L’infinito David Foster Wallace

L’infinito David Foster Wallace

David Foster Wallace ha deciso di andarsene impiccandosi a casa sua ben dieci anni fa, dopo aver corretto una parte del suo ultimo Re pallido e aver scritto un messaggio di addio. Ci ha lasciato molto nei suoi 46 anni di vita per conoscere un po’ lui, le sue opere, i suoi pensieri.

Un pensiero lucido, dolorosamente lucido, sul presente e sulle ripercussioni che questo avrebbe avuto negli anni a venire: «C’è la gioia di imparare e la gioia di conoscere gli altri, e c’è tutta la roba religiosa e tutto il resto. Ma tutto il resto ormai rema contro quello che nella mia generazione e nella tua secondo me è molto diverso, che so, da quello dei nostri nonni: un’immensa, divorante, lancinante fame di piacere, e un vero senso di privazione quando non lo provi. Io non credo che lo farei, però credo che mi organizzerei in modo da avere intorno un sacco di amici che mi impediscano di farlo.»

Scrivere di David Foster Wallace è sempre complesso, come complessa è la lettura dei suoi libri. Qualcosina ho letto, che già Infinite Jest basterebbe. Essendo stato il primo mi sarei anche potuta fermare. Perché è “infinito”, è bello e tragico insieme, una scrittura viscerale che si appiccica alla mente e sembra a volte soffocare. Tanto che a tratti lo lasciavo lì, appoggiato di fianco al letto a guardarmi, in attesa.

Quel libro non aveva di certo fretta, richiede tempo, dedizione. Ma finché non lo finisci non ci fai pace. È geniale, tossico, ironico, vero. Difficile. E si spartisce questa difficoltà con lo stesso Wallace, che dice rispetto alla sua stesura: «Non sembrava una difficoltà fine a sé stessa; sembrava una difficoltà enorme spesa perché era necessario dire qualcosa di importante su quanto sia diventato difficile essere umani, e che non ci fossero altri modi per dirlo.»

Poi di suoi libri ne ho letti altri, ma questo rimane addosso, come ho detto un po’ intossica. Non so dire nemmeno se sia una cosa negativa. Per chi ama la leggerezza direi di scansare le 1281 pagine, scritte anche piccine. Per chi invece non può fare a meno di scendere nelle profondità della propria vita e della realtà tutta, beh allora vale la pena soffrire un po’ (e divertirsi anche). C’è tutto, un libro omnicomprensivo, così penetrante e attuale seppur pubblicato nel 1996, che parla dell’umanità intera. Di sofferenza, di dipendenza, di rapporti con gli altri, del consumismo, della competizione, di grammatica e veramente moltissimo altro che a dire di cosa parla sembra di essere riduttivi.

Ma soprattutto parla di come le nostre vite siano immerse in un flusso costante di impulsi e sollecitazioni, di ogni tipo, e di quanto tutto ciò metta alla prova la nostra coerenza, svelando i paradossi che sostengono l’esistenza.

D’altronde per lui l’arte seria «dovrebbe farci affrontare cose che sono difficili dentro di noi e nel mondo» perché il pericolo è che «se ci esercitiamo ad affrontare sempre meno e a provare sempre più piacere, la daremo vinta alle cose commerciali.»

A me piace ricordarlo con una sua lettera scritta a trentatré anni a Don DeLillo, scrittore statunitense a cui lo legava una profonda stima, proprio con Infinite Jest ormai concluso, in cui Wallace chiede risposte sollevando questioni che nell’intimo riguardano ognuno di noi.

Caro Don,

[…] Mi piacerebbe conoscere quali sono stati i cambiamenti che ti hanno portato a dire che ora per te “La disciplina non è mai un problema (come lo è stata negli anni precedenti).”

