerca della provocazione e del sensazionalismo. Spazzati forse finalmente via, ma non dovrei rallegrarmene, da una realtà che supera ahimè la più  delirante forma d’arte. Già arte, che sia  poi tale  lo diranno i posteri, ma  oggi possiamo pensare che un’opera  debba rispondere a determinati parametri  e se si quali?  Quelli della cultura ovviamente  che siamo, tramandiamo, scriviamo, seguiamo noi. Non è un caso che parecchi artisti giovani si ispirino a Walt Disney o ai fumetti giapponesi o ai Supereroi. È la loro infanzia che parla,  e quindi ora riemerge e la sublimano.  La via indicata mi sembra lapalissiana. Lasciamo alle spalle la scelta attuata alla  metà dell’ottocento, quando la cultura del sociale ha  prevalso, come mi spiegava il mio amico, l’esimio Prof. Simon Mercieca titolare della cattedra di storia all’Università di Malta, scegliendo di abbandonare il  concetto di bello nel senso classico del Quindi si ai falansteri brutti ma utili. Detto questo onore al merito ! Artefiera, le mostre e gli altri appuntamenti in  tutta la città, Bologna vi aspetta…  golosa e signora.

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