Scarti e oggetti di uso comune protagonisti della mostra RE.USE

Scarti e oggetti di uso comune protagonisti della mostra RE.USE

L’esibizione in corso a Treviso svela il rapporto artista-oggetto e il ruolo dell’ecologia nell’arte contemporanea. Il racconto con il contributo del curatore Valerio Dehò

Fino al 10 febbraio Treviso ospiterà presso il Museo Santa Caterina, il Museo casa Robegan e il piano nobile di Ca’ dei Ricchi la mostra RE.USE che attraverso 87 opere si focalizza sul molteplice significato del “riuso” nell’arte. Tra i 58 artisti presenti ci sono protagonisti internazionali dell’arte contemporanea come Damien Hirst, Christo, Duchamp, Manzoni, Mimmo Rotella, Michelangelo Pistoletto e Alberto  Burri solo per citarne alcuni.

Ad essere esposti sono oggetti di uso comune che passano dalla casa al museo grazie all’artista che li arricchisce di un nuovo significato. RE.USE prende il via proprio dagli oggetti e dal nuovo ruolo che questi assumono nell’arte a partire dai primi decenni del Novecento fino ai giorni nostri. I punti di partenza per comprendere il percorso della mostra sono opere fondamentali quali il celebre orinatoio di Marcel Duchamp, i sacchi di Alberto Burri o i barattoli di “Merda d’Artista” di Piero Manzoni per citare alcuni dei maggiori esponenti di riutilizzo innovativo di oggetti industriali che fanno  il loro ingresso al museo.

Il riuso della materia, in particolare dello scarto, di ciò che per la società non ha più valore, assume anche una valenza etica nell’arte che a partire dagli anni Sessanta avvia il dibattito sullo spreco incontrollato della società consumistica gettando le basi della moderna coscienza ecologista. 

RE.USE arriva a Treviso per stimolare una riflessione sull’attualissimo tema dell’inquinamento e dell’economia circolare in un territorio già molto sensibile all’argomento e virtuoso nel riciclo. Per allargare il dibattito, in parallelo all’esibizione, l’Associazione TRA Treviso Ricerca Arte – ideatrice dell’esibizione – ha previsto numerosi eventi collaterali che coinvolgono realtà del territorio rivolgendosi in particolare ai giovani i quali, guardando ai numeri, rappresentano una fetta consistente dei visitatori registrati dal giorno dell’apertura. Questa esposizione è la prova che l’arte si occupa di ciò che succede nella società, non ne è assolutamente estranea come ci ha spiegato il curatore di RE.USE Valerio Dehò. 

Che tipo di percorso artistico proponete a Treviso?

Un percorso che parte dagli oggetti raccontando il rapporto tra l’artista e gli oggetti di uso comune che diventano opere d’arte per criteri non legati all’estetica ma all’ emozionalità. Gli oggetti fanno parte di noi e con questi abbiamo un rapporto particolare. Basti pensare alla sepoltura, nell’antichità i morti venivano sepolti con gli oggetti a loro più cari. Nel caso di RE.USE  tutto parte da Duchamp e prosegue con oggetti che assumono il valore di merci, percorrendo un doppio binario tra affettività e valore d’uso, per approdare infine nella moltiplicazione degli oggetti stessi in una realtà che ci vede circondati da un’enorme quantità di cose.

Le opere appartengono a decenni diversi, ognuno dei quali ha delle caratteristiche ben precise, ci fa qualche esempio?

Posso citare il Nuovo Realismo francese degli anni Sessanta. Il rifiuto diventa un simbolo del consumismo e l’artista un individuo che si oppone alla cultura dello spreco. Il rifiuto qui diventa un mezzo per raccontare una società mostrandone abitudini e grado di ricchezza. Verso la fine degli anni Sessanta nasce infatti una vera e propria coscienza ecologica. L’uomo si ricorda di avere un rapporto privilegiato con la natura che gli artisti mettono in primo piano. Sono gli stessi anni in cui germoglia una coscienza europea che riconosce l’ecologia come un valore che si riflette in seguito anche in politica, basti pensare alla fondazione del partito dei Verdi in Germania.

C’è un’opera che è particolarmente fiero di essere riuscito a portare a Treviso?

Certo, Regina. Una grande donna fatta di 8000 bottiglie di plastica realizzata da Enrica Borghi. In questo caso qualcosa che non ha nessun valore diventa un’opera d’arte. Questa, come le altre opere in mostra, sono anche un omaggio alla virtuosità e alle buona pratiche dei trevigiani, non dimentichiamo che Treviso è la città che ricicla di più e meglio in Italia.

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