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No Monty Day, quando una manifestazione diventa la sconfitta di giornali e partiti

Migliaia di persone, tra studenti, lavoratori e associazioni, sono scese in strada sabato pomeriggio per manifestare contro il premier Monti e la sua “politica di massacro sociale”. Due cortei, per un totale di decine di migliaia di persone (150mila a detta degli organizzatori, circa 20mila secondo altre fonti), hanno invaso le strade di Roma, portandosi dietro l’inattaccabile volontà di adoperarsi per cercare una via d’uscita da una situazione economico-sociale diventata critica per molta, troppa gente.

La particolarità di questa manifestazione non sta nelle idee di cui è impregnata, che rappresentano un filo conduttore comune di una parte significativa del popolo italiano, ma nelle modalità con le quali essa è stata organizzata. Nessun grande mezzo di comunicazione di massa ha annunciato questo evento, che, al contrario, aveva già da giorni acquisito un eco dalle dimensioni spropositate sulla rete e sui social network. I giornali non hanno speso nemmeno una riga per quello che, invece, è stato un avvenimento di risonanza internazionale.

L’insensibile noncuranza dei mass media non ha fatto altro che dare conferma della grande importanza assunta dai nuovi strumenti di comunicazione di massa, dai social network ai blog, ormai diventati ben più potenti di qualsiasi altra forma tradizionale di diffusione di notizie e informazioni.
Una sconfitta pure per i partiti, spesso dotati, grazie anche a rimborsi elettorali milionari, di enormi mezzi e complesse strutture per la diffusione di qualsivoglia informazione, uffici stampa efficientissimi e strumenti di organizzazione ultramoderni, che si rivelano comunque impotenti e inesorabilmente inferiori davanti alla partecipazione popolare che solo la nuova frontiera della comunicazione riesce a generare.

Se si tiene conto di quanto appena detto, la notizia di questa grande mobilitazione democratica e del suo successo dovrebbe occupare una spazio sui giornali quanto meno proporzionale alla risonanza che essa ha avuto, ma, al contrario, i grandi quotidiani hanno riservato a questo evento solamente qualche trafiletto, per lo più dedicato ai disordini e alla deprecabile violenza che, purtroppo, la manifestazione ha trascinato con sé. Non ci si deve quindi meravigliare se, all’interno del tunnel in cui è sprofondata l’industria della carta stampata, non si vede nessuno spiraglio di luce diverso da quello che porta ad una trasmutazione elettronica. La crisi delle testate giornalistiche tradizionali è ormai una realtà consolidata e, dopo la giornata di sabato e il seguente colpevole (o doloso) silenzio delle stesse, se ne può chiaramente intuire il motivo.

 

Giuseppe Ferrara
29 ottobre 2012

 

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