“C’era una volta la filosofia…”: un libro per educare i bambini alla filosofia

“C’era una volta la filosofia…”: un libro per educare i bambini alla filosofia
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Nell’immaginario comune la filosofia appare spesso come una sorta di Giano bifronte. Da un lato, chiunque abbia scelto di dedicarsi allo studio della filosofia avrà sentito almeno una volta nella vita come risposta alla domanda sul perché del proprio percorso universitario, una frase del genere: ‹‹Che bella filosofia! Anche a me piace molto, la stavo per scegliere, poi però ho deciso di iscrivermi a…››, dove al posto dei puntini di sospensione si leggano i nomi delle tante carriere universitarie giudicate più fruibili nel famigerato “mercato del lavoro”. Dall’altro lato, la filosofia è ricordata come quella materia che al liceo nessuno capisce mai troppo bene e molti filosofi sono ricordati come persone in grado di montar su problemi infiniti al solo scopo di complicare la vita, la propria e l’altrui.

Se ci pensiamo bene, si inizia a parlare di filosofia a scuola intorno al terzo anno dell’istruzione superiore, ma prima? Prima il termine filosofia è davvero lasciato alla nebbia più totale. Ecco perché abbiamo deciso di prestare attenzione ad un libro, la cui presentazione abbiamo avuto il piacere di seguire nei giorni della passata edizione della Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria Più libri Più liberi. Si tratta di “C’era una volta la filosofia…” di Nicola Zippel, edito per Carocci Editore ad ottobre 2018.

Nicola Zippel è professore di Filosofia e Storia nei Licei, è stato docente alla Cologne-Leuven Summer School in Phenomenology, all’Università La Sapienza di Roma, all’Orientale di Napoli. Da svariati anni svolge un laboratorio di filosofia con i bambini delle scuole elementari, dal nome “L’alba della meraviglia”, un progetto che vede la collaborazione di molti istituti scolastici romani, in particolare il VII Circolo Montessori di Roma.

Nel 2017 Zippel aveva già raccontato della sua esperienza di filosofia con i bambini nel libro “I bambini e la filosofia”, edito sempre per Carocci, in cui innanzitutto spiegava come il progetto del laboratorio venisse a collocarsi nel solco della Philosophy for Children fondata tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento da Matthew Lipman. Il libro chiariva anche i punti, per l’esattezza due, in cui l’idea di Zippel si mostrava originale rispetto al modello di Lipman: il dato storico, ossia l’inquadramento dei primi pensatori in una cornice storica, e l’interesse rivolto anche al pensiero filosofico non occidentale, ad esempio il pensiero cinese. Il laboratorio infatti inizia in terza elementare e dura tre anni; l’oggetto del laboratorio nei primi due anni è la filosofia greca, mentre l’ultimo anno è dedicato alla filosofia cinese. Quest’ultima scelta va sottolineata, se consideriamo che il pensiero cinese, e in generale la filosofia orientale, non compare nei programmi di studio nemmeno nei gradi dell’istruzione secondaria.

 

“C’era una volta la filosofia…”

Il titolo del libro ricalca l’inizio delle più belle favole per bambini. Non siamo di fronte ad un racconto fiabesco, ma per certo siamo di fronte ad una narrazione, la narrazione filosofica. Il titolo del laboratorio “L’alba della meraviglia” ha origine da una celebre frase contenuta nel Teeteto di Platone in 155d: ‹‹È tipico del vero filosofo provare questo stato d’animo, la meraviglia. Infatti, non c’è altro principio della filosofia che questo››. La meraviglia alberga nell’essere umano negli occhi di chi osserva ogni cosa con la curiosità della prima volta, con la bellezza della prima volta. Gli osservatori più meravigliati sono senz’altro i bambini. Riuscire a parlare di filosofia con i bambini vorrebbe dire ricondurre la filosofia esattamente a quell’inizio così pieno di stupore, che fu l’inizio del pensiero greco.

Cosa vuol dire provare ad insegnare o semplicemente provare a parlare di filosofia a scuola elementare? Negli ultimi anni si è affermata l’idea che per i bambini sia importante confrontarsi con la filosofia. Se il paradigma fosse esclusivamente quello che sottolinea l’importanza di avvicinare i bambini ai contenuti della filosofia offerti come pensieri già pronti e serviti direttamente dalla tradizione del pensiero filosofico, la filosofia stessa non scenderebbe in campo, non sarebbe ancora direttamente coinvolta da un simile esperimento. Può l’incontro di bambini in età scolare con il pensiero filosofico e i suoi protagonisti essere d’aiuto e di stimolo alla filosofia stessa? Entrare a scuola elementare vuol dire per la filosofia rientrare in contatto con le idee da cui essa è nata, ricollegarsi ai suoi stessi inizi. Il paradigma che Zippel propone è infatti più ampio e comprensivo. Non è solo una questione di introdurre la filosofia nella scuola elementare, ma di ricondurre la filosofia stessa alla sua elementarità.

