Dal centro alla periferia: la triplice natura del rapporto musei-territorio

Dal centro alla periferia: la triplice natura del rapporto musei-territorio
Palazzo Farnese (o Villa Farnese), Caprarola in provincia di Viterbo nel Lazio

Tre gestioni differenti unite da un’unica tutela, prerogativa dello Stato Italiano che demanda il diritto all’amministrazione e alla valorizzazione agli enti regionali, provinciali o comunali.

“Indipendentemente dalla determinazione di standard minimi qualitativi e quantitativi relativi alle strutture adibite a funzioni museali, il museo deve garantire che le sue strutture abbiano le proprietà e le caratteristiche che conferiscono ai servizi da esse forniti la capacità di soddisfare le esigenze delle sue collezioni, del suo personale e del suo pubblico, siano cioè in grado di conseguire specifici obiettivi di qualità.” ¹

L’estratto presentato è una citazione del decreto ministeriale del 10 maggio del 2001 che accompagna la pubblicazione dell’Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei. Il documento abilita i musei italiani a concretizzare tanto specifiche esigenze di carattere fisico e logistico, quanto altre morali e spirituali attraverso l’adempimento di “obbiettivi” pensati dall’ICOM (International Council of Museums) e sottoposti al vaglio di esperti e commissioni parlamentari al fine di identificare una comune missione.

“Soddisfare le esigenze delle sue collezioni, del suo personale e del suo pubblico”² significa quindi costruire il percorso museale come un’esperienza da condividere che soddisfi e renda giustizia alla collezione esposta, allo studio alle spalle di essa, oltre che ai lavori della gestione, alle idee su come valorizzarla ed infine al territorio dalla quale proviene o del quale è ospite. L’identità di un museo è un processo in fieri che trova la sua destinazione nello svolgimento e non nell’arrivo, attraverso la combinazione di tanti ingranaggi i quali collaborano alla sopravvivenza fisica e spirituale della struttura.

In Italia, nazione chiamata non a caso “museo Italia”, la modalità amministrativa del patrimonio artistico e di conseguenza del suo inserimento all’interno di spazi espositivi è da sempre uno dei temi più attuali su cui il Ministero è intervenuto. Un grande cambiamento in materia è avvenuto con il decreto Franceschini del 2014: grazie ad esso si attuarono alcuni cambiamenti tra cui l’adattamento ai criteri prescritti dall’ICOM, l’accorpamento delle sopraintendenze artistiche ed archeologiche in un’unica struttura e delle modifiche sostanziali nel carattere di alcuni musei italiani.

La riforma di cinque anni fa stabilì infatti che un totale di 32, dal 2016, tra musei e parchi archeologici nazionali fossero dotati di una particolare autonomia, comprensiva di un nuovo direttore selezionato con un bando internazionale; un bilancio autonomo con la possibilità di disporre per le spese del museo dei fondi guadagnati; un CdA e un comitato scientifico.

In aggiunta il decreto segnò l’istituzione di un’altra tipologia di enti, i musei regionali. Secondo il principio di sussidiarietà i 17 nuovi ‘poli museali regionali’ coordinano dal 2015 una parte delle collezioni dei grandi musei nazionali non autonomi, favorendo lo sviluppo di un esercizio più capillare sul territorio.

Il panorama attuale si presenta triplice. Oltre ai già esistenti musei archeologici nazionali e i nuovi musei regionali, si devono ricordare i più vetusti musei civici. Strutture spesso nate grazie a delibere delle amministrazioni comunali o provinciali che si occupano da più tempo della gestione e della valorizzazione di quei beni connessi al luogo da cui provengono.

Tre gestioni differenti unite da un’unica tutela prerogativa dello Stato Italiano che demanda il diritto all’amministrazione e alla valorizzazione agli enti regionali, provinciali o comunali. Nonostante le differenze sostanziali, gli enti devono disporre i musei ad una tipizzazione che avviene mediante la conformazione ai criteri che propone l’ICOM, tanto è vero che la missione universale di un museo è comune. È all’interno degli spazi espositivi di provincia che il continuo superamento di obiettivi nell’ambito della qualità dovrebbe essere particolarmente risoluto, ed ora vedremo perché.

Per esempio nonostante la capitale sia in possesso di buona parte dei musei, le zone limitrofe arricchiscono i 281 poli museali del Lazio, ospitando strutture che palesemente non possono essere tutte concentrate nell’area della città di Roma. In provincia esistono molte realtà, sconosciute rispetto ai famosi musei romani, ricche di bellezze che si vedono da una parte stimolate ad accrescere i propri standard nel nome della forte responsabilità di cui sono investite, dall’altra purtroppo anche limitate da essa.

Spesso la situazione specifica di un museo civico che sia economica, amministrativa o logistica non permette una facile conformazione ai criteri qualitativi e ciò va a compromettere tutto il conseguente sistema di delicata relazione che si instaura tra gli utenti, la gestione ed il patrimonio ospitato dalla struttura.

Esempi concreti si possono riscontrare a pochi chilometri dalla città metropolitana di Roma dove, come abbiamo già notato, esistono molte realtà espositive sconosciute sia dai fruitori, che in parte dalla stessa Soprintendenza la quale in generale non riesce a stanziare dei fondi per una tutela maggiore, né per la promozione di campagne pubblicitarie atte a far conoscere il museo, né tantomeno per un miglioramento generale delle infrastrutture che connettono le stazioni del centro città più vicino a questi piccoli centri. Spesso i suddetti poli espositivi, affidati a gestioni poco preparate e poco aggiornate circa le modalità più attuali, non riescono a sostenere i costi per una corretta valorizzazione e nonostante non sia diretta responsabilità statale quella di occuparsi di tali ambiti, non possono essere abbandonati al corso del tempo.

Così si rischia l’innesco di un meccanismo generale affatto salutare per il museo e soprattutto per il territorio, dato che i pochi avventurieri che capitano in luoghi del genere, di cui l’Italia è ricca, visitano dei musei che propongono magnifiche collezioni poco accattivanti, spesso disposte con un’unica aspirazione diretta alla quantità e non alla qualità.

I musei civici sono quindi investiti di un’ulteriore responsabilità che si trasforma in un compito ad oggi sempre più attuale: far sì che lo stimolo per una riqualificazione generale del territorio parta da essi, attraverso un’attenzione sempre maggiore nell’ambito della tutela, della gestione e della fruizione del patrimonio artistico posseduto dagli stessi musei nel nome di un’unica ardua missione che richiede lavoro, fiducia, trasparenza e condivisione.

[1]Ministero per i beni e le attività culturali, Criteri tecnico-scientifici
e standard per i musei;
(D. Lgs. n. 112/1998, art. 150 comma 6); Elaborati del Gruppo di lavoro (D.M. 25.7.2000), pag. 28
[2] Ibidem

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