Le Alpi di Cuneo, il carnevale e i Saraceni

I colori sfavillanti dei coriandoli e delle maschere si fanno meno nitidi, sbiadendo poco alla volta. Le melodie festose, le urla e le risa si affievoliscono fino a diventare un felice ricordo. Da pochi giorni è ufficialmente calato il sipario sulle festività del Carnevale e per i tanti che vi hanno partecipato, anche l’edizione 2017 è ormai pronta ad accomodarsi nel cassetto della memoria. Una tradizione dalle origini incerte, da collegare secondo alcuni al car navalis (il rito della nave sacra portata in processione su un carro), figlia invece, secondo altri, dei primi digiuni quaresimali imposti dalla consuetudine cattolica (da carnes levare, togliere la carne), con il martedì grasso come ultima giornata di festa congrua alle abbuffate enogastronomiche, prima del mercoledì delle Ceneri e dell’inizio della Quaresima appunto. In una parte delle Alpi Occidentali, però, il periodo carnevalesco coincide spesso con manifestazioni folkloristiche di livello, sporcate da sfumature storiche che le abitudini dei locali hanno gradualmente accostato alla cacciata (vera o presunta) dei Saraceni intorno al X secolo. Due di queste si sono svolte nei giorni scorsi in provincia di Cuneo.

Gli Aboi di Ormea – Valle Tanaro

Ormea, 1700 anime ad oltre settecento metri di altitudine e ad una quarantina di chilometri di distanza dal mare. Intorno boschi e vette che superano i 2400m. di quota. Una montagna che profuma di Liguria, di storia, di scambi commerciali, linguistici e culturali. Il corridoio del fiume Tanaro quale via di passaggio per genti, popoli e invasori, tra cui i Saraceni. Secondo alcune fonti, questi ultimi compirono in effetti diverse incursioni in queste terre, saccheggiandole ad intervalli irregolari per quasi sessant’anni e lasciando cicatrici architettoniche qua e là per l’intera valle. Proprio da queste vicende trae allora origine lo storico carnevale di Ormea, conosciuto come la festa degli Aboi, toponimo legato alla tradizione degli abbà, delle badie e della stessa Baio di cui si dirà in seguito, in riferimento alle associazioni giovanili sorte per accompagnare e organizzare riti e festeggiamenti.

Celebrato annualmente fino agli anni Cinquanta per poi cadere temporaneamente nel dimenticatoio, il carnevale ormeese è stato da poco ripreso dalla sezione locale del CAI e dalle associazioni culturali della zona. Nata quale celebrazione della definitiva cacciata dei Saraceni da parte delle popolazioni indigene, la manifestazione si è negli anni modificata, fino ad assumere i connotati di una raffinata festa popolare, nella quale i giovani delle diverse borgate si incontrano per ballare e cantare indossando eleganti vestiti di seta tramandati di generazione in generazione. Tra i protagonisti principali gli Aboi Nairi (ballerini e cantanti maschi dai vestiti neri adornati con nastri floreali), gli Aboi Gionchi (analoghi ballerini e cantanti dal vestito bianco con nastri rosa che rappresentano le figure femminili, un tempo impersonate dagli uomini), il Cavagnau (il cestaio responsabile della questua alimentare soprattutto), i Patoci (arlecchini dalla maschera di pelliccia che agitano la patlaca, una mazza di legno con lamelle che provoca un rumore assordante e che viene usata per allontanare la folla) e i Sunau, cioè i suonatori che animano le danze, una volta dilatate per oltre una settimana. Un sole tiepido e luminoso ha accompagnato, sabato 25 febbraio scorso, la rievocazione di quest’anno, alla quale ha fatto da scenografia la caratteristica borgata di Chionea. Una giornata climaticamente perfetta, quasi a voler sottolineare un altro valore intrinseco alla manifestazione: la fine dell’inverno e dell’isolamento, l’avvento della bella stagione, la ripresa dei contatti tra le varie frazioni e l’inizio della nuova vita comunitaria.

Alcuni partecipanti dello storico carnevale di Ormea (Ph. CAI di Ormea)
Un momento della celebrazione degli Aboi lo scorso 25 febbraio (Ph. Roberto Sappa)

La Baìo di Sampeyre – Valle Varaita

Sampeyre, mille metri di quota nel cuore della Valle Varaita. Una montagna più dura, selvaggia, aspra. Poco distante il Monviso, una piramide di roccia protesa verso il cielo come un indice alto 3841m. Un paese di passaggio solo nei mesi estivi, quando il Colle dell’Agnello (il secondo valico più elevato d’Italia dopo il Passo dello Stelvio) permette ai suoi avventori la discesa verso il Queyras francese. Terre dai profili morfologici tanto spigolosi quanto affascinanti, più difficili da domare e più ardue da superare. In molti, non a caso, ritengono difficile che i Saraceni si siano spinti davvero fin quassù, ma la tradizione non accetta suggerimenti o illazioni di professori e studiosi. La Baio ricorda simbolicamente la cacciata dei Saraceni da parte delle popolazioni locali e al diavolo le quisquiglie storiografiche. Considerata da molti una delle più antiche e importanti feste dell’intero arco alpino italiano, la Baio (la cui etimologia, come anticipato, è da ricercare nelle badie, le compagnie di giovani assimilabili a veri e propri “eserciti per finta”) non rappresenta in realtà un vero e proprio carnevale, ma una festa comunitaria dalla simbologia multipla. Composta da quattro differenti cortei, o “baie” appunto, provenienti da quattro frazioni diverse (Piasso per il capoluogo, Villar, Rore e Calchesio), la manifestazione si svolge una volta ogni cinque anni, con la prossima edizione prevista quindi per il 2022. Una rappresentazione non per ceti sociali ma per classi d’età, con i più piccoli ad aprire ciascun corteo e la grottesca coppia di anziani a chiuderlo, quale simbolica rappresentazione del ciclo della vita. La Baio percorre inoltre gran parte del territorio comunale quasi a volerlo unire e santificare, rafforzando lo spirito conviviale e quello di comunità. Scenografici e preziosi i costumi (preparati esclusivamente dalle donne che non possono però prendere parte alla sfilata), per un corteo eterogeneo, diversificato per ciascuna frazione. Tra i personaggi principali i Cavalìe (i cavalieri, presenti a Piasso e a Calchesio), i Tamburin (i tamburini che chiamano a raccolta il corteo e ne dettano il ritmo di marcia), le Segnourine (ragazze giovani che simboleggiano la fine della schiavitù saracena, impersonate in realtà dai ragazzi), i Sapeur (armati di asce che abbattono le barriere lasciate dai Saraceni in fuga), i Sounadour (i suonatori dell’intero corteo), i Segnouri, i benestanti del paese che possono tornare a girare liberamente senza la paura dei saccheggi saraceni. Nelle tre giornate di festa (il 12, il 19 e il 23 febbraio scorsi) decine di migliaia di persone hanno così assistito ad un evento unico nel suo genere, capace di trasmettere la gioia della condivisione e l’importanza dell’appropriazione comunitaria, rievocando storie e leggende di un tempo.

Un momento della Baìo di giovedì 23 febbraio (Ph. Enrico Testa)
I Sapeur in azione giovedì 23 febbraio scorso (Ph. Enrico Testa)
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