Non sai come arrivare all’eccellenza? Ecco per te qualche spunto sul concetto di PRATICA DELIBERATA

Non sai come arrivare all’eccellenza? Ecco per te qualche spunto sul concetto di PRATICA DELIBERATA

Quante volte ci è capitato di ammirare quelle persone che riescono a raggiungere livelli di eccellenza sorprendenti. Guardiamo una partita di Feder in tv e diciamo: “Ma come fa ad essere ancora cosi competitivo dopo anni?”; ascoltiamo Umberto Galimberti discutere di tesi e logiche della natura umana e affermiamo: “Ma come riesce ad essere lessicalmente ed intellettualmente così preparato?”

Insomma, si resta inevitabilmente ammaliati quando si assiste a tanta maestria nel settore di riferimento di ogni personalità che, rispetto ad altri, riesce a raggiungere un livello di eccellenza strabiliante. Diventa persino contagioso, tanto da farci desiderare di possedere quella dote tanto ambita per sentirsi migliori e più apprezzati da chi abbiamo intorno. In fondo è questo che inconsapevolmente o meno vorremmo, essere migliori e accettati.

Dopo aver simulato davanti alla Tv in modo abbastanza goffo le “smeshate” di Re Feder e provato a conversare in modo forbito, inventando parole latine con amici, mi sono chiesto: “Ma come si può raggiungere quel grado estremo di preparazione eccelsa?”.

Mi sono interrogato su questo quesito riflettendo in primis sulla mia esperienza personale. Da tecnico sportivo in differenti settori, la risposta sembrerebbe banale: “Per raggiungere un livello atletico più vigoroso in quella disciplina è necessario un allenamento costante”.

A prima vista non è una risposta erronea. Eppure spesso il risultato di questa costanza non è sempre premiato. Considerando, inoltre, che molti studi dimostrano come le persone animate da una forte passione si applicano molto più a lungo di altre, sembrava anch’essa avere la meglio. Ma non è sufficiente.

Fateci caso: Gente che fa qualcosa da una vita, ma su cui il massimo che possa dire è che hanno prestazioni accettabili.

“Alcuni accumulano vent’anni di esperienza, altri solo uno per vent’anni di seguito”

KAIZEN, letteralmente “miglioramento continuo”, è il termine giapponese per indicare la resistenza contro il rischio di arenarsi, una volta raggiunto il plateau della curva di apprendimento. Qualche tempo fa l’idea ebbe anche un periodo di fama nella cultura aziendale americana, essendo considerato il principio guida della spettacolare crescita produttiva Giapponese.

È una filosofia orientate molto interessante che, per l’appunto, mi ha fatto riflettere, inducendomi a chiedere se tutto dipendesse solo dalla quantità di tempo dedicato alla pratica, oppure entrasse in gioco anche la qualità di quel tempo: non solo ore di lavoro, ma ore usate meglio.

Spulciando in rete, mi sono ritrovato a leggere quanto scritto da Anders Ericsson. Non si tratta ovviamente del celebre brand di cellulari ma dello psicologo cognitivo che ha dedicato tutta la sua carriera allo studio di come i migliori arrivano ad acquisire livelli di eccellenza.

La sua lista di soggetti di studi comprende olimpionici, maestri di scacchi, prime ballerine, artisti di teatro, ecc.
Nel loro campo di eccellenza, invariabilmente, ogni professionista vede persistere un graduale miglioramento nel corso di anni.

Si diceva che per avere un bravo violinista ci volessero 10000 ore di pratica. Eppure, altri musicisti, hanno raggiunto lo stesso livello di preparazione molto prima. La scoperta davvero decisiva di Ericsson afferma che non è la quantità di ore di esercizio totalizzate, ma la metodologia. Le grandi eccellenze si esercitano in maniera “differente”.

A differenza di quello che fa la maggior parte delle persone, loro si dedicano a quello che Ericsson chiama “Pratica deliberata”.

Il professor Ericsson per spiegare cosa intende per pratica deliberata, parlando della corsa, fa una interessante constatazione: “Quando fate jogging, lo fate solo per tenervi in forma, oppure avete un obiettivo preciso? in altre parole, c’è un aspetto specifico della corsa che cercate di migliorare, o correte e basta?”.

Un professionista, secondo il professore, per migliorare le sue qualità si prefigge un obiettivo che superi il livello attuale, concentrandosi su un aspetto specifico dell’esecuzione complessiva. Invece di soffermarsi su ciò che sa fare bene, prende di mira i suoi punti deboli. Intenzionalmente si pone delle sfide ancora non superate. Dopodiché, cerca un feedback sulla qualità delle prestazioni. Per forza di cose, questo sarà in gran parte negativo: ciò significa che sono più interessati a scoprire gli errori in modo da poterli correggere. A questo punto si ripete la prestazione finché non si è del tutto padroni, cioè finché la consapevole incompetenza non si trasformi in competenza inconsapevole.

Riassumendo i punti chiave della pratica deliberata:

  1. Obiettivi graduali chiaramente definiti;
  2. Concentrazione e impegno totali;
  3. Feedback immediato e pertinente;
  4. Ripetizione con riflessione e perfezionamento.

E via via si pongono nuove sfide, nuovi “talloni d’Achille”. Ogni attività umana si può scomporre in componenti più elementari, ognuna delle quali può essere esercitata quanto si vuole.

La pratica deliberata non è senza dubbio un’attività “piacevole”. Richiede un enorme sforzo di volontà e sforzo fisico. Anche i migliori dopo qualche ora di pratica deliberata necessitano di staccare la spina per recuperare le energie.

Scoperta questa nuova faccia di “come arrivare all’eccellenza”, in prima persona mi sono messo di sana pianta a sperimentare su me stesso ogni singolo dettaglio. Mi sono reso conto del netto miglioramento fatto nella discipline sportive praticate; sezionando e scomponendo minuziosamente l’obiettivo finale in obiettivi più piccoli e realizzabili. E poco per volta raggiungevo, costantemente, ciò che volevo. Un po’ come costruire un muro, mattone su mattone.

Credo che si possano aggiungere, oltre questa efficiente determinazione, anche le così dette “buone abitudini”; creando un mix tra un buon rito quotidiano propiziatorio e una pratica specifica per il proprio traguardo.

Alla fine, caro lettore, ricercando, pasticciando e collaudando tali teorie, ne è uscito un cocktail davvero gustoso e veramente sorprendente per il buon sapore che ti lascia nella vita di tutti i giorni.

Ora tocca a te.

Testa quanto di vero c’è nell’articolo, e magari ti ritroverai anche tu ad essere sbalordito dalle tue capacità di eccellere.

Parafrasando Andre Agassi:” Se non ti alleni in modo constante e diversificato, pensi davvero di meritare la vittoria?”.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook