L’incubo di Manchester e la necessità di guardare avanti

L’incubo di Manchester e la necessità di guardare avanti

Vivo a Manchester da tre anni, qui ho iniziato i miei studi universitari e qui ho conosciuto un crogiuolo di persone provenienti dai più estremi angoli del globo. In giornate come quella di oggi, quando gli elicotteri sorvolano casa tua per tutta la notte e ti sei ritrovato a rispolverare preghiere che avevi relegato nei più profondi meandri della memoria sperando di non trovare nomi conosciuti nell’elenco delle vittime è difficile scegliere le parole giuste per scrivere questo articolo. Manchester con la sua multietnicità e il mix di culture che la contraddistinguono è casa mia, ma in ore come questa, quando bambine sono ammassate in sacchi neri all’uscita di un concerto come di norma si fa con le lattine, è difficile rimanere razionali ed esprimere la rabbia nei confronti di chi ci attacca senza raggiungere il loro stesso infimo livello.

Personalmente non avrei mai pensato di potermi ritrovare a dover far sapere di stare bene con un laconico stato su Facebook. Eventi come quello di lunedì notte sono cose che si leggono sui giornali con immensa tristezza ma anche con la sicumera di chi pensa che non ci toccheranno mai da vicino. Fino a che non accadono.

La prima reazione quando senti un boato che scuote una città intera è l’incredulità, seguito dal diniego, dal cercare possibili spiegazioni che giustifichino le ambulanze che corrono nel mezzo della notte. Dopo di che viene la paura, quella paura che non provavi da quando eri bambino e che ti spinge a cercare di sparire rannicchiandoti in un letto. Infine arriva la consapevolezza di essere fortunato a poter raccontare l’indomani di giornate del genere e la mente corre a quei genitori depredati dei loro figli, alle ragazze che cresceranno senza le carezze di una madre, ai bambini privati dell’esempio paterno e a Valeria, Patricia e Fabrizia emigranti come me partite per scoprire un altro paese e mai più ritornate.

In qualità di italiano credo che ci sia un filo conduttore diretto che unisce me a quei ragazzi che venticinque anni fa andarono a dormire con l’orrore della strage di Capaci ancora impressa negli occhi. Spesso infatti si dice che ogni generazione abbia la sua guerra, ma forse quest’oggi è più appropriato parlare di bombe. I miei nonni dovettero convivere con quelle della guerra, i miei genitori con quelle del terrorismo politico, i miei cugini con quelle della mafia ed io oggi mi trovo a dover affrontare gli ordigni del terrorismo islamico.

Come quei ragazzi venticinque anni fa faccio fatica a capacitarmi di cosa possa spingere a tanta crudeltà, ad accettare la violenza gratuita che ha segnato indelebilmente le vite di bambini indifesi e a dovermi abituare che dopo Parigi eventi del genere possano diventare parte della nostra quotidianità. Come quei ragazzi che ieri hanno marciato nelle piazze di tutta Italia però non riesco a credere che i ‘cattivi’, qualsiasi sia la religione o il colore della loro pelle, riusciranno a prevalere sulla resilienza di noi che oggi piangiamo le nostre perdite ma che da domani saremo pronti a ricominciare con le nostre vita così irriverentemente libere da quel terrore che hanno provato ad instillare nella nostra quotidianità.

E’ anche e soprattutto per quei bambini a cui il futuro è stato negato che mi sento di dover sfruttare il mio, continuando a vedere concerti, prendere aerei ed apprezzare la vita in tutte le sue molteplici sfaccettature. Tutti noi lo dobbiamo a quelle vite spezzate ed io personalmente lo devo alla città di Manchester, all’accoglienza della sua popolazione e alla sua capacità di farmi sentire a casa nonostante i 2194 chilometri che anche oggi mi separano dall’Italia.

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