ARTOUR-O a Tavola e Arte della committenza

ARTOUR-O a Tavola e Arte della committenza

Sarà che ė Natale, e ormai ad un passo dall’anno nuovo, mi viene spontaneo fare qualche riflessione random.
Appartengo alla generazione degli anni cinquanta.

Quando sono venuta al mondo l’Italia era in ginocchio, si stava però riprendendo con molta fatica e molti sacrifici, ma anche tanta speranza, da cinque lunghi anni di atrocità di ogni tipo e genere. Neanche il più crudo documentario può comunicarne l’atmosfera quotidiana. Eppure mi ricordo che mio padre, a noi piccoline, raccontava in modo lieve e adatto, qualcosa di quei momenti che aveva vissuto in prima linea come ufficiale… nonostante tutto aveva una gran voglia di vivere. Anni dopo, mia sorella ed io, poco più che adolescenti, con manipoli di amici più o meno stanziali a casa, vivevamo dei momenti di grande imbarazzo perché lui, normalmente così buono, perdeva la bussola, vedendo i nostri amici, erano i primi anni 70 anni, “stravaccati” a terra, con aria triste e meditabonda, sospiranti per l’ esistenza e sbottava, cito “ e noi ci siamo giocati i nostri anni migliori per questi che non sanno nemmeno vedere la fortuna che hanno! Io alla loro età ero in trincea o peggio andavo con i miei soldati all’attacco alla baionetta”. Poi si calmava, ma si capiva che era profondamente affranto da quell’atteggiamento perché gli toglieva l’illusione di sapere che l’immenso sacrificio richiesto a lui e a tanti altri innocenti, ragazzi tra i 18 e i 23 anni, era almeno servito a qualcosa.

Ecco sento le sue parole tanto più ora che l’insoddisfazione e lo scontento, per non parlare della depressione sono all’ordine del giorno. Cosa direbbe adesso vedendo altri ragazzi afflitti, annoiati, angosciati pur vivendo in una società assolutamente dorata rispetto alla sua? Credo che queste mie riflessioni siano emerse per consolare prima di tutto lui ma anche perché vorrei che fossimo tutti più consapevoli che almeno per noi europei il sacrificio immenso dei ragazzi del ‘21 e del ‘23, il ‘22 non fu chiamato ma questa e un’altra storia, non è affatto andato perduto. Stai sereno Papà. Il tuo, il vostro sacrificio ci ha permesso di vivere e di continuare a vivere in un’Europa, per la prima volta nella storia dell’Umanità, scevra da guerre fratricide che ahimè sono state all’ordine del giorno, che l’hanno afflitta, ferita e massacrata fino alla metà del secolo scorso.

Per questo sono grata ai Padri che hanno voluto difendere gli stati da sé stessi sotto un unico scudo, l’Europa unita, con tutti i suoi difetti, e ho vissuto anche l’avvento dell’euro, con tutte le sue pecche, come uno strumento che ci ha comunque protetto psicologicamente, creando anche un’identità, se pur con i suoi pro e contro. Vi ricordate cos’era cambiare le lire? Peggio della lira nel cambio solo la dracma. Una frustrazione…

Poi il miracolo a cui ci siamo subito abituati, girare liberi, senza frontiere, conoscere facilmente altri stili di vita, studiare in scuole diverse, e chi si ricorda più la fatica e la difficoltà di oltrepassare i confini, passando come accade da allora agevolmente da una nazione ad un’altra. Le nuove generazioni non immaginano e non conoscono quelle difficoltà ed non sanno che è diventato logico e naturale ciò che allora equivaleva alla conquista di una vetta superba. Non mi nascondo certo che orrori e ingiustizie con caparbia sistematicità da ogni parte del mondo si rovesciano su tutti noi, tutti uguali per la comunicazione perché manca una guida a valle, e si parla poco o niente di contenuti costruttivi, dalle conquiste scientifiche, alla consapevolezza della fragilità dell’ambiente, alla sensibilità sempre più diffusa. In questo crogiolarsi in quanto c’è di peggio, vorrei proprio sapere chi ha affermato che l’arte deve riflettere la vita sposando il sociale invece della bellezza, che è cosa ovvia ma non nota, dona benessere e qualità di vita. Lasciando da parte la considerazione che anche solo tentare di dare una definizione di arte è tempo perso, preferisco riferirmi agli effetti dell’arte di Giotto Leonardo Raffaello Donatello Michelangelo, ma anche Melotti o Manzù o Richard Long e Atchugarry… ma loro davvero riflettevano il sociale?

Siamo autorizzati a pensare che la provocazione necessaria ai primi del Novecento, impaludato da un Ottocento eterno e asfissiante per certi versi, abbia scardinato l’arte dalla sua millenaria catarchica missione quale portatrice di bellezza e armonia e soprattutto dispensatrice di momenti sublimi di godimento, di attimi di felicità, aprendo i sensi e la mente al sogno? Forse la storia si ripete, perché toccando la vetta si deve fatalmente considerare la discesa, è iniziata una caduta che affligge il nostro animo e il nostro spirito. Qualcosa di analogo è accaduto dopo il Rinascimento. Gli artisti alle prese con le vette sublimi raggiunte dai loro predecessori, dice Gombrich, dopo anni di spiazzamento, passando inevitabilmente dal “manierismo” hanno dato vita al Barocco. Lungi da me qualsiasi censura, ma l’Arte ha in sé un’anima universale e quindi non può essere ghettizzata solo in un messaggio sociale e di cronaca quotidiana. La provocazione che aveva senso ai primi del secolo breve ora se ne può riappropriare, ma in tutt’altri termini : la vera provocazione oggi é usare maniere educate e interrompere decisamente questa strada a senso unico intasata dalla diffusione di ogni orrore e bruttura morale e fisica “ per provocare” non rendendosi conto che iphone tv portano a casa immagini ben più provocatorie di quelle costruite ad arte.

La provocazione oggi per essere veramente tale sta nella cortesia e nel sorriso. Non voglio dilungarmi oltre ma chiedo a tutti di cominciare a pensare che il cammino fatto dall’Europa negli ultimi anni è stato si in salita ma in una strada che si chiama “via di un miglioramento mai visto prima” inedito fino a questi ultimi decenni. La cultura porta la civiltà che nn è inutile e che, tanto per fare un esempio, son trascorsi quasi duemila anni perché l’acqua corrente calda e fredda tornasse nelle nostre case dopo la caduta dell’impero romano che aprì porte e portoni ai barbari. Meditate gente meditate diceva il mitico Renzo Arbore e godetevi questa realtà per certi versi così gratificante che ci può aiutare a continuare a crescere.

Solo cosi, con la cultura, che giuro è divertente, ci potremo difendere da chi vuol farci vivere perennemente depressi e spaventati.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook