Dall’Africa con terrore: migranti allo sbaraglio

Dall’Africa con terrore: migranti allo sbaraglio
Foto: aciclico.com

Chi glielo dice al giovane nigeriano, cariatide dei nostri moderni templi del consumismo alimentare, chi glielo dice che per raggiungere l’”Eden” europeo ha rischiato di finire in pasto ai pesci del Mediterraneo? Non glielo diranno i suoi conterranei nel tam-tam da villaggio in villaggio, tutti tesi a fuggire dalle loro paure, costi quel che costi. Non glielo diranno gli scafisti libici al momento di fare il pieno dei barconi perché ogni testa significa guadagno, guadagno assai sporco in un’articolata catena di complicità da costa a costa.

Il clandestino nero, coi denti che spaccano come una ferita di sangue bianco il carbone della pelle, denti che non conoscono il dentifricio ma l’acqua dei pozzi africani, preferisce scappare, sfidare l’incognita del mare, perdere quell’identità che non sentiva di possedere nemmeno nel suo paese per diventare uno senza più terra sotto i piedi e senza patria.

Meglio fuggire che l’inferno. Meglio subire le angherie dei “cattivi” libici, meglio per le donne prostituirsi sui bordi dei marciapiedi italiani alla mercè di sfruttatori, nell’illusoria speranza di potersi un giorno affrancare dalla nuova schiavitù piuttosto che essere crudamente stuprate da quelli di Boko Haram.

Boko Haram: atrocità e traffici d’avorio

Questa organizzazione terroristica all’insegna della bandiera jihadista, già dai primi anni Duemila ha trovato terra fertile in Africa allo scopo di instaurare un nuovo califfato islamico volto a cancellare ogni tendenza culturale occidentale, puntando sulle classi più povere letteralmente alla fame. Attecchita per lo più nel nord Nigeria, sconfinando nei territori limitrofi, va compiendo terribili atrocità, quali uccisioni, stupri, incendi, razzie, rapimenti con richieste di riscatti, finanziandosi attraverso una rete capillare di false donazioni ed operazioni cui non sembra estranea la copertura dei governi locali, assai corrotti. Non solo, una buona parte di introiti proviene dal traffico delle zanne di avorio, laddove glielefanti africani vengono orrendamente massacrati col rischio dell’estinzione della specie.

Colpi di Stato e repressione dei dissidenti

L’esercizio della democrazia è un valore sconosciuto presso i governi africani, dal momento che la conquista delle poltrone presidenziali avviene da tempo esclusivamente attraverso veri golpe da parte dei poteri militari, mascherati da elezioni democratiche. E la Nigeria, il più vasto Stato africano, è la prima a non fare eccezioni.
Appare assai complicato per i non analisti di mestiere districarsi nella situazione nigeriana, attraversata da mille contraddizioni sia per la veloce alternanza dei poteri politici, sia per le differenze etnico-religiose.

Uno sguardo all’attuale situazione di quel Paese e vediamo come vi si stiano verificando vuoti di governo per le prolungate assenze del Presidente Muhammadu Buhari (74), costretto da grave malattia a recarsi a Londra per continui accertamenti clinici. Girano intanto voci assai contrastanti. Alcune fonti della rete dicono che sia morto testimoniando circa i suoi funerali avvenuti nel più stretto riserbo al preciso scopo di non aggravare la forte instabilità economica e politica del Paese con ripercussioni sui mercati azionari. Altre agenzie africane lo dichiarano invece ancora vivo e ritirato nel palazzo presidenziale della capitale Abuja, da dove segue gli affari politici affidati al suo vice Osinbajo.

Chi è Buhari?

A questo punto è opportuno mettere in luce la vera personalità di Buhari, il quale è ( o era?) uomo di intransigente fede islamica. Ex dittatore militare convertito agli ideali democratici, è stato nominato presidente della Nigeria nel maggio 2015, sventolando un new deal progressista che vedeva nel suo programma la sconfitta di Boko Haram per conquistarsi le simpatie popolari. Pur avendo i miliziani governativi inflitto qualche colpo ai terroristi per salvare la faccia, il repentino cambio di rotta di Buhari non può non lasciare piuttosto perplessi.