Mi piacerebbe sapere come sia avvenuta questa sorta di educazione della volontà – vorrei che tu potessi assicurarmi che non si tratta altro che di una questione di agire secondo un tempo, un osmosi, un attrito naturali, anche se ho il triste sospetto che si tratti di un po’ più di questo. Mi piacerebbe sapere come la frase sopra citata sia in rapporto con quella in cui dici che “Il romanzo è un killer del cazzo. Cerco di prestargli la massima attenzione.” Mi pare di capire, da come usi i termini “disciplina”, “rispetto”, “dedizione”, che i tuoi pensieri confermino la mia convinzione che ciò che di solito si presenta a me come un problema di disciplina è in realtà probabilmente più un problema di dedizione. Faccio parecchio fatica ad affrontare il mio desiderio di essere contemporaneamente serio e divertito mentre scrivo. So che mai mi sono divertito a scrivere più che con il mio primo libro. Ma so anche che l’unica cosa remotamente “seria” in quel libro era il modo, assolutamente “serio”, in cui desideravo che il mondo pensasse a me come uno scrittore di romanzi davvero bravo. Rabbrividisco ora nel vedere come gran parte di quel mio primo sforzo appaia tanto atrocemente e banalmente esibizionistico e così “seriamente” bramoso di approvazione. Non so se questo significhi qualcosa per te, o si tratti di sensazioni troppo personali perché abbiano un senso per gli altri, o se in realtà si tratti di una cosa così banale e diffusa che apparirne tormentato o pensare che soltanto io ne sia afflitto ti possa sembrare grottesco. Fanculo – uno dei vantaggi della fase di correzione delle bozze del libro è che sono troppo stanco per preoccuparmi. Penso che una certa quantità di tempo ed esperienza e dolore mi abbiano aiutato – in qualche modo – per quanto riguarda l’immaturità e l’egocentrismo.

Penso che “Infinite Jest” sia meno auto-indulgente e esibizionista di qualsiasi altra cosa abbia fatto prima, e che tutta la roba che ho scritto da quando ho finito “Infinite Jest” sia ancora meno intaccata dal mio ego. Penso anche che parte del miglioramento dentro di me sia cominciata grazie al “rispetto” per la finzione letteraria, realizzando quanto più grandi di me siano arte e pratica, accettando non solo di tollerare, ma anche di convivere con l’idea che io sono una piccolissima parte di un Grande Disegno. Perché la mia tendenza è pensare di essere il solo a essere afflitto da queste problematiche e a idealizzare le persone che ammiro. Tendo a immaginare che tu non abbia mai dovuto lottare con nessuno di questi problemi di narcisismo o auto-indulgenza, a immaginare che i grandi spunti di “Americana” scagliati sulla pagina nell’appartamento privo di stufa, dovunque fu che lo scrivesti, siano figli della stessa Disciplina e Rispetto e nutriti della stessa umiltà che hanno generato “Libra” o “La stanza bianca”. Ma ora mi auguro che invece non sia così. Mi auguro che nel corso di dieci anni di scrittura tu abbia fatto e subito cose che ti abbiano reso uno scrittore più “rispettoso”… Vorrei essere uno scrittore rispettoso, credo … anche se so che preferirei di gran lunga scoprire un modo per diventarlo senza perdere tempo e senza il dolore e la guerra fra il GUARDATEMI e il PORTARE RISPETTO A UN CAZZO DI KILLER.

Forse quello che voglio sentirmi dire è che la guerra sopra citata è naturale e necessaria, ed è un segno di Intelletto Superiore: forse voglio un incitamento, perché devo confessarti che questa guerra non mi piace minimamente. Penso che la mia prosa sia migliore di prima, ma anche che scrivere sia diventato meno divertente. Adesso, ogni volta che provo a buttare giù qualcosa, sono pieno di paure e timori e un sacco di altre stronzate sul sentirmi inadeguato. Forse il terrore fa parte del rispetto necessario, e forse è una parte inevitabile del processo di crescita dello scrittore, o di qualsiasi altro processo si tratti, ma non può – NON può – essere l’obiettivo e il fine ultimo di quel processo. In altre parole ci deve essere un modo per trasformare il terrore in rispetto e la paura in una sorta di umiltà imperturbabile e produttiva.

Ho difficoltà a capire come far conciliare il divertimento con la disciplina e il rispetto. So che mi sono divertito di meno a scrivere “Infinite Jest” di quanto sia avvenuto con le opere precedenti, anche se il mio stomaco avverte che si tratta di un libro migliore. Penso di capire che parte dell’invecchiare e migliorare come scrittore significhi mettere da parte molte delle mie più infantili e auto-gratificanti nozioni di divertimento, ecc. ecc. Ma il divertimento è ancora il nocciolo della questione, in qualche modo, non credi? Divertimento sia per il lettore che per lo scrittore, no? Una sorta di piacere – più rarefatto, senza dubbio, che un pacchetto di M&Ms o una bella sega, ma comunque un piacere. Come posso permettermi di divertirmi quando scrivo senza sacrificare rispetto e serietà, cioè senza fare ritorno all’esibizionismo e alla vanità e alle inutili acrobazie tecniche di un tempo? […]

Con tutti i miei migliori auguri,

Dave Wallace

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