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El mito inmortal de Apolo y Marsias según El Españoleto
Jusepe de Ribera, conocido también bajo el nombre de “el Españoleto”, con “Apolo y Marsias” (1637) retoma el tema del desafío entre los dos personajes que pertenecen a la mitología griega: Marsias era un sátiro que tocaba muy bien el aulos (un instrumento muy parecido a la flauta) que se atrevió a enfrentar a Apolo, el dios de la música, en un concurso musical.
Este era un tema muy amado por los artistas y literatos: “Castigo de Marsias” de Tiziano (1570), “Apolo y Marsias” de Luca Giordano (1687) y los textos clásicos de Ovidio (Las Metamorfosis) y Dante (Paraíso).
Apolo demonstró la superioridad de la lira sobre el aulos, y castigó la soberbia de su adversario con una venganza terrible: el sátiro fue atado a un árbol y fue desollado vivo.
La obra de Ribera representa precisamente la venganza de Apolo: Marsias aparece tumbado en el suelo y su mirada desesperada está proyectada hacia el espectador. La mirada es uno de los elementos fundamentales por su realismo: los ojos del sátiro parecen vivos y que están siguiendo a los que caminan delante de él.
El Españoleto en su adolescencia decidió trasladarse en Napoles para seguir las huellas de Caravaggio, algunos dicen, pero no hay fuentes seguras, que fue su alumno. Lo cierto es que nos podemos insertar Ribera en una corriente artística que remonta al período inmediatamente posterior a la muerte de Merisi (1610) en la que los artistas retoman algunos elementos característicos del pintor italiano.
Lo que destaca en la pintura de Ribera es el elemento trágico, típico de Caravaggio: el rostro de Marsia es muy expresivo, hace partícipe de su dolor y de su desesperación el espectador, por otro lado tenemos Apolo que lo mira desinteresado.
Probablemente Ribera vio muchas de las obras de Caravaggio en Napoles, y es precisamente en esta ciudad que el artista se volvió cada vez más famoso no sólo en Italia sino también en toda Europa; hoy en día sus lienzos están conservados en museos de todo el mudo, pero “Apolo y Marsias” se sitúa en la ciudad donde Ribera vivió, en el Museo di Capodimonte de Napoles, que en siglo XVII fue un puente entre la cultura española y la italiana.
Domitilla Olimpia Marcaccini
Il mito intramontabile di Apollo e Marsia secondo la versione dello Spagnoletto
di Domitilla Olimpia Marcaccini
Jusepe de Ribera, conosciuto anche come “Lo Spagnoletto”, con “Apollo e Marsia” (1637) riprende il tema della sfida tra i due personaggi che appartengono alla mitologia greca: Marsia era un satiro particolarmente abile a suonare l’aulos (uno strumento simile all’odierno flauto) che osò sfidare Apollo, dio della musica, in una gara musicale.
Questo era un tema caro agli artisti e ai letterati: si ricorda “La punizione di Marsia” di Tiziano (1570), “Apollo e Marsia” di Luca Giordano (1687) e i testi classici di Ovidio (Le Metamorfosi) e Dante (Paradiso).
La superbia di Marsia, vinta dalla maestria della lira di Apollo, fu punita con una vera e propria sevizia: il satiro fu infatti legato ad un albero e subì lo scorticamento da parte del dio.
La tela di Ribera rappresenta proprio la pena inflitta da Apollo: Marsia appare sdraiato con lo sguardo disperato proiettato verso lo spettatore. Lo sguardo è uno degli elementi fondamentali in quanto è estremamente realistico: gli occhi del satiro sembrano vivi, come se seguissero chi gli passa davanti.
L’adolescenza dello Spagnoletto fu segnata da una tappa decisiva in quanto in questo periodo decise di stabilirsi a Napoli per seguire le orme di Caravaggio; si dice, ma non vi sono fonti certe, che fu suo allievo per un periodo. L’uso dell’elemento tragico da parte dell’artista ci permette di inserirlo sicuramente in un filone artistico comunemente conosciuto come movimento dei caravaggeschi: questi erano degli artisti che dopo la morte del Merisi (1610) si propongono di riprendere alcuni elementi della produzione del grande pittore italiano. La forte espressività del volto di Marsia è infatti una traccia evidente dell’influenza che Caravaggio ebbe sullo Spagnoletto: la resa del volto del satiro rende partecipe lo spettatore del suo dolore e della sua disperazione, ed è altrettanto evidente l’indifferenza di Apollo mentre lo scuoia.
Probabilmente Ribera conobbe molte delle opere di Caravaggio a Napoli, ed è proprio in questa città che acquistò sempre più popolarità, fino a varcare il confine dell’Italia per arrivare in Europa; molte delle sue tele sono custodite in musei di tutto il mondo, ma “Apollo e Marsia” si trova nella città dove ha sempre vissuto, nel Museo di Capodimonte di Napoli, che nel Seicento costituì un punto d’incontro tra due diverse culture: quella spagnola e quella italiana.
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