Basti riferire quanto disse pubblicamente lo scorso anno, in visita alla Merkel, quando seppe che la moglie Aisha, in sua assenza, aveva resa nota la sua volontà di non appoggiarlo alle prossime elezioni del 2019 per il suo pressapochismo politico: “Taccia. Il suo posto è in cucina, nel salone e nell’altra stanza”…

Inoltre, lo stesso Buhari, in un’intervista sempre del 2016 rilasciò dichiarazioni dal tenore piuttosto tranchant circa l’identità dei clandestini che ritroviamo sulle nostre strade e cioè che non sono altro che “delinquenti” fuggiti dalle prigioni nigeriane.

“In Nigeria – affermò – non esiste nessuna guerra e quindi non possono essere considerati rifugiati politici ma soltanto persone appartenenti alle classi più svantaggiate, vale a dire rifugiati economici.”. E’ tacito che, quella con Boko Haram, in termini giuridici non può essere considerata una guerra in quanto la Nigeria non potrebbe fare una dichiarazione di belligeranza nei confronti di un sedicente Stato come il Daesh. Ma che Buhari sottovaluti la gravità della situazione, rende lecito arguire una qual certa complicità – quantomeno ideologica – di un governo dalle antiche radici militari e musulmane con quell’organizzazione che miete terrore ed eccidi come e più di una guerra.

Va sottolineato che questo Paese si spacca in due fazioni: la parte musulmana concentrata nel Nord e quella di religione cristiana nel Sud. E’ quel Sud sul delta del Niger, ricco di pozzi petroliferi, ove continui sabotaggi hanno provocato gli sversamenti dell’oro nero per oltre 36.000 km2 di foresta vergine, con enormi danni all’agricoltura, alla pesca e agli allevamenti che sostentavano quelle popolazioni.

 “Mammellone” teatro di stragi

E’ lo stesso “Mammellone”, zona di pesca riservata alla Tunisia, dove i continui naufragi dei barconi offrono il perpetuarsi dello strano ciclo biologico del “pesce mangia uomo – uomo mangia pesce” e, per facile sillogismo, “uomo mangia uomo”. Una macabra realtà, riferita dalle testimonianze dirette dei pescatori tunisini e messa in luce soltanto dalla stampa online.

Le ONG sotto controllo

Oggi poi, con il problema del terrorismo, cadono sotto il mirino anche le Ong, meritorie organizzazioni non governative addette al soccorso dei naufraghi, anch’esse tirate in ballo per probabili connivenze con soggetti musulmani radicalizzati. Al riguardo, il Procuratore antimafia e antiterrorismo Franco Roberti ha consigliato che sulle navi Ong salga la polizia giudiziaria come organo di controllo. Vero è che quelli della jihad vanno cercando ogni possibile via d’uscita per infiltrarsi in Europa e soggetti pronti a farsi corrompere.

Centri di accoglienza come campi di concentramento

Una volta sbarcati nel nostro Paese, i fuggiaschi vengono convogliati nei centri di accoglienza, i cosiddetti C.I.E. (Centri Identificazione ed Espulsione) istituiti dalla legge Turco-Napolitano, L.40/1998. Tali strutture, con l’aumento esponenziale dei richiedenti asilo, sono diventate nel tempo dei veri e propri campi di concentramento, dove la convivenza umana diventa simile a quella degli animali negli allevamenti intensivi. In questi lager, i tempi di attesa troppo lunghi per conoscere il proprio destino e le inesistenti condizioni igieniche creano inevitabili focolai di malattie da tempo debellate nel nostro continente.

Si verificano così continue fughe, forse favorite dalle maglie troppo larghe degli stessi Centri, divenuti dei veri colabrodo. Li lasciano fuggire perché ognuno che scappa significa un numero in meno. Scappano con la speranza di arrivare in nord Europa, perché è là che vogliono andare, ma restano intrappolati in Italia davanti alle frontiere sbarrate dai nostri cugini europei, vagolando da una regione all’altra in clandestinità.

Si scatenano in tal modo i conflitti tra poveri, tra italiani che reclamano i loro sacrosanti diritti di “prelazione” e la rabbia dei repressi che pretendono di venire trattati come esseri umani e non come bestie. Ci troviamo di fronte a un fenomeno che non è più un’emergenza e che, negli anni avvenire, con l’aumento del riscaldamento del pianeta, diventerà sempre più un problema strutturale, quando fuggire dal sud del mondo assetato d’acqua sarà soltanto una questione di vita.

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