Se ci troviamo nell’occorrenza di riscoprire tale carattere elementare della filosofia, non possiamo non rivolgere l’attenzione ai suoi esordi, non solo cronologici, ma esordi concettuali, il momento in cui per la prima volta ci si è chiesti “perché?”, in cui per la prima volta ci si è posti la domanda sull’origine, in greco archè. I filosofi presocratici non a caso si sono interrogati sull’origine ricercandola dapprima in un elemento naturale che potesse unificare e dare ragione della nascita, così come della distruzione di tutte le cose, che potesse rendere ragione del loro essere. Così Talete vide questo elemento nell’acqua, Anassimene nell’aria, Anassimandro nell’apeiron indeterminato, indefinito, Eraclito nel fuoco che nel momento stesso in cui dà la vita, dà anche la morte.

Cosa hanno da dire questi filosofi ad un bambino della scuola elementare? Secondo Zippel ai bambini non andrebbero spiegate o insegnate le dottrine, ai bambini non interessano (e comunque sarebbero al di là della loro comprensione). Le dottrine sono i pensieri elaborati a partire dalle parole del filosofo, mentre sarebbe sempre preferibile entrare in contatto diretto con le parole stesse. Il carattere storico della filosofia è ineliminabile, ma astraendo per quanto possibile dalla storia della critica e dalla storia degli studi filosofici. Non ha senso parlare ad un bambino del monismo di Parmenide, ma può avere senso portare un bambino a riflettere sulle idee che si celano dietro le dottrine filosofiche parmenidee, vale a dire l’essere e il non essere.

L’infanzia della filosofia non passa attraverso i grandi trattati filosofici, non passa attraverso la scrittura come medium prescelto. La sua dimensione è innanzitutto orale e dialogica e si serve del mito come espressione della realtà, come modo per entrare in contatto con essa. Ne sono la riprova il poema di Parmenide, i frammenti criptici e oscuri di Eraclito e naturalmente i miti di Platone. In quest’ultimo caso, i miti sono delle narrazioni fortemente simboliche, attraverso cui entriamo in contatto con quell’aspetto del reale che il filosofo vuole mostrare affinché sia oggetto della nostra attenzione e riflessione.

‹‹Davanti ai bambini la filosofia torna alla sua fase infantile, quando ancora parlava il linguaggio delle idee, a tratti incerto, talvolta ancora immaturo, ma spontaneo, meno strutturato, più libero. Un linguaggio, appunto, che i bambini capiscono benissimo››.

E i bambini? Rispondono attivamente ad una simile relazione con la filosofia? Stando a quanto si legge nei capitoli del libro, che riportano aneddoti e stralci di lezioni tenute in classe, i bambini rispondono con l’energia e l’interesse vivace che caratterizza la loro età. Difficile è innanzitutto catturare la loro attenzione, senza porre la filosofia in modo che essa sembri qualcosa di elitario o iniziatico, ma riportandola ad una dimensione nella quale i filosofi sono prima di tutto uomini come tutti gli altri.

Mettere la filosofia alla portata dei bambini non si traduce nell’imporre un modello di pensiero dall’alto, ma nell’insegnare loro ad essere seri giocando. I bambini secondo Zippel pensano con spirito critico; quello che la scuola può fare è insegnare anche ai più piccoli come pensano i filosofi. Diffondere il pensiero filosofico vuol dire diffondere un esercizio al pensiero, ad operare raffronti e distinzioni. Aiutare all’insegnamento del pensiero filosofico altro non è se non aiutare ad imparare a pensare e, imparando a pensare, ad essere liberi.

La filosofia nasce da un dramma, da un evento in grado di scuotere le coscienze: la morte di Socrate. A tal proposito chiudiamo con la testimonianza di una bambina, Anna, che commenta in questa maniera la drammatica vicenda della morte di Socrate narrata nel Critone.

‹‹Caro Socrate,
io al posto tuo sarei scappata, ma secondo me hai fatto bene a rimanere, perché è proprio così che la tua filosofia è arrivata a noi, perché se tu scappavi avresti dato la prova che quello che insegnavi non era vero, invece così la tua filosofia è arrivata fino ai nostri giorni e così tutti possono studiarla, apprenderla e tutti possono diventare filosofi saggi come te.
Grazie per non essere scappato e per aver dimostrato che la tua filosofia vale molto di più di quello che sembra.
Anna››

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