Al Museo archeologico di Palestrina si sente il bisogno collettivo di un servizio pubblico serio

Al Museo archeologico di Palestrina si sente il bisogno collettivo di un servizio pubblico serio

A 40 chilometri dal centro storico romano, percorrendo la celeberrima via Prenestina che parte da Porta Maggiore e esce dal circuito del Grande Raccordo Anulare verso sud est, si trova l’antica città di Praeneste, oggi Palestrina. L’attuale centro urbano rappresentò nel secondo dopo guerra una delle zone di scavo archeologico più grandi del Lazio in quanto durante un violento bombardamento vennero alla luce le costruzioni dell’antico tempio dedicato al culto di Fortuna Primigenia del II sec. d.C.

L’origine dell’odierno centro metropolitano è antica, le prime tracce di occupazione urbana risalgono all’VIII a.C. circa e la leggenda vuole che la città fosse stata fondata da figure mitologiche come il figlio di Ulisse e Circe, Telegono, o il nipote di Ulisse e figlio di un re Latino, Prinestos, o addirittura il figlio di Vulcano, Caeculus. Al di là dei variegati miti che accompagnano la fondazione delle città del Lazio, gli abitanti di Praeneste sin dal tempo preromano erano coscienti della strategica importanza del territorio. I Praenestini infatti detenevano l’egemonia di una delle più importanti vie di comunicazione tra l’Appennino ed il Tirreno che partiva da Tivoli e arrivava ad Anzio controllandone gli scambi economici. Questo è uno dei motivi per cui l’etnia degli abitanti risentì di diverse influenze culturali, come avvenne per tutte le città fuori dal circuito di controllo diretto dell’Urbe. Sulla sommità del monte Ginestro vi era l’acropoli, cinta da potenti mura e affacciata sulla valle del Sacco, punto nodale per i negotii tra l’Etruria e la Campania.

Dopo i fiorenti rapporti avvenuti dal VII-VI sec. a.C. in poi con le popolazioni etrusche e con quelle del retroterra italico, gli abitanti ottennero la cittadinanza romana nel I sec a.C., ma vennero presto tormentati dalle lotte tra Mario e Silla. Preneste fu persino il luogo in cui Mario il giovane, figlio di Mario, si rifugiò nell’82 a.C. scappando dai sicari dei nemici politici.

In età imperiale la città si trasformò addomesticandosi e diventando così meta turistica e di villeggiatura di imperatori, senatori e patrizi romani. Augusto, Tiberio e Adriano possedevano ville sul territorio. Ma risale al II sec d.C. il periodo di massimo splendore della città in concomitanza con la creazione del sopraccitato santuario della Dea Fortuna Primigenia.

Palazzo Barberini-Colonna, sede del Museo Nazionale Archeologico

Sopra parte del santuario ellenistico, realizzato su tre terrazzamenti che livellano la pendenza del monte Ginestro dal quale domina la vallata sottostante, è situato il rinascimentale palazzo Barberini-Colonna, un tempo casa dei conti della zona e oggi sede del Museo Nazionale Archeologico della città. Il polo museale, fondato nel 1956, raccoglie e ospita nei tre piani di esposizione la collezione di reperti archeologici di epoca preromana fino al tardo impero ritrovati in situ, ma anche molti oggetti relativi a scavi in aree circostanti tra cui una serie di corredi provenienti da più necropoli etrusche.

Il percorso di 11 sale distribuite su 4 piani è costruito secondo il classico criterio cronologico. La visita generalmente dura dalle due alle tre ore e si svolge nelle sale di un palazzo rinascimentale addossato ad una parte dell’antico corpo del santuario, tutt’oggi visibile dalle rampe di scale che collegano il primo ed il secondo piano.

All’entrata gli operatori avvertono che il museo è sostanzialmente sviluppato “al contrario”: il percorso parte dal secondo piano per poi proseguire fino al piano terra e concludersi all’ultimo con un’unica sala dove si trova esposto il celeberrimo Mosaico Nilotico, pezzo simbolo del museo.

Grande Mosaico Nilotico
Grande Mosaico Nilotico (particolare)

Gli splendidi reperti conservati, tra cui una grande collezione di cippi e manufatti in bronzo di fattura etrusca e una serie di pietre, scarabei e cammei di preziosa provenienza orientale, insieme con l’ambientazione suggestiva di alcune sale del palazzo, ancora affrescate con pitture tardo cinquecentesche, purtroppo non riescono a salvare l’infelice situazione di questo magnifico polo espositivo.

Questo Museo s’ha da fare: è ora di risolvere i problemi

La prima fondamentale questione è la manutenzione generale dello stabile che purtroppo verte in condizioni problematiche: i muri pieni di infiltrazioni che mandano in circolo nelle sale l’odore di stantio sono un chiaro segno di un mancato ricircolo di aria, questo porta spesso alla formazione di muffe dannose per molti manufatti, oltre che per i fruitori.

In secondo luogo anche la questione della valorizzazione di alcuni reperti archeologici sarebbe da ridiscutere. Mi riferisco alla bizzarra scelta di posizionare i reperti secondo un percorso poco chiaro e soprattutto frammentato: salire e scendere le scale per un totale di 4 volte potrebbe scoraggiare anche il visitatore più interessato.

Poco chiara risulta anche la disposizione di alcuni preziosi oggetti di oreficeria che occupano il lato estremo della sala centrale del secondo piano. La vetrina in cui sono inseriti è decisamente piccola e per fare entrare tutti i pezzi sono stati montati più piani; purtroppo i più alti sono poco visibili e totalmente inapprezzabili a tutte le persone più basse di 1,70 cm. Un’ulteriore grave mancanza è un percorso didattico per i bambini, ormai più che convalidata e necessaria come opzione di visita.

Allo stesso modo molti degli espositori informativi sono inadatti e poco professionali perché realizzati con diversi lettering di difficile comprensione, scritti molto piccoli o stampati ed incollati sulla base delle strutture portanti di statue e sime.

Infine anche la questione della visibilità esterna pare poco studiata: la strada in cui si trova il museo è totalmente priva di indicazioni, come non se ne trovano sulla cancellata che apre alle scale le quali portano all’entrata degli spazi espositivi. Un museo all’apparenza inesistente, nascosto da un antico portone alla fine di una ripida rampa di scale in marmo dalla quale entrata si vede tutta Palestrina da una prospettiva mozzafiato.

Insomma per molti versi una proposta di fruizione lungi dall’essere accattivante e accessibile, anzi direi confusa, persa in piccoli accorgimenti che si risolvono in un guazzabuglio “roba messa lì” tanto per essere tirata fuori dai depositi. Come ha fatto un museo con un patrimonio artistico del genere, organizzato e gestito da personale e fondi statali a lasciarsi andare in questo modo?

Sicuramente le criticità e le problematiche riscontrate in questo museo sono comuni a molti poli espositivi laziali e sono dovuti in parte alla non metodica gestione effettuata nel tempo.
La sopraintendenza e in generale l’amministrazione statale si deve rendere conto del grande spreco di potenzialità che ancora sta avvenendo e magari rimediare a tutto ciò con un attento studio della gestione delle risorse.

Ora la domanda è quando il diritto alla cultura e alla fruizione di musei e siti archeologici, in questo caso anche nazionali, è definibile primario e “servizio pubblico essenziale”?

Veronica Budini

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